Canada–Cina: pragmatismo e nuove opportunità

di Fabio Massimo Parenti* - CGTN

Saper mettere da parte dissidi e rancori del passato, lavorare sempre a favore del riavvicinamento tra i popoli, tenere aperte le porte del dialogo, saper costruire invece di distruggere sono solo alcuni degli insegnamenti che si posso trarre dalla recente visita di Carney in Cina. Dopo otto anni di incomprensioni e tensioni delle relazioni bilaterali, la visita del Primo Ministro canadese Mark Carney a Pechino, segna un passaggio politicamente rilevante. Mai confondere il pragmatismo con il cinismo, soprattutto quando si tratta di sostenere più cooperazione per il bene dei popoli coinvolti e rilanciare, come è avvenuto, nuove opportunità economiche reciprocamente vantaggiose. Tutto ciò si evince dalla dichiarazione congiunta Cina-Canada, come soprattutto dagli accordi siglati in numerosi settori economici: disponibilità a ridurre i dazi da entrambe le parti e a sostenere investimenti reciproci, nel mercato dell’auto, dell’agricoltura, dell’energia, della sicurezza e della cultura. Da questi importanti vertici tenutisi a Pechino emerge una chiara volontà a costruire una nuova partnership strategica.

Con interessi in comune e in un mondo sempre più destabilizzato dalle avventure militari ed economiche dell’amministrazione Trump, questo tipo di rapporti, questo approccio alle relazioni internazionali, queste forme di cooperazione politica ed economica, manifestano una grande responsabilità dei leader coinvolti che non riguarda solo le relazioni bilaterali ma anche la sicurezza mondiale. E’ un esempio, un modello di diplomazia economica e culturale che non va sottovalutato in un epoca in cui la più grande economia del mondo si allontana dalle Nazioni unite e segna la sua fuoriuscita da 66 organizzazioni internazionali.

Non siamo di fronte a una normalizzazione piena, né a una svolta ideologica. Piuttosto, emerge un tentativo di riaggiustamento pragmatico in un contesto internazionale sempre più instabile, segnato dal ritorno del protezionismo e dall’erosione delle certezze atlantiche.

Dal lato canadese, la visita nasce dall’esigenza di ridurre la dipendenza strutturale dagli Stati Uniti in una fase in cui Washington appare meno prevedibile, più coercitiva e sempre più incline all’uso politico del commercio. Dal lato cinese, l’apertura verso Ottawa si inserisce in una strategia più ampia di stabilizzazione dei rapporti con partner avanzati, soprattutto quelli che mostrano segnali – anche minimi – di autonomia strategica rispetto alla linea statunitense.

Nell’incontro con Xi, entrambe le parti hanno parlato di un “nuovo punto di partenza” e di rilancio del dialogo politico ed economico. La Cina, per bocca del ministro degli Esteri Wang Yi, ha insistito sulla necessità di ridurre “interferenze” e incomprensioni. Un messaggio che suona come un invito a una politica estera canadese meno allineata e più autonoma. Un esempio, aggiungiamo, anche per l’Unione europea, che, con il suo peso economico, non è in grado di mostrare reale autonomia rispetto alle pressioni ed imposizioni di Washington.

Carney, da parte sua, ha sottolineato come i rapporti con la Cina possano risultare, oggi, “più prevedibili” di quelli con gli Stati Uniti. Un’affermazione che pesa più delle formule diplomatiche e che fotografa bene lo stato d’animo di una parte delle élite economiche nordamericane.

Sul piano concreto, la visita ha prodotto una serie di intese settoriali: cooperazione su energia pulita, sicurezza alimentare, prevenzione della criminalità transnazionale, gestione forestale e scambi culturali. È stato inoltre avviato un dialogo energetico strutturato a livello ministeriale, con cadenza regolare. Non si tratta di accordi vincolanti di lungo periodo, ma di meccanismi di riattivazione del rapporto, pensati per ricostruire quella fiducia che purtroppo era andata perduta negli ultimi anni. Parimenti rilevante, come dicevamo, è il segnale sul fronte commerciale. Le parti hanno concordato una riduzione parziale e selettiva dei dazi incrociati: Ottawa attenuerà le misure più punitive sui veicoli elettrici cinesi, mentre Pechino allenterà la pressione su prodotti agricoli strategici canadesi come la canola. È un compromesso limitato, ma significativo ed indica la volontà di uscire dalla spirale ritorsiva che aveva caratterizzato gli ultimi anni.

Se questa strada, volta a costruire un destino comune, proseguirà nella giusta direzione i due paesi riusciranno a raggiungere un accordo strutturale di ampio respiro, una potenziale partnership strategica. Al momento, tutto è appena iniziato, ma non si può non riconoscere il valore di ogni tentativo di riaprire canali di dialogo, di ridurre i costi della conflittualità e di guadagnare margini di manovra in un sistema internazionale irrigidito dalla dialettica tra crisi di egemonia e l’emergere di un sistema policentrico. Resta da vedere se questo spazio bilaterale verrà realmente ampliato o se si richiuderà alla prima pressione geopolitica significativa.

*Fabio Massimo Parenti è professore associato di studi internazionali e Ph.D. in Geopolitica e Geoeconomia

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