di Alessandro Bartoloni
Dalle rivolte contro i reclutatori alle denunce per abusi nei centri di mobilitazione, fino alle nuove inchieste che coinvolgono apparati di sicurezza e criminalità organizzata: mentre Kiev deve fare i conti con una crescente tensione interna, la coalizione dei Volenterosi prepara il primo test operativo della Multinational Force Ukraine. E la vittoria dei Democratici alle elezioni di metà mandato americane potrebbe ridare fiducia al partito della guerra.
Avete visto che cosa sta succedendo in Ucraina?
In questi giorni i social ucraini sono colmi di cronache, più o meno attendibili, provenienti da Petropavlivska, alla periferia di Kiev. Qui una folla inferocita avrebbe preso d'assalto un edificio occupato da uomini del Battaglione Azov, una delle formazioni più controverse dell'esercito ucraino, indicata nel dibattito pubblico come una formazione di matrice neonazista.
Secondo le prime ricostruzioni, all'interno dell'edificio, descritto come una prigione segreta destinata a renitenti alla leva e disertori, gli uomini del battaglione avrebbero tenuto prigionieri quaranta civili e ne avrebbero anche ucciso uno.
Nei video diffusi sui social si vede un ragazzino di 14 anni tratto in salvo dalla folla. In altre registrazioni si sentono diversi spari e si vede la popolazione distruggere un autobus utilizzato dalle pattuglie impegnate nella mobilitazione forzata.
Per provare a calmare la folla inferocita è arrivato poco dopo sul posto Kyrylo Budanov, generale ed eroe nazionale, che ha difeso il lavoro dei militari, ammettendo anche l'esistenza di diverse strutture simili in altre parti del Paese.
Al di là del singolo episodio, sul quale non è mancata naturalmente la consueta interpretazione del complotto russo, ciò che merita attenzione è un fenomeno più ampio: le proteste della popolazione contro la mobilitazione forzata stanno diventando sempre più frequenti e, sempre più spesso, violente.
La mobilitazione forzata e la crescente rabbia della popolazione
Nel febbraio 2026, il Commissario ucraino per i diritti umani, Dmytro Lubinets, ha riferito che il suo ufficio aveva ricevuto 6.127 denunce riguardanti presunte violazioni commesse dal personale dei centri di reclutamento. Un numero aumentato di oltre 300 volte rispetto al 2024.
Sul web circolano inoltre centinaia di video che documentano episodi di violenza e quelli che vengono descritti come sequestri di persona da parte dei reclutatori, impegnati a prelevare uomini per destinarli al servizio militare.
La pressione sulla popolazione è destinata ad aumentare. È stato lo stesso Budanov ad ammettere che all'Ucraina occorrono 30.000 nuovi soldati al mese per continuare la guerra.
Un fabbisogno che rende evidente la dimensione del problema: le categorie di cittadini interessate dalla mobilitazione continueranno ad aumentare, insieme alla disperazione e alla rabbia di una popolazione sottoposta da anni alle conseguenze del conflitto.
La mobilitazione, dunque, non rappresenta soltanto una questione militare. È anche un problema politico e sociale che rischia di approfondire ulteriormente la frattura tra le istituzioni e una parte della società ucraina.
Le altre inchieste: il confronto tra NABU e apparati di sicurezza
Ma le tensioni interne all'Ucraina non riguardano soltanto la mobilitazione militare.
Secondo quanto riportato dal quotidiano Ukrainska Pravda, sono state perquisite le abitazioni di alcuni membri dei servizi di sicurezza nell'ambito delle indagini sulle attività di Andrii Osipov, nome in codice «il Criminale».
Secondo le ricostruzioni, alcuni agenti avrebbero garantito a Osipov protezione e libertà d'azione per le sue attività illegali. Tra queste figurerebbero la gestione di una rete di call center fraudolenti, il traffico di droga, la produzione illegale di sigarette contraffatte e valuta estera. La banda sarebbe stata inoltre coinvolta in aggressioni e sequestri di persona.
Il NABU, l'Ufficio nazionale anticorruzione ucraino, sta dando la caccia anche a un suo socio, il Meksykanets, il «messicano», fondatore del cartello della droga Khimprom.
Altri ricercati hanno nomi in codice piuttosto singolari, come «il Boxer» e «Pasha». Tra questi compare anche «il Consulente», nome di copertura di un agente di polizia corrotto.
Le autorità hanno inoltre diffuso registrazioni nelle quali la banda pianificava un'aggressione con l'acido ai danni del giornalista investigativo Denys Bihus. Quest'ultimo aveva scoperto che in una catena di negozi in sospetta espansione veniva venduta droga camuffata da souvenir.
Dopo l'operazione anticorruzione «RE MIDA», siamo quindi di fronte a un nuovo capitolo del confronto tra il NABU e l'SBU, il Servizio di sicurezza dell'Ucraina.
Il suo numero uno, Oleksandr Poklad, ha infatti rimosso due uomini finiti nelle maglie di un'altra operazione anticorruzione.
Si tratta di un quadro che mostra quanto siano complesse le tensioni interne agli apparati dello Stato ucraino, dove le inchieste anticorruzione coinvolgono anche uomini appartenenti ai servizi di sicurezza.
La vittoria dei Democratici americani e il futuro della guerra
Ma ora che hanno vinto i Democratici alle elezioni di metà mandato, che cosa cambierà per la guerra in Ucraina?
È una domanda che in molti si stanno giustamente ponendo. E la risposta non è particolarmente rassicurante.
Per puro calcolo, cinismo e tutto quello che si vuole, Trump aveva però sospeso le sanzioni contro la Russia, aperto la strada a possibili intese commerciali ed energetiche con Mosca e diminuito gli aiuti militari e finanziari a Kiev.
Una linea che aveva ridotto drasticamente la possibilità di un conflitto diretto tra Stati Uniti e Russia, uno scenario nel quale anche le nostre case avrebbero potuto trasformarsi in un campo di battaglia.
I Repubblicani di Trump hanno però perso sonoramente, mentre i Democratici, che ora deterranno la maggioranza in entrambe le Camere del Congresso, potrebbero finalmente avere maggiori margini per sostenere Kiev e prolungare il conflitto. Il sostegno all'Ucraina era infatti una delle ragioni principali per cui avevano contestato la linea del presidente.
Per gli analisti, tuttavia, il risultato elettorale non significa necessariamente che i Democratici avranno mano libera.
Qui sta il paradosso: indebolito pesantemente sul fronte interno, Trump potrebbe essere indotto a concentrarsi ancora di più sulla politica estera, dove conserva ampi poteri in qualità di comandante in capo.
Anzi, per il presidente americano potrebbe risultare più semplice rivendicare una vittoria politica sul fronte internazionale, dando finalmente sostanza all'immagine di peacemaker che ha cercato di accreditarsi fin dalla campagna elettorale, piuttosto che recuperare terreno in patria, dove la mappa elettorale gli mostra un netto successo dell'asino democratico.
Insomma, un voto non basterà necessariamente a modificare la posizione della Casa Bianca finché alla Casa Bianca ci sarà Trump, che continua a chiedere concessioni alla parte ucraina.
Secondo Daniel Fried, ex ambasciatore americano in Polonia, un Congresso controllato dai Democratici troverà più facile arginare quelle che considera le idee sbagliate dell'amministrazione Trump, come la revoca delle sanzioni contro la Russia.
Un altro ex ambasciatore, William Taylor, ha però ricordato che le decisioni di politica estera spettano al presidente, mentre il Congresso ha voce in capitolo soprattutto sui finanziamenti.
Può, ad esempio, intervenire sui dazi, ma il presidente gode comunque di ampia flessibilità nella definizione delle tariffe doganali.
Potrebbe quindi non cambiare nulla per l'Ucraina, soprattutto con un presidente che finora si è dimostrato imprevedibile e che, davanti a questo risultato elettorale, potrebbe diventarlo ancora di più.
La coalizione dei Volenterosi prepara il suo primo test militare
Mentre la diplomazia si prepara a un nuovo round negoziale, con colloqui in programma ad Abu Dhabi, la coalizione dei Volenterosi si prepara a schierare per la prima volta il proprio braccio militare.
La notizia, riportata anche da La Stampa in un articolo dal compiaciuto ed eccitato Marco Bresolini intitolato «Mar Nero, prove di esercito europeo. E Putin fa strage», non ha ricevuto nel nostro Paese l'attenzione che meriterebbe.
In Polonia sono infatti previsti circa 3.000 soldati provenienti da undici Paesi, impegnati nell'esercitazione militare multinazionale «Koalicja», che dovrebbe iniziare il prossimo 9 novembre e coinvolgere anche il Mar Nero e lo spazio aereo romeno.
Un tenente generale britannico guiderà l'esercitazione, utilizzando mezzi aerei e terrestri. Si tratta del primo test operativo della «Multinational Force Ukraine» (MNF-U).
Il progetto rappresenta un passaggio importante nella costruzione di una struttura militare multinazionale europea legata al futuro dell'Ucraina.
Secondo quanto riportato da Bresolini, questa forza dovrebbe costituire una sorta di rete di sicurezza offerta a Kiev come alternativa all'articolo 5 della NATO, dal momento che l'Ucraina non potrà entrare a far parte dell'Alleanza atlantica. Il contingente avrà inoltre il compito di assistere direttamente l'esercito ucraino.
Si tratta di un progetto politico-militare interamente europeo che, per poter funzionare, dovrà comunque disporre di una garanzia di copertura americana, seppure nelle retrovie.
Non è ancora noto quanti uomini verranno effettivamente schierati nella forza multinazionale. Di certo, però, saranno molti di più dei 2.800 coinvolti nel test in Polonia: secondo le stime riportate, potrebbero essere addirittura dieci volte tanto.
All'iniziativa parteciperanno Francia, Regno Unito, Belgio, Estonia, Germania, Lituania, Paesi Bassi, Polonia, Spagna, Svezia e Turchia.
L'esercitazione «Koalicja» rappresenta dunque un primo passaggio operativo nella costruzione di una presenza militare multinazionale che potrebbe accompagnare l'Ucraina anche in una futura fase successiva al conflitto.
Il punto politico è evidente: mentre si discute diplomaticamente di una possibile soluzione della guerra, i Paesi europei stanno contemporaneamente lavorando alla costruzione di una struttura militare destinata a garantire la sicurezza di Kiev e ad assisterne le forze armate.
La guerra in Ucraina e gli interessi europei
È in questo contesto che va letta anche la reazione europea alla vittoria dei Democratici americani.
Gran parte dei media della sinistra ZTL ha accolto con entusiasmo la sconfitta di Trump alle elezioni di metà mandato. Ma, al di là dei numerosi difetti del presidente americano, resta un elemento che merita di essere considerato: almeno per il momento, Trump ha scongiurato una guerra diretta tra Stati Uniti e Russia, uno scenario che avrebbe potuto trasformare proprio l'Europa e le nostre città in un campo di battaglia.
Le cose, quindi, sono un po' più complicate di come vengono raccontate.
Il problema per i lavoratori italiani non è semplicemente rappresentato dai Democratici o dai Repubblicani. È l'oligarchia capitalista statunitense, indipendentemente dal genere e dal colore politico con cui si presenta.
La distinzione tra i due partiti americani non può infatti far dimenticare la continuità di alcuni interessi strategici ed economici che attraversano entrambi gli schieramenti.
Per questo motivo, non basta festeggiare la sconfitta di un presidente o la vittoria dell'altro. Occorre interrogarsi sulle conseguenze concrete delle scelte di politica estera americana per il nostro continente, sulla possibilità di un'escalation militare con Mosca e sul ruolo che gli Stati europei stanno progressivamente assumendo nel conflitto.
Per gli europei, una guerra diretta tra Stati Uniti e Russia non sarebbe una questione distante o astratta. Sarebbe una guerra vedrebbe le nostre case e le nostre famiglie come campo di battaglia.
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