Il 1º agosto entreranno in vigore nuovi dazi del 50% imposti dagli Stati Uniti su prodotti brasiliani. A darne l’annuncio è stato Donald Trump, motivando la scelta con quella che definisce una “persecuzione politica” del Supremo Tribunale Federale (STF) contro Jair Bolsonaro. Ma secondo Folha e Brasil de Fato, la vera miccia è la crescente regolamentazione delle piattaforme digitali in Brasile, che Washington interpreta come un affronto al potere delle big tech statunitensi.
Nel mirino di Trump c’è il ministro Alexandre de Moraes, autore di sanzioni contro Elon Musk e promotore di un processo storico sulla responsabilità dei social. La reazione del presidente statunitense, però, va ben oltre la diplomazia: ha sostenuto una causa legale contro de Moraes e, con l’aiuto del deputato “autoesiliato” Eduardo Bolsonaro, ha avviato un’offensiva economica che danneggia l’intero Brasile.
Eduardo, figlio dell’ex presidente, ha persino ringraziato Trump, invocando una “tarifa-Moraes” come punizione per il sistema giudiziario brasiliano. Secondo molti analisti, si tratta di un atto di “lesa patria”: applaudire all’ingerenza di una potenza straniera per colpire un ministro, col prezzo pagato da imprese e lavoratori brasiliani. La manovra, che intende salvare Bolsonaro da un processo per golpe, è vista anche come un boomerang elettorale e diplomatico.
Il presidente Lula ha reagito duramente, citando la legge di reciprocità e ricordando che il commercio con gli USA vale appena l’1,7% del PIL: “Non abbiamo bisogno del dollaro per sopravvivere. Il Brasile è sovrano”. Un messaggio chiaro: Trump, nel tentativo di difendere interessi politici e imprenditoriali, rischia di spingere il Brasile ancora di più verso i BRICS e la Cina.
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