di Agata Iacono
Di Youssef Siher sappiamo tutto: le sue origini, il suo eccezionale curriculum scolastico e lavorativo, il suo attivismo nella denuncia contro il genocidio del popolo palestinese. I media stanno profilando il mostro perfetto, il capro espiatorio di seconda generazione, capace di "guidare" tanti ragazzini "maranza" in tutta Italia. Funziona meglio della ingerenza di Putin, è più credibile e rassicurante.
Perché è rassicurante?
Perché questa "orda" di ragazzi giovanissimi che nessuno ha sentito arrivare e che rifiutano qualsiasi inquadramento, che non si sentono rappresentanti neppure dalla miriade di associazioni extraparlamentari sempre in competizione tra loro, che non vogliono padroni né rappresentanti, fa paura.
Molta paura.
Allora è indispensabile inquadrare questi nostri figli alieni non omologati in un cliché rassicurante: "c'è un capo, c'è un mostro che li plagia, c'è un responsabile da sbattere alla gogna."
Ma davvero sono arrivati all'improvviso?
No. Questi ragazzi ci sono sempre stati nelle piazze all'indomani del 7 ottobre, hanno abbracciato la causa palestinese, chiedendo di non essere complici, occupando le università perché interrompessero i rapporti con i finanziamenti israeliani.
Sono scesi in piazza in decine di migliaia e non sono stati mai ascoltati. Anzi: si sono trovati davanti un muro, Valditara ha impedito che nelle scuole si parlasse di Palestina, i pochi docenti che hanno organizzato confronti e dibattiti con Francesca Albanese o Moni Ovadia e Ilan Pappè sono stati sottoposti a pesanti sanzioni disciplinari.
Questi ragazzi ci sono sempre stati ma si è sempre pensato esclusivamente a reprimerli o a inquadrarli sotto una sigla. E ad un certo punto hanno capito che avrebbero dovuto costruire loro una alternativa, che il futuro è loro e che solo loro possono prenderlo in mano.
Le manifestazioni in Francia e in Spagna, in tutta Europa, certamente, hanno accelerato questo processo. Ma con una consapevolezza politica più elaborata, che unisce il rifiuto di diventare carne da cannone alla drammatica consapevolezza di non avere più il diritto di studiare, di abitare, di curarsi, di mangiare, di avere una qualsiasi prospettiva futura.
Lo chiamano disagio come se fosse una categoria psicosociale. Non è disagio, è presa di coscienza. È il tentativo di poter incidere, di cambiare il sistema, di essere ascoltati.
E qui entra in ballo Yussef.
Le piazze del 17 ottobre erano state convocate da una sigla "Italia in piazza", non meglio identificata. In contrasto con questi promotori, occorreva fare un tentativo: quello di canalizzare la rabbia, creare un minimo di coordinamento, immettere contenuti politici. Avrebbero potuto farlo le varie siglie extraparlamentari o i partiti di opposizione parlamentare. Ma se ne sono guardati bene, condannando le vetrine rotte o scegliendo un approccio paternalistico, sono scappati, li hanno lasciati soli.
Cosa ha fatto Youssef?
Ha semplicemente cercato di sopperire a questa vergognosa implosione di generale incapacità e codardia, offrendo uno strumento di condivisione. Ha creato una chat telegram, aperta a tutti, e un canale Istagram, col nome "Movimento 17 ottobre". Ma lo ha fatto dopo il 17 ottobre e con lo scopo di offrire un metodo, seppure ingenuo e infiltrabile, di confronto e condivisione.
Ho seguito il canale telegram fin dall'inizio, cercando di capire meglio. Inizialmente il dialogo sembrava abbastanza confuso, era evidente la presa di distanza dai promotori delle piazze del 17 ottobre (considerati traditori), si implementavano metodi per individuare ed espellere gli infiltrati. Ricordo che un membro scrisse: "io ho un'arma". Lo individuarono come poliziotto provocatore e lo cacciarono. Si chiedevano come difendersi da infiltrazioni, come contattare eventuali avvocati e non ho mai letto nessuno che invitasse alla violenza gratuita.
Al massimo, nel dibattito serrato, alcuni sostenevano che il 17 ottobre a Milano aveva rappresentato l'unico disperato modo per farsi prendere in considerazione. Ha prevalso sempre, invece, una moderazione dell'amministratore che invitava sempre alla calma, a darsi obiettivi, a coordinarsi.
Si raccomandava di non coprirsi il volto, di non cadere in provocazioni. C'era pure un simpatico vademecum di come difendersi dal lancio di lacrimogeni (manuale che gira dal 1970 praticamente uguale) e numeri di avvocati da contattare gratuitamente in caso di fermo o di percosse. Ma le infiltrazioni erano troppe: le piazze indicate da ciascuna città rischiavano di rivelarsi un cul-de-sac pericolosissimo.
Il canale telegram generale ha dato la possibilità a ciascun membro di aprire un sottogruppo territoriale, per città. Quindi gli adm hanno chiuso tutte le chat annullando le piazze previste per sabato 24, annunciando che sarebbero stati individuati in ogni città 3 punti di convergenza che sarebbero stati resi noti all'ultimo momento.
Questo è il comunicato N.2 ancora visibile su Istagram:
https://www.instagram.com/p/De1nxn6iDRN/?img_index=7&xtok=anFic2Ezc2p5MTloMa alle 14.30 di sabato 24 Youssef era già stato fermato. Se fosse stato il leader, la guida, la "mente", ci sarebbe stata una reazione di immobilità o di rabbia.
Invece in tutte le città i ragazzi si sono mossi autonomamente senza aspettare indicazioni. E non hanno rotto vetrine... Quindi non hanno avuto indicazioni prima del 17 ottobre e neppure prima del 24 ottobre.
Se Youssef Siher fosse davvero "la mente" del “Movimento 17 Ottobre” la pagina Instagram l'avrebbe aperta prima, invece risulta aperta solamente dopo.
Se Youssef Siher fosse davvero "la mente", la chat telegram sarebbe dovuta esistere già il 17 ottobre, invece è stata aperta dopo.
Se Youssef Siher avesse mai avuto davvero una qualche influenza sul Movimento 17 ottobre, il 24 ottobre i ragazzi non sarebbero scesi autonomamente nelle piazze di tutta l'Italia.
Se Youssef Siher, che lavora per Mercor, (è quindi un esperto internazionale di AI), avesse veramente avuto qualcosa da nascondere avrebbe semplicemente cambiato IP o creato un tunnel VPN per non farsi individuare a casa sua da una banalissima ricerca della Polizia Postale.
Se Youssef Siher si fosse chiamato David o Moshè, avesse avuto le treccine e la kippah e avesse incitato ad uccidere bambini palestinesi, sarebbe stato protetto e esaltato.
Ma per affermare l'ovvio ci vorrebbe una stampa libera e indipendente, non islamofoba e sionista. E soprattutto ci vorrebbe una classe politica seria.