Capire l'Iran

02 Marzo 2026 10:00 Agata Iacono

di Agata Iacono

Siamo stati abituati a guardare all'Iran attraverso stereotipi, costruiti per fomentare rivoluzioni colorate e regime change.
È difficile, per noi figli del positivismo e dell'illuminismo, della narrazione suprematista della nostra storia imperialista e colonialista, nonché consumatori compulsivi e schiavi del neoliberismo, concepire che vi possa essere sincretismo tra spiritualità e azione politica.
Noi occidentali crediamo di essere i detentori della democrazia e della libertà: siamo cresciuti a nutella, McDonald's e libertà:
libertà di arricchirsi sulla pelle degli altri, libertà di sfruttare i più deboli, libertà di avere successo e arricchirsi, di occupare e depredare, di imporre la legge del più forte, di consumare ed elevare il prodotto di consumo a status simbol....
Salvo, poi, essere anche liberi di perdere il lavoro, di non trovare nessuno disposto ad aiutarci o almeno a condividere empaticamente la nostra sofferenza, liberi di fallire, di essere "perdenti", di suicidarci o cadere in preda a droghe e depressione, senza assistenza, senza welfare, senza sanità e istruzione pubbliche.
Liberi di mercificare il corpo della donna, di essere indifferenti se 20.000 bambini a Gaza vengono uccisi deliberatamente, se i nostri potenti (la Coalizione Epstein) abusano di minorenni, stuprandoli, torturandoli, uccidendoli in riti antropofagi...
In Iran tutto è pubblico, è diritto dovere di ognuno partecipare alla pari alla vita politica.
I cittadini iraniani sono un popolo fiero, orgoglioso, consapevole di una cultura millenaria e allo stesso giovanissimo, in cui tradizione e innovazione trovano sempre equilibrio e sincretismo.
Ed è l'unico popolo che sente nel profondo la sofferenza del popolo palestinese.
Se pensiamo all'Iran abbiamo un'immagine stigmatizzata: la donna velata e succube, ignorante e schiava, uccisa se dal velo esce una ciocca di capelli.
Per i più distratti l'obbligo di velo non è più in vigore.
Il tasso di alfabetizzazione tra le donne iraniane ha raggiunto cifre molto elevate, dalla cacciata dello Shah stimato intorno al 97-99% per le giovani donne tra i 15 e i 24 anni.
Le donne costituiscono la maggioranza degli studenti universitari. Nel 2025 è stato riportato che oltre il 60% dei candidati universitari sono donne e circa il 64,3% delle donne iraniane possiede un titolo universitario.
Le donne iraniane sono fortemente rappresentate nelle discipline scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche e matematiche (STEM), rappresentando circa il 70% dei laureati in questi settori.
Sono inoltre attivamente impegnate in politica e ricoprono ruoli fondamentali, anche in parlamento.
La religione è libera: fanno parte del parlamento iraniano anche cristiani e il culto della Madonna è molto diffuso anche tra gli islamici.
La storia millenaria del popolo persiano si intreccia con la Storia recente, dalla seconda guerra mondiale al regime imposto di Mohammad Reza, famigerato per la polizia politica Savak e il terribile lager di Qajar, principale luogo di detenzione per gli oppositori politici, intellettuali e dissidenti del regime autoritario della dinastia Reza Pahlavi.
Durante il regno di Reza Shah, la prigione fu utilizzata per reprimere partiti politici, sindacati e figure dell'intelligentia.
Qasr era noto per le sue condizioni dure. Tra i detenuti famosi di quel periodo figura il poeta Mohammad Farrokhi Yazdi, che si ritiene sia stato ucciso lì. Anche il ministro della Corte Abdolhossein Teymourtash, caduto in disgrazia, fu imprigionato e ucciso nel carcere di Qasr nel 1933.
Il medico del carcere: Il carcere di Qasr era tristemente noto per la presenza del Dr. Ahmad Ahmadi, soprannominato "Mouse" o "Dr. Ahmadi", che somministrava iniezioni letali ai prigionieri politici per conto del regime.
Qasr ha continuato a funzionare come prigione politica anche durante il regno del figlio di Reza Shah, Mohammad Reza Pahlavi, prima di essere trasformato in un museo nel 2003, rivoluzione del 79 guidata da Khomeini.
La recente storia dell'Iran è segnata dalla lotta del generale Soleimani contro l'Isis, oggi venerato come martire, ucciso da Trump e Netanyahu con un raid all'aeroporto di Bagdad nel 2020, dalla "strano incidente" aereo che ha ucciso il presidente Raisi e il ministro degli esteri, al sostegno concreto e fondamentale alla causa palestinese in tutte le sue forme....
Credono che decapitare un vertice possa buttare nel caos l'istituzione e il popolo: questo non accade in Palestina, non accade in Yemen, non accade in Libano, non può accadere in Iran.
Credono che uccidendo Khamenei tutto si sfaldi e si rimetta il pupazzo che fa più comodo all'occidente, magari un tagliagole ripulito come in Siria.
Ma non hanno capito niente.
Il martire è un testimone, un modello, ogni martire è una promessa per continuare la sua missione.
Ogni martire si moltiplica.
Amava rispondere Soleimani a chi gli chiedeva se aveva paura di morire:
"Ma tutti dobbiamo morire, anche quello che abita nel lusso: la vera e sola scelta che puoi fare è COME vivere".

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