di Alessandro Mariani
“Venghino signori venghino!, utenti della montagna e non solo”. Non conta che siate alpinisti arrampicatori, o semplici escursionisti; dite la vostra prima che tutto svanisca con le calure ferragostane! Ma affrettatevi, perché ancora qualche giorno e l’appassionante diatriba a senso unico tornerà a coinvolgere i più come sarebbe stato se della questione si fosse dibattuto in altra data. Vale a dire, ne più e ne meno di come i sette modi di cucinare il cotechino interessano un vegetariano.
Ma, anche se per poco, c’è ancora spazio per salire sul carro sfoggiando l’atavica, italica virtù del correre in soccorso dei vincitori. Fatelo pure senza timore perchè i big della categoria tengono ben stretto il reprobo affinché chiunque possa picchiare e picchiar duro. Alla soglia del terzo millennio è una sorta di Hunger Games dove la preda ha già il destino segnato.
Come qualcuno saprà (più facilmente quelli che vivono da Milano in su), un alpinista valtellinese ha annunciato di aver completato la salita di tutti gli ottomila con ciò rientrando nella ristretta cerchia delle quaranta persone che hanno salito le 14 montagne più alte del mondo senza l’aiuto dell’ ossigeno. Grande festa nella sua Valfurva e nella magnifica contea di Bormio, com’era ovvio che fosse, ma subito sono iniziati i dolori.
Altri alpinisti ne hanno messo in dubbio la parola così che, in un batter di ciglia, il nostro è passato dalle stelle alle stalle, colpito e trafitto da tutte le parti come un San Sebastiano dalle sette frecce. Il più attivo e loquace dei detrattori ha detto:“ Se vai nelle scuole, se vuoi fare il formatore, vuol dire che sei un simbolo di onestà […].” Ora… noi sapevamo della crisi che investe da tempo il comparto, ma non pensavamo che si potesse arrivare a tal punto, come se le giovani generazioni non avessero già patito abbastanza tra restrizioni Dad, mascherine e divieti e come, tra l’altro, se a presiedere il ministero della pubblica istruzione non ci fosse ancora un tizio che vedeva nell’umiliazione “un fattore fondamentale nella crescita e nella costruzione della personalità”. Veniamo così a sapere che si vorrebbero forgiare e plasmare le nuove intrepide schiere a colpi di “lotta con l’Alpe,” quella che nelle vecchie tessere del Club alpino Italiano veniva definita “utile come, il lavoro, nobile come un arte e bella come una fede” (e poi dicono che i giovani si danno alla droga!). Di contro c’è chi invece (come il sottoscritto) pensa che in montagna l’unica cosa che conti sia divertirsi e non farsi male, anche perché i libri eroici sono già stati scritti e ormai c’è posto solo sulle lapidi.
Ma la montagna è per elezione (e speriamo che tale resti) il regno della libertà dove fatto salvo il principio universale del neminem laedere, chiunque può trovare la sua personalissima forma di gratificazione e realizzazione. E’ del tutto comprensibile allora che chi ha fatto delle attività ad essa connesse una scelta di vita dica quello che voglia, esprima dubbi e faccia risaltare le altrui contraddizioni, così come è altrettanto giusto che il pubblico di riferimento tenga tale messaggio in debito conto o se lo metta sotto la suola delle scarpe.
Da parte nostra ci saremmo risparmiati l’intervento se la questione non fosse stata sbattuta dai giornaloni in prima pagina con pari visibilità rispetto ai massacri di Gaza e alla guerra in Ucraina. Il che è indicativo della qualità dell’informazione oltre che dello stato comatoso in cui versa la cosiddetta pubblica opinione. Avendo dell’ambiente montano e delle pratiche ad esso correlate una certa conoscenza ritengo che questa sia l’ennesima conferma del fatto che lasciare certi giornali nelle edicole sia ad un gesto di matura civiltà. Ammesso che un generico lettore sia realmente interessato alla vicenda infatti, qual è l’informazione effettiva che potrebbe trarne? Sicuramente la più distante dalla realtà, perché non c’è un solo aspetto di quelli trattati dai giornaloni che corrisponda al vero.
Tanto per cominciare e senza entrare nello specifico diciamo subito che non si tratta affatto di una novità; schermaglie e polemiche tra alpinisti ci son sempre state, soprattutto nell’ ambito delle spedizioni himalayane, ma raramente si sono estese oltre il ristretto numero degli appassionati e dei cultori della materia. Né basta a giustificarle il fatto che oggi sempre più galli si scontrano nei pollai dell’alta quota. Ma a riguardo di tale affollamento la faccenda degli sponsor sollevata dai giornaloni (che han parlato della lotta degli alpinisti per accreditarsi ed accaparrarsi i fondi) è risibile; anche mettendo insieme le entrate di tutti e 40 i salitori dei 14 ottomila difficilmente le quote raggiungerebbero un quarantesimo di quelle relative ad un Sinner o ad una stella del calcio. Gli sponsor servono per lo più a pagare le non indifferenti spese, e le serate e i libri non fanno certo diventar ricchi. E allora perché lo fanno? vi chiederete. Semplicemente per passione oltre che per una dose di vanità sicuramente maggiore rispetto a quella riscontrabile in tutte le altre attività legate alla montagna, come emerge chiaramente in questa appassionante querelle fondata sul nulla.
La delusione maggiore però (ma anche la conferma di un presentimento) l’abbiamo avuta quando il decano dei conquistadores himalayani si è unito al mainstream. Reinhold Messner, il primo uomo al mondo ad aver salito senza ossigeno tutti gli ottomila, è stato infatti quello che ha picchiato più duro. E sì che credevamo avesse l’accortezza e il buon gusto di restarne fuori! Macché! Come un torero che affonda la spada ha addirittura bollato l’alpinista valtellinese con la qualificazione di “turista”, schierandosi apertamente dalla parte dei più esagitati contestatori. Così, come un dio dall’Olimpo, dal castello di Funes ha rilasciato un’intervista a La Repubblica tuonando contro il reietto “ se uno dichiara di aver raggiunto la vetta di un ottomila ha il dovere di esibire le prove…” per poi aggiungere “Confortola non è tra i grandi alpinisti, non lo seguo. Se io parlo di lui lo accredito presso una élite a cui non appartiene” ed ha quindi continuato a parlare di lui per tutto il resto dell’intervista come se niente fosse.
Al che, ci sentiremmo di consigliare all’altoatesino un ripasso del detto evangelico “chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Sarà l’età oppure l’effetto delle alte quote ma la sua memoria appare davvero labile se non ricorda di avere subìto anche lui pesanti contestazioni, in circostanze peraltro drammatiche (1970, spedizione al Nanga Parbat, morte del fratello Gunther), con relativa coda di insinuazioni, accuse di protagonismo e strascichi giudiziari. L’alpinismo extraeuropeo è caratterizzato (ma allo stesso tempo si potrebbe dire che vive ) di polemiche ed un elenco sarebbe prolisso quanto inutile (da Walter Bonatti a Cesare Maestri per non dire della leggendaria figura di Hermann Buhl, Tomo Cesen, Stefani, Martini ecc.). Inoltre cosa dire rispetto alle prove, per cui improvvisati notai delle alte quote hanno creati appositi siti online (Vd. Eberhard Jurgalski su www.8000ers. com) visto che è ormai risaputo che i “certificati di vetta” rilasciati dal governo nepalese sono spesso documenti farlocchi? Una foto mentre si è avvolti dalla nebbia può essere considerata una prova? C’è semplicemente la tua parola contro il resto del mondo per cui se chi conta di più ti vuole bene, bene e se invece ti vuole male amen. E il tracciamento gps? Sarà davvero così attendibile?
In definitiva, per chiudere il cerchio, piuttosto che buttare qualcuno giù dalla torre sarebbe meglio buttare la torre perché in nessun altro settore delle attività legate alla montagna si assiste ad un tale spettacolo di egocentrismo, sensazionalismo e soffocante retorica, frutto di una passione tutt’altro che genuina, altamente condizionata e condizionante. Comprendiamo però come per i giornaloni questo sia il genere di notizia ideale da dare in pasto al proprio pubblico di riferimento, specialmente nelle feste comandate. Un pubblico che è ancora quello di sempre “normale ma feroce, benpensante ma idiota, incensurato ma vile” (P. P. Pasolini) e al quale magari tra qualche tempo qualcuno tornerà a dire che “gli italiani devono conoscere le loro montagne per saperle difendere!”
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