USA-Cina: siamo sicuri che è il disavanzo il problema?

di Domenico Moro

La bilancia commerciale dell’Ue a 27 nei confronti della Cina è notevolmente peggiorata negli ultimi anni, passando da un deficit di 50,6 miliardi di euro nel secondo trimestre del 2021 ai 103,3 miliardi di quello del 2026[i]. Tale peggioramento dipende soprattutto dall’aumento delle importazioni europee dal gigante asiatico che, sempre nel secondo trimestre, sono passate dai 107 ai 153 miliardi. I prodotti più importati in Ue dalla Cina sono nell’ordine: apparecchiature elettriche, macchinari e veicoli.

Sono soprattutto questi ultimi ad essere aumentati, grazie alla grande competitività dell’auto cinese, le cui importazioni nella Ue nei primi sei mesi del 2025 e del 2026 sono passate da 14,4 a 20,4 miliardi, mentre l’esportazione europea in Cina è scesa da 9,3 a 6,7 miliardi, quasi triplicando il deficit da 5,1 miliardi a 14 miliardi. A pagare il prezzo del calo dell’export sono i produttori di auto europei, a partire dalla tedesca Volkswagen, che, come abbiamo rilevato in altri articoli, progetta di licenziare 50mila addetti e chiudere quattro fabbriche in Germania.

La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha affermato che lo squilibrio commerciale con la Cina è insostenibile e sta portando alla deindustrializzazione dei principali poli europei. La von der Leyen ha attribuito alla Cina la responsabilità di questi squilibri, a causa dell’eccesso di capacità produttiva e della concorrenza scorretta delle imprese cinesi, che sarebbero sussidiate dallo Stato. La presidente della Commissione ha quindi minacciato la Cina di dazi più alti alle sue esportazioni, nel caso in cui i negoziati in corso non portassero a cambiamenti significativi. I cinesi hanno risposto con decisione, dicendo che avrebbero risposto proporzionatamente a ogni azione protezionistica europea. Inoltre, i cinesi hanno affermato che i loro prodotti sono semplicemente più competitivi, grazie alle loro capacità innovative e tecnologiche. Secondo la Cina, è l’industria europea che dovrebbe migliorare la sua capacità di innovazione.

La situazione odierna, però, è simile a quella che c'era nell'Ottocento. L'Europa, compresa l'Inghilterra, importava molto dalla Cina e vi esportava poco, da cui un deficit commerciale enorme. Gli inglesi tentarono di trovare merci appetibili per i cinesi, ma niente, non ci riuscirono. A un certo punto, però, ne trovarono una, l'oppio dell'India, che era colonia britannica. In questo modo, inondarono la Cina di droga, riequilibrando la bilancia commerciale. Quando il governo cinese bloccò il traffico di droga, gli inglesi, sostenuti dai francesi, intervennero con la forza militare (le cosiddette guerre dell'oppio, 1839-42) e obbligarono la Cina ad aprirsi alla “libertà di mercato”. In realtà, l'Occidente ha sempre avuto problemi di deficit commerciale con la Cina, fin dall’Impero Romano, che malgrado le rampogne di Plinio il Vecchio, importava grandi quantità di spezie e soprattutto di seta per soddisfare i lussi delle ricche matrone.

Il fatto è che la Cina è sempre stata il paese con il Pil assoluto maggiore del mondo, ma perse sempre più posizioni nel periodo in cui è stata una semi-colonia degli occidentali. Il Pil degli Usa nei confronti di quello della Cina era il 7,9% nel 1820, il 157% nel 1900 e il 531% nel 1950[ii]. Ora, la Cina sta riacquistando il suo posto: nel 2025 il Pil Usa era il 119% di quello cinese, ma, calcolato a parità di potere d’acquisto, rappresentava appena il 74%[iii]. Il recupero cinese odierno non è, però, dovuto solo all'ingegnosità e alla laboriosità dei suoi abitanti o al costo del lavoro inferiore a quello dei paesi capitalistici avanzati. Ci sono due fattori che di solito non vengono nominati. Il primo è la grandezza del mercato, il maggiore del mondo, per cui la Cina può fare economie di scala enormi, risparmiando sui costi di produzione. Ma soprattutto la Cina ha un ordinamento socialista (con caratteristiche cinesi, come dicono loro), che le permette di sfruttare la pianificazione diretta dallo Stato.

I piani quinquennali cinesi non stabiliscono rigidamente quote di prodotto, ma obiettivi generali, in base alle necessità del paese. Una volta che gli organismi politici e statali definiscono le priorità, come produrre una determinata quota di energia da fonti rinnovabili, o recuperare il ritardo nei semiconduttori, il sistema si dirige in quella direzione. Ad esempio, il sistema bancario, che è interamente pubblico, facilita gli investimenti nei semi-conduttori. Dunque, esistono imprese private, che ricercano il profitto, ed un mercato, ma accanto c’è non solo un settore di imprese pubbliche, ma anche un ecosistema finanziario (fra l’altro la Banca centrale non è autonoma come da noi), scientifico e tecnologico pubblico che cerca di far marciare tutto insieme. Non sempre ci riesce in modo ottimale, come nel caso della crisi immobiliare. Inoltre, tendenze liberiste cercano di affermarsi, problemi di corruzione esistono e il welfare va potenziato[iv]. Ma i positivi risultati generali sono sotto gli occhi di tutti.

Se l'Europa non innova è perché è un'area di capitalismo avanzato, dove la produzione è sottomessa solo al profitto delle imprese multinazionali che viene effettivamente realizzato. Se il profitto (o meglio un certo livello di profitto) non viene garantito, l'investimento, l'innovazione e la produzione ristagnano e i capitali vengono investiti nella finanza o in settori protetti e monopolistici (come le utility), oppure la produzione viene spostata dove la forza lavoro è meno cara, ossia in Asia orientale e in America Latina, o, più vicino, in Marocco e in Turchia.

Per concludere, la superiorità cinese deriva sì dall'innovazione, ma perché lo Stato la stimola e la pianifica insieme a tutta l'economia. Si tratta, quindi, di una superiorità di sistema. Il socialismo, sebbene a uno stadio iniziale, dimostra la sua superiorità sul capitalismo speculativo e finanziario. L'Europa occidentale e gli Usa hanno una economia speculativa e parassitaria, basata sullo sfruttamento del resto del mondo. Quando questo viene meno, come nel caso della Cina dove lo Stato, attraverso il Partito comunista, garantisce la sovranità e l'indipendenza del paese, ecco che Europa occidentale e Usa hanno seri problemi.

Dunque, non credo che l'Europa sia in grado – a causa dei rapporti sociali in essa dominanti - di recepire l'invito della Cina a innovare. Penso che, quindi, quello che dobbiamo aspettarci è un aumento dei dazi protezionistici, a dispetto del fatto che la Ue si è sempre eretta a paladina del libero mercato. È sicuro, inoltre, che ci sarà una nuova ondata di esternalizzazioni produttive all’estero, dove il costo del lavoro è più basso, dall’Europa orientale (magari nei paesi che si apprestano a fare il loro ingresso nella Ue) al Magreb. La deindustrializzazione, insieme all’intelligenza artificiale, colpirà il tessuto sociale dell’Europa occidentale, e ciò destabilizzerà l’assetto politico, come sta accadendo in Germania. La conversione delle fabbriche di auto in fabbriche di armi – come già sta avvenendo in Germania - e l’aumento della spesa militare sono semplici palliativi dal punto di vista del rilancio economico, e è una scelta molto pericolosa dal punto di vista degli equilibri politici internazionali.

L’alternativa, però, esisterebbe. Bisognerebbe cambiare paradigma, abbandonando quello mercantilista, basato sulle esportazioni e sulla moderazione salariale, a discapito di un mercato interno depresso anche dalla austerità di bilancio. E bisognerebbe abbandonare anche il paradigma neoliberista, fondato sulle privatizzazioni, sulla subalternità della politica e dello Stato a imprese private, libero mercato e profitto. Lo Stato dovrebbe ritornare a essere protagonista, come prevede la nostra Costituzione, che parla di programmazione economica (art. 41 e 43), e come accadeva all’epoca della Prima repubblica, quando l’Italia era la quinta economia mondiale. Un modello che all’epoca fu studiato attentamente proprio dai cinesi.

Ma, a questo punto, è evidente che tutto ciò richiede una trasformazione profonda della politica non solo dell’Italia ma anche della Ue. Questa, infatti, negli ultimi decenni ha imposto politiche di bilancio restrittive, che hanno tagliato i servizi pubblici, ha bloccato l’intervento imprenditoriale pubblico, classificandolo come “aiuti di stato”, ed ha “raccomandato” le cosiddette “riforme”, che hanno condotto a massicce privatizzazioni e reso il lavoro salariato sempre più debole nei confronti del capitale e meno pagato.

[i] Eurostat, Statistics Explained, Eu trade with China-Latest developments, August 2026.

[ii] Maddison Project Database, miei calcoli sui dati del Pil pro-capite e popolazione.

[iii] World Bank Group, Database, miei calcoli su dati del Pil in dollari costanti del 2015 e in dollari costanti del 2021 a parità di potere d’acquisto.

[iv] Il presidente cinese Xi Jinping ha accentuato la lotta contro la corruzione. Inoltre, dal covid la sanità cinese è molto migliorata e gli economisti stanno discutendo di introdurre il “salario vitale”, calcolato sui reali costi della vita, un reddito di base universale e pensioni non contributive.

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