L’Unione Europea si avvicina a un nuovo confronto commerciale con la Cina. Spagna, Francia, Italia, Paesi Bassi e Lituania hanno presentato un documento congiunto in vista della riunione della Commissione europea di venerdì, chiedendo misure più dure contro quelle che definiscono “pratiche commerciali sleali” di Pechino. Sul tavolo ci sono nuovi dazi e strumenti di difesa commerciale più aggressivi, mentre il presidente francese Emmanuel Macron ha persino evocato misure simili alla “Section 301” utilizzata dagli Stati Uniti contro la Cina. Negli ambienti europei cresce la narrativa dello “shock cinese”, alimentata dal deficit commerciale UE-Cina che nel 2025 avrebbe raggiunto i 360 miliardi di euro. Secondo questa visione, l’Europa rischierebbe di essere sommersa da prodotti cinesi a basso costo, con effetti devastanti sull’industria continentale.
Ma questa lettura ignora diversi elementi fondamentali. Gran parte delle esportazioni cinesi verso l’Europa riguarda infatti settori strategici come auto elettriche, pannelli fotovoltaici e batterie al litio, cioè comparti nei quali la domanda europea è in forte crescita. Inoltre, quasi metà degli scambi tra Cina e UE è costituita da beni intermedi: molte aziende europee acquistano componenti e semilavorati cinesi, li trasformano in prodotti ad alto valore aggiunto e li rivendono globalmente con ampi margini di profitto. Il caso della francese Renault viene indicato come emblematico. Grazie all’integrazione con la filiera cinese, la casa automobilistica ha ridotto tempi e costi di sviluppo della Twingo E-Tech, rafforzando la propria competitività nel mercato europeo delle auto elettriche low cost.
Anche sul fronte dei servizi il quadro è più complesso di quanto suggeriscano le statistiche doganali. Nel 2024 l’UE ha registrato un surplus di oltre 50 miliardi di dollari nei servizi verso la Cina, mentre royalties e licenze tecnologiche europee generano ogni anno enormi profitti sul mercato cinese. “Il surplus è in Cina, ma i profitti sono in Europa”, sintetizzano alcuni osservatori. Dietro il calo della competitività europea, sostengono molti analisti, vi sarebbero soprattutto problemi interni: costi energetici esplosi dopo la crisi con la Russia, eccesso di burocrazia, ritardi negli investimenti tecnologici e un modello industriale sempre meno dinamico rispetto a Cina e Stati Uniti. Problemi che difficilmente potrebbero essere risolti con nuovi muri tariffari. Non a caso, all’interno dell’UE emergono già divisioni significative.
La Germania, principale economia europea, non ha firmato il documento, mentre gli stessi Paesi Bassi restano scettici sul protezionismo commerciale. Il timore è che l’Europa finisca per replicare la strategia statunitense della guerra commerciale contro la Cina, con il rischio di danneggiare le proprie imprese e spezzare ulteriormente le catene globali di approvvigionamento. Pechino, dal canto suo, avverte che eventuali misure unilaterali contro le aziende cinesi saranno seguite da contromisure. Per questo, alla vigilia del vertice europeo, cresce la pressione affinché Bruxelles scelga la strada del dialogo invece di aprire un nuovo fronte di guerra economica globale.
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