Caccia all'uomo negli USA: l'ICE, la polizia di Trump

14 Gennaio 2026 15:25 La Redazione de l'AntiDiplomatico

In un clima di paura orchestrato e di retorica xenofoba, gli Stati Uniti stanno assistendo all’ascesa di una forza di polizia spietata, un'agenzia che opera nell'ombra, scardina le cosiddette garanzie civili che sarebbero garantite della patria della libertà e semina il terrore nelle comunità. Non stiamo parlando di un regime autoritario del passato, ma dell'operato odierno dell'Immigration and Customs Enforcement (ICE) sotto l'amministrazione Trump. I paralleli con i metodi della Gestapo non sono più un'iperbole retorica, ma una tragica realtà documentata.

Come la polizia segreta del Terzo Reich, l'ICE agisce spesso senza uniformi identificative, mascherando i propri agenti, irrompendo in case e luoghi di lavoro, e compiendo arresti arbitrari sulla base di sospetti vaghi o del semplice aspetto fisico. La retorica ufficiale che dipinge migranti, anche quelli con documenti in regola, come "terroristi domestici" o "invasori" fornisce la copertura ideologica per una caccia all'uomo sistematica.

L'omicidio di Renee Nicole Good, cittadina statunitense uccisa da un agente ICE durante un'operazione, è diventato il simbolo di questa deriva. Nonostante le immagini e le proteste nazionali, l'amministrazione Trump ha scelto di diffamare la vittima, ribaltando la realtà e accusandola di terrorismo. Questa è la stessa logica della propaganda che giustifica ogni atrocità. Un sondaggio di YouGov rivela che il 50% dei cittadini statunitensi vede quell'omicidio come "ingiustificato", ma l'agenzia non viene smantellata: viene potenziata. Una legge firmata da Trump ne aumenterà l'organico del 120%, trasformandola nella più grande forza di polizia federale, un mostro burocratico armato e senza controlli.

Le testimonianze da Los Angeles a Downey, in California, dipingono un quadro agghiacciante. Agenti in borghese irrompono in parcheggi, fermano lavoratori, ignorano documenti validi. A Highland Park, un venditore di cibo viene prelevato. A Silver Lake, viene arrestato Rafael, un uomo presente nel quartiere da 40 anni, colpevole solo di aver avuto paura e di essere scappato alla vista di agenti che inseguivano altri. A Downey, due giardinieri - uno con la green card, l'altro con un permesso di lavoro valido - vengono aggrediti e trattenuti finché la reazione della comunità non costringe gli agenti alla fuga. In quella stessa occasione, un agente ha puntato le armi contro cittadini che filmavano. Queste non sono operazioni di polizia: sono raid di intimidazione. Compiuti in quello stesso paese che accusa l’Iran e altre nazioni di non rispettare i diritti umani o il diritto alla manifestazione.

Il modello è chiaro: operazioni mirate senza preavviso alle autorità locali, assenza di trasparenza, uso di tattiche militari in contesti civili, criminalizzazione della solidarietà e del giornalismo alternativo. Il messaggio è: "Possiamo prendere chi vogliamo, quando vogliamo, e non dovete chiedere conto a nessuno". È l'essenza dello stato di polizia.

Il fatto che il 46% degli statunitensi sostenga ora l'abolizione dell'ICE - superando per la prima volta chi vi si oppone - è un grido di allarme che non può essere ignorato. L'ICE non è più un'agenzia per l'applicazione delle leggi sull'immigrazione; è diventato il braccio armato di un'ideologia suprematista e razzista, uno strumento di terrore politico e di pulizia etnica strisciante.

Chiamare l'ICE la "Gestapo statunitense" non è quindi un’esagerazione o un goffo tentivo di fare della propaganda anti-statunitense. È un preciso atto di denuncia contro un'agenzia che ne ha abbracciato i metodi: la brutalità, la de-umanizzazione del "nemico" interno e l'erosione calcolata di quelle libertà fondamentali di cui gli USA si ritengono la patria.

Evidentemente, a forza di volerle esportare all’estero, queste libertà, sono venute a mancare proprio negli Stati Uniti stessi.

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