di Agata Iacono
Lo storico Prof Alessandro Barbero ha una qualità molto rara tra gli intellettuali accademici italiani:
è diretto, usa un linguaggio semplice alla portata di tutti, è poco tecnico e molto emozionale, è seguitissimo soprattutto dai giovani.
In altre parole è pericoloso.
Questo basta perché sia censurato, deriso, stigmatizzato, aggredito.
Il Professore Barbero ha fatto un breve video per esprimere le sue motivazioni del perché voterà NO al referendum sulla riforma della giustizia, attualmente fissato per il 17 marzo 2026.
E Meta, "grazie" alla segnalazione di un suo Fact-checking (Open), oscura e censura il video, penalizzando chiunque lo condivida, perché diventato troppo virale.
Plausibilmente, Barbero non aveva la minima intenzione di diventare testimonial di una campagna referendaria.
Ha, semplicemente, dopo aver esitato molto perché non si tratta della sua materia, detto la sua.
Ed è proprio questo che ha reso il video virale.
La maggior parte delle persone non hanno gli strumenti per intervenire tecnicamente sulle specificità giuridiche.
E, ad oggi, i promotori del NO, oggettivamente, non brillano per capacità di semplificare e spiegare: non ci sono alternative facilmente fruibili, in questa fase, da parte dei Comitati per il NO.
Il fatto che il video di Barbero sia diventato virale, (e per questo pericoloso e da censurare), è la dimostrazione plastica del bisogno di portare il confronto referendario su un piano accessibile a tutti, senza doversi vergognare ad aprire un dibattito vero, popolare, senza necessario sfoggio di semantica giuridica.
Se dobbiamo andare a votare, insomma, vogliamo capire e per capire dobbiamo poter utilizzare il nostro linguaggio ed esprimere serenamente le nostre ragioni, i nostri dubbi, le nostre opinioni.
Senza paura di essere censurati, se, invece che "funzioni", diciamo carriere, o se, piuttosto che "politica", ci scappa da dire governo.
Insomma, Barbero uno di noi
Per questo il video, (che oggettivamente non è certo esaustivo, ma è sentito, breve, semplice e sincero), è stato diffuso ovunque ed è stato censurato.
Quelli per il SI diffondono impunemente falsità sul fatto che, senza separazione delle carriere e doppio CSM, il caso Garlasco sarebbe mai successo, che, con la riforma della giustizia, la famiglia nel bosco sarebbe rimasta nel bosco, che la magistratura è nemica del potere politico quando boccia il Ponte sullo stretto, ma è imparziale se assolve Salvini dal reato di sequestro di persona....
Oggettivamente, non c'entra nulla, (e questo lo capirebbe anche un bambino), la riforma della magistratura con le millantante "ragioni del sì".
Ma nessun Open ha censurato le bislacche e scorrette fake esternate costantemente contro la magistratura.
Solo Nordio, il ministro della giustizia, non è riuscito a contenere uno sprazzo di sincerità, quando ha detto (più o meno) che il PD, qualora fosse un giorno al governo, non potrebbe che beneficiare di un più limitato campo d'azione di uno dei tre poteri dello Stato...
Naturalmente, dopo Open, si sono scatenati altri giornali contro Barbero, da Huffington a Il Foglio.
In mancanza di argomenti validi, è più auspicabile trovare un capro espiatorio e diffamarlo.
Solitamente, nelle strategie di marketing, quando non si ha un buon prodotto da pubblicizzare, si consiglia di denigrare la concorrenza.
Sarebbe inutile fare il fact-checking del fact-checking, se non altro per non spostare l'attenzione dal vero problema (LA CENSURA) alla comprensione e analisi del testo dello storico Barbero.
Ma poiché il video viene classificato come fake, proviamo a riportare uno dei commenti, il parere di un giurista, anch'esso ormai molto diffuso, in queste ore.
Intanto il video di Alessandro Barbero (salvato da molti utenti) viene condiviso farneticamente in tutti i social nonché nei gruppi e chat privati, rischiando di superare Chiara Ferragni.
Il testo è dell'avvocato Rolando Dubini.
"Il fact-checking che non controlla i fatti (ma li addomestica)
Quando per “smentire” una critica costituzionale si confonde il diritto con l’aritmetica e la politica con la grammatica
C’è un modo molto italiano di fare fact-checking: prendere una questione di architettura costituzionale, ridurla a un elenco di frasi isolate, confutarle una per una come se fossero slogan, e poi dichiarare il caso chiuso.
L’articolo di Open del 21 gennaio 2026, firmato da David Puente [laurea triennale in scienze e tecnologie multimediali conseguita nel 2012, 11 anni dopo.l'iscrizione], è un esempio scolastico di questa tecnica.
Si sostiene che Alessandro Barbero “sbaglia” perché confonde Governo e Parlamento, perché i membri laici non sono scelti dall’esecutivo, perché le percentuali restano le stesse, perché nessuno potrà “dare ordini” ai magistrati. Tutto formalmente vero. Tutto sostanzialmente irrilevante.
Il problema della riforma della giustizia non è chi firma l’atto, ma come viene ridisegnato l’equilibrio dei poteri. E su questo l’articolo di Open non dice nulla di serio.
Partiamo dall’argomento più abusato: “non è il Governo, è il Parlamento”.
È un’obiezione che impressiona solo chi confonde l’educazione civica delle medie con il diritto costituzionale. Il Parlamento che compila le liste dei membri laici è un Parlamento espressione di una maggioranza politica, la stessa che sostiene il Governo. Spacciare questa distinzione per una garanzia di neutralità significa ignorare deliberatamente come funziona una democrazia parlamentare reale.
La riforma introduce il sorteggio, ma lo introduce dopo che la politica ha deciso chi può essere sorteggiato. Questo è il punto. Il sorteggio non elimina il potere politico: lo sposta a monte, nel momento decisivo della formazione delle liste. È lì che si gioca la partita, non nell’urna del caso.
Secondo mantra: “la composizione resta 2/3 togati e 1/3 laici”.
Ancora una volta, numeri usati come foglia di fico. Non conta solo quanti sono, conta come arrivano lì. Un CSM composto da magistrati eletti dai colleghi è un organo rappresentativo. Un CSM composto da magistrati estratti a sorte è un organo casuale. Cambia radicalmente la legittimazione, la forza interna, la capacità di resistere a pressioni esterne. Dire che “le percentuali sono le stesse” equivale a dire che una giuria popolare e un’estrazione del lotto sono la stessa cosa perché il numero dei cittadini è uguale.
Terzo punto, quello più grave: l’Alta Corte disciplinare.
Open minimizza, parla di “solo il 20% di laici”, dimenticandosi – non per distrazione, ma per costruzione dell’argomento – che i membri non togati sono in realtà il 40% e che, soprattutto, la presidenza è riservata ai non togati.
Chi presiede un organo disciplinare non è un dettaglio: stabilisce l’agenda, orienta l’interpretazione, governa i tempi e il clima delle decisioni. Far finta che questo non conti significa non aver mai aperto un manuale serio di diritto delle istituzioni.
Poi c’è il classico spauracchio retorico: “nessuna norma consente al Governo di dare ordini o sanzionare i magistrati”.
Benissimo. Nessuno lo sostiene. Nessun costituzionalista serio parla di ordini telefonici o di decreti punitivi. Il problema moderno dell’indipendenza non è l’ordine scritto, è il controllo delle carriere, delle valutazioni, della disciplina. È il cosiddetto “effetto di raffreddamento”: il magistrato che sa di essere giudicato in un sistema strutturalmente diverso tende, anche inconsciamente, a evitare conflitti.
La riforma sottrae la funzione disciplinare al CSM, che storicamente era nato proprio per tenere quella funzione fuori dall’esecutivo, e la trasferisce a un nuovo organo con una composizione e una leadership diverse. Questo è un fatto. Non è fascismo, certo. Ma non è nemmeno neutro.
Ed è qui che il fact-checking fallisce clamorosamente.
Si concentra sul ridicolizzare l’iperbole (“ritorno al fascismo”) e così evita la domanda vera: questa riforma aumenta o diminuisce l’indipendenza effettiva della magistratura?
A questa domanda l’articolo non risponde. La aggira, la diluisce, la sostituisce con rassicurazioni lessicali.
Barbero, da storico, ha usato immagini forti e semplificazioni. Ma ha colto un nodo reale: la trasformazione dell’autogoverno da sistema rappresentativo a sistema casuale, con un ruolo politico spostato a monte e reso meno visibile.
Open, da fact-checker, ha preferito correggere le virgole e ignorare l’architettura.
Questo non è fact-checking.
È anestesia del conflitto costituzionale."
Avv. Rolando Dubini
Penalista cassazionista – Foro di Milano