All-in dell’Impero Usa in una partita globale che si mette male


di Giuseppe Matranga

Negli ultimi anni la scena globale sembra muoversi come un tavolo da poker impazzito, dove gli Stati Uniti hanno deciso di andare “all-in” pur di difendere un ordine mondiale che sfugge loro di mano. Le dinamiche internazionali si stanno rapidamente riallineando e il disequilibrio geopolitico raggiunge livelli che non si registravano dalla fine della Guerra Fredda.

Ucraina, il fronte più visibile della crisi dell’ordine mondiale.

La guerra in Ucraina resta il punto più evidente della competizione tra potenze. Gli Stati Uniti e i loro alleati europei continuano a sostenere Kiev con aiuti militari, economici e logistici di portata colossale. Tuttavia, la prospettiva di una soluzione diplomatica appare lontana, mentre si moltiplicano i segnali di affaticamento occidentale. Mosca, logorata ma non domata, fa leva sulle nuove partnership eurasiatiche e su un mondo non più disposto ad accettare automaticamente le linee di Washington.
Il caso Maduro, e la crisi del diritto internazionale.

Il rapimento del presidente venezuelano Nicolás Maduro — figura che, in quanto capo di Stato, dovrebbe godere di immunità assoluta dalla giurisdizione statunitense — segna un precedente senza paragoni. Questa vicenda non è solo un episodio di tensione diplomatica, ma un simbolo del collasso del diritto internazionale, ormai percepito come uno strumento discrezionale, applicato o ignorato in base alla convenienza geopolitica delle superpotenze.
Israele, Gaza e Iran: il triangolo del rischio.

In Medio Oriente, l’appoggio incondizionato degli Stati Uniti a Israele, nonostante la catastrofe umanitaria a Gaza e la crescente tensione con l’Iran, sta accentuando la frattura con buona parte del Sud globale. Molte nazioni emergenti — dall’Asia all’Africa — vedono nell’attuale linea americana una rappresentazione del vecchio ordine coloniale, dove la giustizia internazionale si applica selettivamente. L’eventuale estensione del conflitto in regione potrebbe aprire scenari imprevedibili, con ripercussioni planetarie. Di fronte a ciò gli equilibri si modificano, come l’accordo di mutua difesa tra Arabia Saudita (un tempo punto di riferimento statunitense) con la potenza nucleare pakistana, la grave offesa subita dal Kuwait sul proprio territorio con l’attacco aereo mirato israeliano, per non parlare del governo rivoluzionario yemenita che mettendo ferro e fuoco il Golfo di Aden ha destabilizzato gran parte delle rotte commerciali.

L’Europa: un gigante economico di cartapesta

L’Unione Europea appare oggi più fragile che mai. Divisa al suo interno, priva di una politica estera autonoma e profondamente dipendente dalla protezione militare americana, Bruxelles vive una crisi identitaria. Le capitali europee, da Berlino a Roma, sembrano costrette a muoversi entro un perimetro definito da Washington, sacrificando interessi strategici in nome della fedeltà atlantica. Questa condizione di subordinazione sta progressivamente riducendo l’Unione a un’appendice del potere statunitense, incapace di svolgere un ruolo realmente mediatore nella scena mondiale.

I paesi europei hanno fatto a meno – per un mero fattore di principio – all’energia russa, destinando le loro industrie manifatturiere a un immediato declino che ha portato a centinaia di migliaia di licenziamenti, perdite mostruose di fatturato e delocalizzazioni (talvolta anche verso gli USA). Seppur verbalmente ma in contesti ufficiali le hanno sparate talvolta così grosse da proporre una confisca di beni finanziari russi, che di fatto si è tradotta in un nulla di fatto perché nessuno è stato in grado di prendersene la responsabilità, se non addirittura di una “sconfitta strategica russa” quando ad oggi la Russia dimostra di utilizzare solo una parte del proprio catalogo bellico al fronte e di contro i nostri pezzi più pregiati si vedono bruciare tra i reels di Instagram e i video Telegram.

Per di più si sono accollati senza battere ciglio dei dazi doganali senza motivazioni a cui invece di rispondere con dazi protezionistici di rappresaglia hanno millantato grandi successi diplomatici negli accordi ottenuti.

Persino il recente interesse statunitense verso la Groenlandia — ricca di minerali strategici e snodo cruciale per le rotte artiche — appare come un segnale di nervosismo. Gli Stati Uniti sembrano temere di perdere il controllo sulle nuove frontiere geopolitiche, comprese quelle climatiche, mentre la Russia e la Cina già espandono la propria presenza nell’Artico.

La Danimarca è un piccolo paese con una enorme isola spopolata da difendere, lontana migliaia di chilometri, con cani da slitta e soldati pseudoartici armati di doppiette da caccia.

Tra i suoi alleati ci sono i paesi europei, tra i quali si può menzionare un ex-paese coloniale che negli ultimi due anni è stato cacciato a pedate da ogni territorio africano (Francia), un altro che essendo il grande sconfitto della seconda guerra mondiale non ha di fatto un vero esercito ma vorrebbe apprestarsi nei prossimi 6 anni a ricostituirne uno dignitoso (Germania), e per ultimo il suo peggior nemico, gli Stati Uniti d’America. E’ proprio un carosello divertente quello che si delinea, due insiemi che si intersecano, Unione Europea e Nato.

Se da una parte l’Unione europea sotto la guida pseudo-democrtica della von der Leyen cerca di mantenere i piedi ben saldi nelle staffe americane, i singoli governi europei almeno a parole, si delineano possibilisti nell’ipotesi di difendere il territorio groenlandese se ci fosse un attacco militare statunitense; alcuni addirittura facendo cenno a un ipotetico art.5 del trattato NATO, come se esso stesso fosse una vera alleanza e non una ridicola carta che ha posto le basi giuridiche della supremazia americana sul resto dell’Occidente.

I BRICS e la sfida all’impero del dollaro.

Nel frattempo, l’asse dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, e i nuovi membri come Arabia Saudita e Iran) si rafforza su più fronti. L’obiettivo di creare un sistema finanziario alternativo al dollaro segna un passo concreto verso la fine del monopolio monetario americano. La banca dei BRICS, già operativa, e i progetti di scambio in valute locali delineano un nuovo equilibrio multipolare che riduce progressivamente il potere coercitivo degli Stati Uniti e delle istituzioni da essi dominate, come FMI e Banca Mondiale.

Se l’entità del problema si era già delineata pochi giorni dopo le “sanzioni che avrebbero spezzato le reni alla Russia” che in teoria avrebbero dovuto isolarla e invece ha isolato ‘Occidente dal resto del mondo, la sfida sul piano prettamente valutario mette gli Stati Uniti nella posizione di agire ora rischiando il tutto per tutto, o rassegnarsi a un lento declino e alla perdita dell’egemonia globale.

Se gli Usa finora hanno mantenuto questa posizione di supremazia è dovuto indiscutibilmente a molteplici fattori, tra questi vanno menzionati il dominio militare/marittimo e la perenne minaccia a cui pure gli alleati sottostanno ormai da 80 anni, il dominio finanziario e commerciale. Entrambi i prima citati derivano comunque da un fattore fondamentale che spesso si tende a dimenticare: il dollaro.

Il dollaro è stato per quasi un secolo la moneta di riferimento globale, nonchè la valuta ufficiale in diversi paesi che non godono di una banca centrale propria, questo è da sempre un vantaggio strategico senza eguali. Questa posizione dominante del dollaro permette agli Stati Uniti di non avere alcun timore nel destinare cifre astronomiche alla loro spesa pubblica, agli investimenti nell’industria militare e nello spionaggio, senza badare al crescente rapporto debito pubblico/Pil, in quanto la loro banca centrale potrebbe coprire qualsiasi valore finche il dollaro non rischia di deprezzarsi negli scambi valutari internazionali.

Al contempo se questa posizione valutaria dovesse venire meno, e i rischi sono tanti e concreti, la Federal Reserve si troverebbe ad essere una banca centrale qualunque, dotata di un’ampia autonomia finanziaria ma sempre in bilico in quelli che sono “i mercati”.

Non è un caso infatti che Donald Trump stia facendo enormi pressioni sul board della FED, lui sta provando in tutti i modi a proteggere il dominio del dollaro, ma il presidente della Fed deve garantirgli piena copertura finanziaria alle spese di governo.

Cina: la partita secolare.

La Cina gioca la sua partita con pazienza strategica. Mentre Washington moltiplica le crisi e le sanzioni, Pechino stringe alleanze commerciali e infrastrutturali in Asia, Africa e America Latina, consolidando il proprio ruolo di potenza alternativa. La crescente influenza cinese nel mercato tecnologico, energetico e finanziario rappresenta una minaccia diretta all’egemonia americana e segnala un cambiamento strutturale nell’economia globale.

Il Mondo è in bilico: l’azzardo dell’Impero e il tramonto dell’ordine liberale.

Tutto lascia intendere che stiamo vivendo la fase terminale di un’epoca. L’ordine costruito dagli Stati Uniti nel secondo dopoguerra — basato su potere militare, controllo finanziario e supremazia tecnologica — mostra crepe profonde. Le guerre “permanenti”, il collasso del diritto internazionale, la crisi della credibilità delle istituzioni multilaterali e l’ascesa di potenze alternative stanno ridisegnando la mappa del potere globale.

L’“all-in” statunitense non è solo un atteggiamento tattico: è la risposta disperata di un impero costretto sulla difensiva, che tenta di difendere i propri margini d’influenza mentre gli equilibri si spostano verso Est e Sud del mondo. Washington punta tutto sulla proiezione militare e sulla difesa dell’egemonia del dollaro, ma le carte sembrano sempre meno favorevoli: il fronte interno è spaccato, la coesione occidentale è più apparente che reale e i margini di manovra economici si riducono a ogni nuova crisi.
Parallelamente, il campo avversario non è compatto ma è determinato. I BRICS non rappresentano un semplice consesso economico, bensì la forma embrionale di un nuovo ordine multipolare. Paesi un tempo marginali, ora forti di risorse, popolazioni e ambizioni globali, rifiutano la narrazione dell’“Occidente universale” e costruiscono infrastrutture autonome: nuovi circuiti finanziari, sistemi di pagamento alternativi, reti commerciali e diplomatiche fuori dal controllo statunitense. Cina e Russia, pur con i loro limiti, fungono da catalizzatori di questa transizione.

In questo scenario, l’Europa resta sospesa: troppo legata a Washington per affermare una linea autonoma, troppo frammentata per essere un soggetto geopolitico coeso. Ciò che un tempo fu il cuore del mondo industriale è oggi un arcipelago di economie dipendenti, prive di visione strategica comune e incapaci di dialogare con le nuove potenze emergenti senza l’avallo americano.

Il risultato è un pianeta dove la competizione fra blocchi si accentua, le regole comuni scompaiono e la forza torna ad essere la misura ultima del diritto. Ne consegue un’instabilità profonda, una sorta di “pre-guerra fredda” globale che coinvolge sfere economiche, militari, tecnologiche e perfino culturali. I confini tra guerra e pace, tra diplomazia e coercizione, si fanno sempre più sottili.

Dietro l’apparente ritorno della potenza americana, cova un interrogativo cruciale: quanto potrà durare un sistema fondato sull’uso della forza, sulla paura e su una moneta che non rappresenta più la ricchezza reale del mondo? Se le mosse recenti di Washington — dal sostegno incondizionato a Kiev e a Tel Aviv, alla pressione sulla Groenlandia — sono un tentativo di mantenere il primato, il rischio è di accelerare proprio ciò che si vuole evitare: la nascita di un mondo post-americano.

È dunque possibile che il “grande rimpasto” geopolitico sia già iniziato, silenzioso ma inesorabile. Ogni Stato — grande o medio, alleato o neutrale — osserva, calcola e prepara la propria mossa. Il XXI secolo non avrà un singolo egemone, ma un mosaico di potenze regionali, alleanze fluide e conflitti intermittenti, in cui l’unica costante sarà la competizione.

E forse è proprio questo il punto: non è più l’America a dettare le regole del gioco. Sta solo tentando, con la posta più alta di sempre, di non esserne esclusa.

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