di Tariq Marzbaan | Al Mayadeen English
[Traduzione a cura di: Nora Hoppe]
La logica imperiale del contenimento
“Il modo più efficace per distruggere una flotta è impedire che venga mai costruita.”
Questo detto, spesso attribuito agli ufficiali della marina britannica della Prima guerra mondiale, rivela la logica perenne del colonialismo. Se traduciamo il termine “flotta” in sovranità nazionale – forza economica, militare e tecnologica – l’essenza della strategia imperiale diventa chiara: per soggiogare, occupare e saccheggiare una nazione, bisogna innanzitutto assicurarsi che essa non sviluppi mai la capacità di resistere. A tal fine, le potenze coloniali hanno escogitato metodi palesi e occulti per ostacolarne il progresso. Quando questi metodi falliscono, subentrano le bombe e gli eserciti.
Dopo la Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno perfezionato queste pratiche coloniali attraverso una rete di istituzioni multilaterali: le Nazioni Unite, Bretton Woods, la Banca Mondiale, il FMI, il WEF, le ONG, la Corte internazionale di giustizia e persino veicoli culturali come Hollywood. Questi sono diventati i nuovi strumenti di controllo egemonico – promuovendo l’ideologia neoliberista sotto le spoglie dello “sviluppo” e della “riforma”.
Contesto storico – L’Iran e l’ordine finanziario globale
A seguito della Rivoluzione islamica del 1979 e della successiva crisi degli ostaggi – durante la quale emerse che molti dei diplomatici statunitensi coinvolti avevano stretti legami con i servizi segreti – gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni di ampia portata all’Iran. Queste misure si sono progressivamente inasprite nel corso dei decenni, causando danni ingenti all’economia iraniana e infliggendo sofferenze diffuse alla popolazione.
Prima del 1979, l'Iran era un partner attivo delle istituzioni finanziarie occidentali. In qualità di membro fondatore della Banca Mondiale e del FMI (dal 1944), l'Iran ha ricevuto tra il 1975 e il 1979, prestiti per un totale di circa 1,2 miliardi di dollari destinati a progetti infrastrutturali. Per tutto il decennio degli anni '80, i prestiti della Banca Mondiale furono sospesi e il FMI ritirò di fatto le sue attività in Iran. Solo nel 1991, nell'ambito del programma di ricostruzione del presidente Rafsanjani, i prestiti ripresero lentamente e parzialmente.
È da notare che i legami istituzionali non furono mai interrotti del tutto. I rappresentanti iraniani continuarono a partecipare alle riunioni annuali della Banca Mondiale e del FMI – in particolare nel 1987. Per l’Iran, queste riunioni offrivano scarsi benefici finanziari diretti, ma fungevano da piattaforma diplomatica per sollecitare l’alleviamento delle sanzioni. Per l’Occidente, invece, rappresentavano un canale per coltivare all’interno dell’Iran élite finanziarie filo-occidentali – personaggi che in seguito sarebbero stati definiti “riformisti” e che, implicitamente, portavano avanti l’ideologia neoliberista.
Queste attività hanno portato al JCPOA nel 2015–2018 e, di conseguenza, alla parziale revoca delle sanzioni, che a sua volta ha portato a una riduzione della produzione di beni nazionali. Dopo il ritiro di Trump dal JCPOA, l'Iran è stato catapultato in uno stato di agitazione. Negoziatori iraniani come il ministro degli Esteri Javad Zarif e il presidente Hassan Rouhani sono stati umiliati e hanno perso credibilità, anche se era stato Trump a ritirarsi dal JCPOA. I loro critici si sentirono giustificati. Nel febbraio 2025, l'Ayatollah Seyyed Khamenei ha criticato il JCPOA, affermando che la delegazione iraniana si era dimostrata troppo generosa e che gli Stati Uniti non avevano rispettato i propri impegni, ritirandosi infine dall'accordo. Questo ritorno temporaneo alla dipendenza ha di fatto confermato la sua tesi: le sanzioni hanno stimolato l’innovazione, mentre le misure di sostegno hanno favorito la dipendenza.
Fratture sociali – classe, ideologia e ethos rivoluzionario
Le sanzioni non hanno colpito tutti gli iraniani allo stesso modo, e ciò ha creato una profonda frattura sociale.
Molti iraniani benestanti – membri della classe alta oligarchica, insieme a segmenti significativi della classe media filo-occidentale – hanno attribuito la responsabilità delle sanzioni al proprio governo. Sostenevano che la retorica anti-occidentale della Repubblica Islamica avesse provocato l’ostilità degli Stati Uniti e impedito l’allentamento delle pressioni economiche. La loro mentalità rimaneva intrappolata nel quadro neoliberista: aspiravano alla privatizzazione, alla deregolamentazione e all’integrazione nei “mercati liberi”, considerando la leadership clericale come l’ostacolo principale alla loro prosperità personale.
La classe media, in particolare, aveva ereditato questo orientamento filo-occidentale dall’era dello Scià, abbracciando, consciamente o inconsciamente, i valori neoliberisti per puro interesse personale.
Eppure entrambe le classi erano in gran parte cieche di fronte alla realtà più profonda: l’ostilità degli Stati Uniti nei confronti della Repubblica Islamica non ha mai riguardato semplicemente l’arricchimento nucleare o i diritti umani. Era, e rimane, un’agenda neocoloniale – un’insistenza affinché l’Iran si sottometta alle norme economiche e politiche dettate dagli Stati Uniti. L’Occidente non avrebbe accettato alcun risultato che non fosse uno Stato cliente neoliberista e remissivo.
La bussola rivoluzionaria – la giustizia invece della sottomissione
Ciò che le classi medio-alte non riuscirono a comprendere fu il concetto fondamentale di giustizia dell’Ayatollah Khomeini: la protezione dei mustazafin (gli oppressi) e la solidarietà con la Palestina. Questo principio, perseguito in seguito con uguale vigore dall’Ayatollah Khamenei, rappresentava un rifiuto totale dell’egemonia occidentale.
I gruppi politici di sinistra all’interno dell’Iran spesso si concentravano in modo ristretto sulla ridistribuzione economica, trascurando però questa vigilanza anticoloniale. Gli ayatollah Khomeini e Khamenei avevano compreso che qualsiasi leadership che cedesse alle pressioni esterne avrebbe finito, come tanti Stati post-sovietici, per aprire le porte alla predazione neoliberista, consentendo all’oligarchia finanziaria e tecnologica globale di smantellare la sovranità nazionale dall’interno. La leadership iraniana scelse una strada diversa
Il paradosso della pressione – la privazione come catalizzatore
Le sanzioni hanno indubbiamente provocato un’inflazione disastrosa, una massiccia svalutazione della moneta e una disoccupazione paralizzante (con il 39% dei laureati universitari incapaci di trovare lavoro) e carenze di farmaci essenziali. La vita quotidiana è diventata una lotta incessante.
Eppure – ed è proprio questo il paradosso – le sanzioni hanno reso l’Iran più forte, più autosufficiente e più resiliente. Hanno costretto lo Stato a innovarsi, hanno rafforzato le capacità interne e, contrariamente alle aspettative occidentali, hanno suscitato un profondo senso di unità nazionale. Come hanno osservato alcuni studiosi, la pressione esterna spesso “genera involontariamente economie di resistenza, rafforzando le potenzialità interne e ispirando l’unità nazionale”.
L’“Economia della resistenza” – Istituzionalizzare l’autosufficienza
L’Iran ha istituzionalizzato questa risposta attraverso la dottrina dell’”Economia della resistenza” – una strategia formulata per la prima volta dopo la Rivoluzione del 1979. Il suo principio fondamentale consiste nel fare affidamento sulle risorse interne, ridurre la dipendenza dai sistemi esterni e massimizzare le capacità interne. Ciò si è tradotto in una politica di sostituzione delle importazioni, evolutasi in quello che gli analisti definiscono oggi un “sofisticato meccanismo di sopravvivenza” che ha superato tutte le previsioni internazionali.
I settori che sono fioriti sotto questa dottrina non sono marginali; sono strategicamente vitali:
La forza unificante delle avversità collettive
Forse il vantaggio più significativo risiede proprio nell’ambito sociale e psicologico. Quando le sanzioni vengono percepite come una punizione collettiva inflitta a un’intera nazione – anziché come misure mirate contro i funzionari – la privazione diventa un’esperienza nazionale condivisa. Lo Stato si riposiziona come protettore contro l’ostilità esterna.
La ricerca empirica lo conferma. Uno studio che ha analizzato quasi 2 milioni di tweet di oltre 1.000 influencer iraniani durante la campagna di "massima pressione" dell'amministrazione Trump ha rilevato che ampie sanzioni hanno generalmente migliorato il sentimento pubblico verso il governo iraniano – anche tra le figure dell'opposizione moderate. L'effetto "Rally attorno alla Bandiera", osservato durante periodi di sanzioni intensificate (2005–2020), ha mostrato un sentimento nazionalista aumentato e una maggiore solidarietà a sostegno delle istituzioni statali non civili.
La lotta quotidiana per la sopravvivenza – fare la fila per i beni sovvenzionati, affrontare il crollo delle valute, procurarsi medicinali sul mercato nero – ha, paradossalmente, forgiato un’identità collettiva. Insieme ad altri sviluppi positivi, le pressioni esterne hanno portato a istituzioni statali meglio organizzate e a una struttura di governo che si è dimostrata straordinariamente duratura.
La hybris dell'Egemone e il trionfo della sovranità
Il costo umano delle sanzioni non può essere ignorato. L’inflazione, la disoccupazione e la carenza di beni hanno distrutto innumerevoli vite. Tuttavia, se valutati alla luce dell’arco storico della sovranità nazionale, i vantaggi qualitativi sono innegabili.
Le recenti guerre condotte dagli Stati Uniti e dai loro alleati regionali contro l’Iran hanno dimostrato il fallimento definitivo della strategia delle sanzioni. L’Iran non ha ceduto. Ha messo in campo una strategia superiore, una tecnologia autoctona all’avanguardia e una popolazione la cui resilienza era stata forgiata da decenni di privazioni. Ha dimostrato che una nazione che lotta per la propria dignità – armata dei principi di giustizia e di solidarietà anticoloniale – può sopravvivere a una superpotenza intrappolata nella propria hybris.
Le sanzioni erano un’espressione della patologica presunzione degli Stati Uniti: la convinzione illusoria che il mondo non possa funzionare senza l’approvazione americana. L’Iran ha dimostrato il contrario. È diventato un modello di riferimento per la Maggioranza Globale – nazioni che cercano non solo la sovranità, ma anche la dignità che meritano. La maledizione delle sanzioni, grazie al puro ingegno e alla volontà collettiva iraniani, si è trasformata in una paradossale benedizione: una nazione autosufficiente, tecnologicamente avanzata e ideologicamente salda che nessuna potenza esterna può piegare.
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