di Michele Blanco
L’esito delle ultime dinamiche elettorali statunitensi ha scatenato la consueta ondata di reazioni contrapposte nel panorama geopolitico internazionale. Da un lato, ampi settori dell’opinione pubblica celebrano, giustamente, la grande e forse definitiva battuta d’arresto di Donald Trump, un leader che ha segnato il suo percorso politico attraverso gravi fallimenti strutturali, l'esacerbazione esagerata di tensioni interne, il sostegno a governi responsabili di gravi violazioni dei diritti umani, e genocidio, con la ingiustificata, inutile e assurda guerra contro l'Iran. Dall'altro lato, la vittoria della sponda democratica viene accolta con un entusiasmo che, a un’analisi storica e strutturale più rigorosa, appare, purtroppo, ingiustificato e intriso di profondi rischi.
La focalizzazione mediatica sulla polarizzazione tra i due schieramenti nasconde tuttavia la vera natura del problema: gli Stati Uniti d'America si trovano nel bel mezzo di una crisi sistemica irreversibile. Un intero modello "imperiale" sta collassando, e la transizione verso il declino minaccia di produrre instabilità e distruzione a livello globale, indipendentemente dall'identità di chi siede nello Studio Ovale.
Infatti si tratta di un mito che riguarda l'alternativa pacifica del partito democratico, essa si scontra con la realtà, infatti i democratici statunitensi al potere sono sempre stati storicamente guerrafondai.
La narrazione mainstream tende a dipingere il Partito Democratico come l'argine progressista e pacifico all'irruenza e alla follia populista della destra. Sebbene Trump abbia dimostrato una condotta imprevedibile e assolutamente pericolosa, l'idea che i democratici rappresentino una garanzia di pace globale è smentita dai fatti e, soprattutto, dalla storia. Se Trump agisce con la logica dell'estemporaneità e della rottura isolazionista, l'apparato democratico si muove spesso spinto da un fanatismo ideologico e da una vocazione interventista che storicamente ha trascinato il mondo in conflitti ingestibili.
La storia degli Stati Uniti dimostra che la maggior parte delle grandi mobilitazioni militari e delle escalation internazionali ha una firma democratica:
L'illusione dell'alternativa politica crolla definitivamente quando si esamina il motore economico che muove la macchina elettorale americana. Figure come Donald Trump non nascono dal nulla, né rappresentano una reale rottura con i poteri forti: la sua ascesa e la sua stessa elezione sono state rese possibili solo grazie ai massicci finanziamenti e al sostegno strategico ricevuti dalle élite finanziarie e da specifici segmenti del grande capitale.
Il sistema politico statunitense è strutturalmente dipendente dal denaro privato, un legame che si è consolidato negli ultimi decenni attraverso dinamiche precise:
L'analisi integrata della storia militare e dei meccanismi di finanziamento evidenzia che la contrapposizione tra repubblicani e democratici è, in larga parte, una distrazione di superficie.
Gli Stati Uniti d'America oggi stanno affrontando le fasi acute di una profonda crisi sistemica: un modello economico iper-finanziarizzato, una coesione sociale interna logorata e la progressiva perdita dell'egemonia geopolitica assoluta in un mondo sempre più multipolare.
Quando un impero globale entra in questa fase di declino strutturale, le sue reazioni tendono a diventare drammaticamente difensive e aggressive. Il fanatismo ideologico dei democratici e l'imprevedibilità dei repubblicani sono semplicemente due facce dello stesso impianto imperiale in affanno. La conclusione è amara ma inevitabile: la crisi del sistema americano produrrà instabilità e conflitti globali chiunque sia la figura temporaneamente incaricata di governarla.
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