di Alex Marsaglia per l'AntiDiplomatico
L’Unione Europea, sull’onda della crisi inflazionistica innescata dalle guerre di fine impero e del debito di un’economia finanziarizzata, viene attraversata dalla più profonda ed estesa ondata di manifestazioni degli ultimi decenni. Le istituzioni del grande Quisling europeo che governa per conto degli americani le terre che vanno dalle coste dell’Atlantico alle porte della Russia sono talmente sottomesse all’ideologia colonialista neoliberista dall’aver unificato nella crisi sociale, dopo appena 12 anni, Atene e Berlino. Nella ribellione che in queste settimane sta attraversando Francia, Spagna, Germania, Belgio, Italia, Albania e Grecia vi è una comunione di destini che portano i popoli, uniti dalla politica del riarmo a discapito del welfare, a ribellarsi assieme.
Ovviamente sinora si tratta solo di una ribellione, di una scintilla nella prateria, come si suol dire. Non vi sono forze politiche e organizzazioni strutturate in grado di condensare le comuni rivendicazioni in un’unica piattaforma rivendicativa. Vi è però un’idea che, innominabile, oggi come un tempo vaga per le più grandi capitali d’Europa senza poter essere liberamente espressa. Lo spettro del sovranismo aleggia per l’intero continente, in cui movimenti, partiti, categorie e in definitiva cittadini rivendicano soprattutto di poter decidere liberamente dei propri destini, brandendo il più basilare dei diritti: il diritto a poter vivere in pace, come ha detto pochi giorni fa Jean-Luc Mélenchon «non prepareremo i nostri figli a morire!». Questa rivendicazione elementare viene respinta in toto, e con ogni mezzo, dalla tecnocrazia imperante in Europa che subito dopo il lockdown del Covid ha iniziato a parlare di “economia di guerra”. Dunque, etimologicamente, esattamente il contrario di quanto richiesto da tutte le popolazioni europee: si tratta di farci sopravvivere in guerra. Ed effettivamente le condizioni economiche in cui si trovano ad abitare le popolazioni del continente sono progressivamente sprofondate in una situazione emergenziale creata ad hoc. Come ci spiega magistralmente Giorgio Agamben, la biopolitica europeista di questi anni si è riempita di dispositivi che entrano nella carne viva delle persone a tal punto da aver ridotto a dispositivo lo stesso termine “Europa”. Dal “risanamento del debito pubblico o default” alla “pandemia o il lockdown” alla “pace o il condizionatore” la unilateralità e indiscutibilità delle direttive europee hanno reso quel potere sostanzialmente il potere. Come ben ci si è accorti dai tempi del risanamento forzato dei conti pubblici greci in violazione del volere del popolo, di democratico vi era più poco o nulla. L’Unione Europea ha insomma esercitato il suo potere d’imperio, in assenza di fondamento costituzionale democratico, oserei aggiungere. Il ricatto diretto sui popoli è stato il principale metodo di governo e addirittura comunicativo. Chi non si lascia incantare dalle sirene della propaganda, ben si rende conto che quando si giunge al sodo del discorso politico il potere europeo non presenta alternativa e anzi, se c’è la annichilisce, quando non la reprime o la arresta direttamente come stiamo vedendo in questi giorni. Questa dialettica europeista antidemocratica, che ha iniziato a diventare evidente nel biennio 2014/15 in riferimento alla vicenda del debito, oggi si è apertamente inasprita. In quegli anni si è allevata una guerra in seno all’Europa, facendola crescere al punto che oggi è matura al punto da potervi ricattare i popoli. Questo i popoli lo hanno ben chiaro e hanno osato alzare la testa ribellandosi. Ovviamente la cosa più facile per smorzare una ribellione è ridurre la prateria a palude, così per evitare di propagare l’incendio si tenterà come sempre si è fatto nella storia di infiltrare i movimenti, comprare e ridurre a gatekeeper i vari contestatori. Insomma, normalizzare le istanze rivendicative è ciò che la liberal-democrazia ha dimostrato di saper fare meglio. Il punto è che il capitalismo ha potuto farlo negli anni grazie a un modello sociale che ora è da smantellare, non ci sono più all’orizzonte politiche redistributive per ammansire gli antisistema. Tutte le risorse per la macchina militare, questo è quanto viene imposto. La crescente volontà del potere di censurare, reprimere ed esercitare coercizione riflette proprio il cambio di modalità di un potere che è già entrato nella modalità militarista in cui ci si fa pochi scrupoli ad annullare le elezioni perché non ha vinto il candidato prescelto. A chiarire questa modalità è stato proprio il Ministro della Difesa italiano Crosetto in una recente intervista alla BBC in cui ha detto: «non possiamo cedere all’opinione pubblica quando riteniamo che l’opinione pubblica sia sbagliata» (https://www.bbc.com/news/articles/c64g18ljjd8do). Così poco importa che tutte le piazze d’Europa, sotto varie ipotesi e piattaforme rivendicative, chiedano meno warfare e più welfare, ci è imposto dal potere di fare esattamente l’opposto dunque quell’idea è “sbagliata”. Chi è dunque che valuta e ritiene una determinata opinione pubblica “sbagliata”? Il corpo della politica che incarna questo potere dal 2014 ad oggi è indiscutibilmente l’Unione Europea. Il “ce lo chiede l’Europa” è giunto al punto di “chiederci” di mandare i nostri figli in guerra. Ecco il vero dispositivo smascherato da Giorgio Agamben nel suo ultimo capolavoro: «il termine Europa non indica una realtà politica sostanziale, ma un dispositivo tattico-strategico in vista di un determinato obiettivo, di ordine prevalentemente bellico». Secondo il filosofo l’Europa è sempre esistita come corpo politico unicamente come «concetto puramente negativo, i cui contenuti sono di volta in volta definiti in opposizione a un nemico reale o costruito»[1]. Troppo facile identificare negli ultimi 12 anni quale sia stata la perfetta costruzione del nemico in grado da fare da collante per i 27 popoli dell’Unione Europea. La Russia è il nemico perfetto in grado di riempire quel vuoto identitario. Il punto è che il deficit democratico che abbiamo patito e di cui ci si è lamentati in tutti questi anni è in realtà l’elemento costituivo dell’Unione Europea quale Quisling dell’impero americano. Era ben difficile che un tale mostro sfociasse in maniera differente rispetto ad una guerra verso un nemico esterno, ma le guerre costano e il dominio è del dollaro.
Non fossero abbastanza chiari tali elementi che costituiscono l’identità europea, quale attore indebitato in funzione americana, basta seguire le dinamiche delle relazioni internazionali. Il regime ucraino, nuovamente scavalcato dagli interessi americani che si sono accordati con quelli russi, è venuto in Europa a batter cassa per l’ennesima volta. E per l’ennesima volta ha trovato finanziamenti facili: 70 miliardi richiesti e già di fatto accordati. A pagare il conto della guerra sono le popolazioni del continente europeo totalmente asservite all’Impero americano. Per dirlo ancora una volta con le parole del filosofo italiano: «dal punto di vista della sua costituzione, l’Unione Europea non ha alcuna legittimità. È allora perfettamente comprensibile che un’entità politica senza una costituzione legittima non possa esprimere una politica propria. La sola parvenza di unità si raggiunge quando l’Europa agisce come vassallo degli Stati Uniti»[2]. E questo è letteralmente ciò che accade: l’Unione Europea promuove gli interessi dell’impero decadente statunitense, lasciandosi scavalcare dall’accordo sul diesel quando ciò porta soldi a loro, comprando poi le loro armi per proseguire la loro guerra sempre per portare acqua al loro mulino. Ciò che risulta più chiaro che mai dalle ribellioni in atto in queste ore è che non è solo l’Italia ad essere un protettorato americano, ma l’Europa intera che attualmente si esprime nell’istituzione antidemocratica dell’Unione Europea. E come ben sanno i Paesi del Sud Europa, le stesse politiche monetarie hanno cessato di essere utilizzate come leva di politica economica in grado di contrastare le crisi sociali, anzi le acuiscono. Madame Lagarde lo ha confermato per l’ennesima volta davanti alla rivolta francese, facendo sapere che stavolta è il turno anche dei Paesi del Nord: “le misure per rassicurare i mercati devono essere trovate in Francia, attraverso un bilancio serio, e non a Francoforte”. Berlino a suo modo aiuterà Parigi sprofondando assieme nella desertificazione industriale e nell’indebitamento. In tutto questo il grande assente è il popolo, che prova a rialzare la testa in maniera scomposta, con cortei, manifestazioni e rivolte ormai diffuse in tutto il continente. La propaganda del potere nel frattempo ha già ribaltato la dialettica reale, definendo quello stesso popolo violento, mentre propone di portare tutti al fronte dove la violenza è quotidiana, sistemica e onnipresente e non sporadica e occasionale. L’Essere sociale che invece rappresenta l’anima dell’Europa, cioè il suo popolo, è dilaniato dalla sofferenza economica che le guerre dell’Impero gli stanno facendo pagare. I costi coloniali stanno schiacciando quell popolo che o riuscirà a darsi una forma politica e a rivendicare il diritto di «decidere da soli cosa facciamo, dove lo facciamo, come lo facciamo e senza alcun padrone che ci dica cosa dobbiamo fare», come ha invocato Mélenchon allo Zénith d’Auvergne, oppure verrà ridotto a cadavere politico. Uno zombie mero esecutore del volere d’oltreoceano. Se dall’opposizione al dispositivo Europa riuscirà ad aggregarsi una risposta nazionale realmente sovrana, in grado di mettere in soffitta per sempre il potere anonimo che manipola le coscienze predisponendole all’accettazione passiva dello stato di cose presente, allora avremo una vera Europa politica; viceversa ricadremo in una dialettica imperiale che continuerà a frapporre alternative a più modelli di neoliberismo colonialista.
[1] G. Agamben, Il corpo della politica, Bollati Boringhieri, Torino, 2026, p. 66
[2] Ivi, p. 72
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