L’escalation bellica in Medio Oriente entra in una fase critica dopo gli attacchi aerei condotti da Stati Uniti e Israele contro le infrastrutture energetiche iraniane nella regione di Asaluyeh, cuore del gigantesco giacimento di South Pars, che garantisce circa il 70% del gas domestico dell’Iran. Le esplosioni hanno provocato incendi e l’interruzione temporanea delle attività di raffinazione, segnando un salto qualitativo nel conflitto. La risposta di Teheran non si è fatta attendere. Il presidente del Parlamento, Mohammad-Baqer Qalibaf, ha dichiarato che le imponenti manifestazioni popolari anti-USA hanno “sventato i piani del nemico”, avvertendo che colpire le infrastrutture energetiche iraniane equivale a un “suicidio” per gli aggressori. Milioni di persone sono scese in piazza in tutto il Paese, sfidando persino il rischio di nuovi bombardamenti, in un’esibizione di compattezza nazionale.
Parallelamente, i vertici militari iraniani hanno alzato ulteriormente il livello dello scontro. Il comando centrale Khatam al-Anbiya e i Pasdaran (IRGC) hanno annunciato che le infrastrutture energetiche legate agli Stati Uniti nella regione saranno prese di mira “con forza totale”. In particolare, sono stati indicati obiettivi in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, con inviti espliciti alla popolazione civile ad allontanarsi dalle aree sensibili.
Si tratta di una svolta strategica: fino ad ora, infatti, gli impianti petroliferi erano stati risparmiati per evitare uno shock globale. Ora, invece, l’energia diventa campo di battaglia diretto. I mercati reagiscono immediatamente: il Brent supera i 109 dollari al barile e gli analisti temono un’impennata fino a 150 dollari o oltre, con conseguenze potenzialmente devastanti per l’economia mondiale. Sul fronte statunitense, emerge un altro dato cruciale: il costo della guerra. Il Pentagono ha parlato di oltre 11 miliardi di dollari spesi in una sola settimana, ma stime indipendenti indicano cifre ben più elevate: tra 1 e 2 miliardi al giorno. Se il conflitto dovesse protrarsi, il conto potrebbe raggiungere un quarto di trilione di dollari in poche settimane.
Gli esperti avvertono che il vero prezzo sarà ancora più alto nel lungo periodo, includendo assistenza ai veterani e interessi sul debito. Secondo alcune valutazioni, il costo finale potrebbe arrivare a diversi trilioni di dollari, un peso che ricadrà sulle future generazioni statunitensi. In questo scenario, il conflitto non appare più come una crisi regionale, ma come un potenziale detonatore globale: energetico, economico e geopolitico. La “nuova fase dello scontro” evocata da Teheran potrebbe ridefinire gli equilibri internazionali nei mesi a venire.
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