In un contesto regionale segnato da crescita debole e persistente, il Venezuela emerge come un caso sorprendente per osservatori fuorviati dalla propaganda del mainstream. Secondo il Bilancio Preliminare delle Economie dell’America Latina e dei Caraibi 2025 della CEPAL, l’economia venezuelana ha registrato nel 2025 una crescita del 6,5%, la più elevata dell’intera regione. Il dato segue l’8,5% del 2024 e resta nettamente superiore alla media latinoamericana, ferma tra il 2,3 e il 2,4%. Anche considerando un rallentamento previsto per il 2026 (3%), il Venezuela continuerebbe a crescere più del resto del continente.
Un altro elemento rilevante riguarda l’inflazione: in un solo anno è diminuita di oltre l’87%, segnando l’uscita dalla fase di iperinflazione verso livelli ancora alti ma gestibili. Un risultato che la CEPAL indica come uno dei più importanti progressi macroeconomici recenti del Paese. A livello regionale, l’organismo ONU conferma una stagnazione strutturale: quattro anni consecutivi con crescita intorno al 2,3%, segno di una vera e propria “trappola della bassa crescita”, che colpisce in particolare le maggiori economie sudamericane.
In questo quadro, la performance venezuelana assume un valore politico ed economico ancora più significativo: una crescita sostenuta ottenuta nonostante anni di sanzioni, blocco finanziario e pressione sistemica da parte degli Stati Uniti.
Un risultato che smentisce le narrazioni del collasso inevitabile e mostra come, anche sotto assedio, il Paese sia riuscito a stabilizzare i fondamentali macroeconomici e a rilanciare la propria economia, diventando uno dei casi più rilevanti dell’America Latina contemporanea.
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