di Alex Marsaglia
Il 2025 degli Stati Uniti si è concluso con la pubblicazione del nuovo documento sulla Strategia di Sicurezza Nazionale che ha ridefinito quello che potremmo chiamare un “impero corto”, riprendendo apertamente quella che fu la Dottrina Monroe. Sempre sul finire del 2025 Trump ha chiamato alla sua corte di Mar a Lago i servi del fronte: prima Zelensky e poi Netanyahu per fare la dovuta tirata di orecchie al primo e pianificare l’assalto all’Iran con il secondo.
È stato subito chiaro che non c’era da aspettarsi un totale ritiro dalle aree di influenza storiche, ma un semplice “appalto”. Sin dall’impostazione iniziale del fronte europeo Trump ha parlato di vendere armi, dunque nella sua ottica commerciale la funzione di acquirente resta indispensabile e verrà svolta dall’Unione Europea che avrà comunque ancora un ruolo indispensabile. Sul Pacifico, la strategia trumpiana in funzione anticinese ha portato ad armare pesantemente Taiwan con l’ultimo pacchetto di 11,1 miliardi di dollari di armamenti che ha determinato una delle esercitazioni militari più spettacolari di sempre da parte dell’Esercito Popolare di Liberazione della Repubblica Popolare che non casualmente si è spinta con obiettivi militari simulati sin nel Golfo del Messico e a Cuba.
E poi è arrivato l’inizio 2026 con l’attacco della speculazione internazionale al Rial iraniano e il solito tentativo di regime change con manifestazioni eterodirette.
Cercare di tenere assieme il quadro della “guerra mondiale a pezzi” è fondamentale per non perdere la visione di quale potrebbe essere la prossima mossa dell’imperialismo statunitense. Ed è così che la notte del 3 Dicembre, l’attacco americano è arrivato proprio dove era stato più attentamente preparato, cioè al Venezuela. Uno schieramento di portaerei da guerra mai visto prima nelle acque antistanti era stato dispiegato dagli Stati Uniti sin dal novembre 2025 con la scusa della sicurezza al narcotraffico.
La vera minaccia diretta gli Stati Uniti l’hanno così concretizzata e portata a segno proprio laddove la Dottrina Monroe 2.0, definita nel documento sulla Strategia di Sicurezza Nazionale, autoassegnava legittimità agli Stati Uniti: nel “cortile di casa” latinoamericano. Ovviamente lo hanno fatto colpendo l’obiettivo simbolico e strategico del Venezuela, patria del progetto politico del Socialismo del XXI secolo e obiettivo geoeconomico fondamentale per via del petrolio “rivendicato” più volte da Trump proprio nell’ultimo mese. L’approccio infatti è quello tipico delle aggressione imperialiste a cui ci hanno abituato gli Stati Uniti nella loro fase unipolare: retorica dell’operazione di sicurezza (narcotraffico al posto del terrorismo), attacco ai simboli politici (bombardato il Mausoleo Chavez), distruzione delle infrastrutture delle risorse energetiche di cui ci si vuole appropriare indebitamente (pozzi di petrolio, sempre loro dall’Iraq al Venezuela).
Nonostante il Venezuela si aspettasse questo attacco e si fosse armato, ricorrendo anche all’aiuto di Russia e Cina che avrebbero inviato sistemi di difesa antiaerea, non risultano notizie al momento di alcuna risposta effettiva della contraerea andata a segno. I Blackhawk americani che bombardano a volo basso su Caracas sono la fotografia di un Trump che apre il 2026 tornando alla guerra asimmetrica, con la spavalderia di un George Bush qualsiasi, forte di una definizione autostabilita delle aree di influenza. Nonostante le voci dei Presidenti sudamericani da Diaz Canel a Gustavo Petro si siano alzate forti e chiare, denunciando immediatamente l’aperta violazione del Diritto internazionale, non c’è speranza per il Venezuela se non interverranno le altre potenze del mondo multipolare a difenderlo. La mossa di Trump non casualmente arriva proprio nei giorni seguenti l’apertura di Maduro a trattare. Come uno squalo che sente l’odore del sangue il Presidente americano ha interpretato l’apertura come segno di debolezza e ha attaccato con la ferocia tipica dell’imperialismo nella sua fase unipolare.
La consapevolezza di Trump che non verrà esercitato alcun Diritto internazionale senza la forza delle potenze del mondo multipolare è chiara. Il Presidente americano ragiona esattamente come l’uomo homo homini lupus nello stato di natura: esistono solo le prove di forza per regolarsi, la legge e il diritto appartengono ai deboli. Quello che sta facendo Trump è esattamente la misurazione con la forza di quanto il mondo multipolare è disponibile a reagire in quello che gli Stati Uniti hanno preventivamente definito con la Dottrina Monroe 2.0 il loro territorio. Reagiranno o avverrà una reciproca e tacita spartizione delle aree di influenza?
La logica barbarica del lupo con cui ragionano gli Stati Uniti e l’Occidente non ci deve stupire, l’abbiamo conosciuta bene nelle guerre asimmetriche del passato e se a qualcuno fosse servita la prova che nemmeno con Trump sono cambiati l’hanno avuta: non c’è diritto internazionale, nessuna autodeterminazione dei popoli, bensì solo un “buono e giusto” e un “dittatore malvagio” per cui scompare l’aggredito e l’aggressore. Tutta la retorica del potere dei nostri leader occidentali sulla giustizia improvvisamente scompare: restano solo i nostri alleati americani “buoni” e i dittatori “cattivi”. La logica binaria dell’aggressore e aggredito viene immediatamente riparametarata sulla vecchia retorica dell’impero unipolare. Il punto è però ora il potere: il nuovo ordine multipolare ha sempre detto che lavorerà per il ripristino di un ordine globale basato sul diritto internazionale e non sulla forza bruta. Non è un caso che tutte le voci dell’America Latina che si stanno sollevando in queste ore richiamino prepotentemente in causa l’ONU e il diritto internazionale violato. Dalla Palestina al Venezuela l’imperialismo statunitense se ne infischia e procede per prove di forza, richiamarlo all’ordine della legge è anch’essa una prova di forza. E il nuovo ordine multipolare ha sempre affermato di non voler procedere con i metodi barbarici dell’Occidente collettivo, ma di voler riportare il mondo al rispetto del diritto internazionale con la sola forza della legge.
Si tratta di una prova che i BRICS in qualche maniera dovranno affrontare, perché l’obiettivo politico di Trump è doppio: riportare ordine nel “cortile di casa” e colpire i BRICS+. Il colpo politico al Socialismo del XXI Secolo significa riportare l’ordine colonialista e neoliberista su un continente che, seppur trattato da schiavo, non ha mai rinunciato ad alzare la testa. Il nuovo documento sulla Strategia di Sicurezza Nazionale viene alla luce assieme a questa prova di forza e mira a definire l’area di influenza statunitense in un mondo, di sicuro quello Occidentale, in cui le più elementari norme del diritto internazionale non contano. In definitiva se non si affronta questa prova non subirà un duro colpo solo il Brasile di Lula, e con lui l’America Latina, ma l’intero mondo multipolare verrà colpito se lascerà impunito l’ennesimo crimine imperialista, poiché l’imperialismo statunitense si accinge a compiere il medesimo crimine contro l’Iran, neo-membro dei BRICS+ e pilastro fondamentale per il Medio Oriente.
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