Carla Filosa - La Guerra Multipla

di Carla Filosa

L’ultima definizione indifferente della guerra, l’ultima aggettivazione che sembra smussarne il fine criminale è quella di essere “ibrida”, cioè multiforme, combattuta su piani diversi, quasi fosse solo una semplificazione dell’innovazione tecnologica dell’ultima ora. Precedentemente, a difesa della sovranità, territorio e giurisdizione di uno stato, il diritto all’intervento bellico alla difesa della rule of Law, o diritto internazionale, era il garante ultimo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Dopo l’avvio della guerra al “terrorismo”, però, tutto ciò è sparito al punto che oggi è difficile distinguere tra guerra e terrorismo, soprattutto se quest’ultimo viene praticato proprio da stati che si pretendono i padroni del mondo, al di sopra di ogni legge. Ibrido, in questo caso, mantiene un’incerta definizione sulla strategia militare che comprende la guerra convenzionale, irregolare, di attacco e sabotaggio cibernetico, la cui flessibilità significa sottrarsi a una precisa classificazione, oscurandone sempre i fini sostanziali di predazione di risorse o di supremazia valutaria.

La narrazione “occidentale” vorrebbe condurre a un dominio altrimenti definito come “volontà di potenza” con diritto autoreferenziale, autoproclamato di guerra olistica che inevitabilmente invade la sicurezza di tutti coloro che non ne fanno parte, evidenziando la vulnerabilità di qualsiasi altro controllo che possa contrapporglisi. Fuori da ogni altro diritto condiviso che ne temperi l’onnipotenza, l’imposizione del primato della forza tende a confondere gli scopi che persegue. La guerra all’Iran, diversamente motivata da Usa e Israele, trova infatti continuamente nuovi obiettivi o motivi d’orgoglio nello “spezzarne le ossa”, secondo la recente espressione di Netanyahu. Al momento ogni governo autoctono non scelto o approvato dall’invasore verrà decapitato, assicura Trump, in base all’unicità decisionale dell’aggressore, anche se, essendo considerato l’Iran uno stato “terrorista”, non è più un “aggredito”, ma soggetto a un’“operazione geopolitica a sorpresa”, secondo la rocambolesca precisazione dell’ex ambasciatrice Zappia.

In realtà è dall’altro secolo, da guerre mondiali e rivoluzioni di cui ancora si ha timore, che si conosce la conflittualità sociale nel prevalere delle sempre più esigue classi proprietarie o quelle che controllano i capitali finanziari sulla debolezza delle classi dipendenti. Ciò che ancora non risulta chiaro, per l’abbandono teorico e scientifico ai corifei del potere, è che la lotta di classe si è sempre combattuta su vari fronti, mai direttamente (oggi addirittura tramite algoritmi!), ma costituita da vari termini medi da individuare nelle pieghe di una complessità che ne confonde i contorni. Nonostante la generale vistosità in genere dell’ultimo atto - quello dello scontro di piazza fisico con la polizia, prevalentemente eterodiretto per rafforzare il monopolio della violenza da parte dello stato – non si esaurisce infatti il poliedrico scontro di classe, molto più nascosto e reso irriconoscibile nelle divisioni tematiche, episodiche, apparentemente isolate proprio perché non se ne riconosca la funzionalità entro la frammentazione contrattuale, individualistica, generazionale, di genere, e così via.

Ora si vuole tentare la difficile operazione di mostrare la comune origine economica della lotta di classe attuale sia nelle guerre tra stati sia all’interno di ognuno di questi, dovuta alla crisi dispotica dei poteri mondiali a confronto. Se in seguito alle bombe sull’Iran l’inflazione comincia a erodere il potere d’acquisto – già i prezzi alimentari sono schizzati alle stelle a Teheran, come i voli per il rientro in Italia, il prezzo dell’energia, ecc. – non sarà l’effetto di una calamità o del fato che incombe, ma di identificabili monopoli finanziari multi o transnazionali che manovrano i fili del terrore e poi delle ristrutturazioni possibili, come solito tributo di obbedienza al padronato in crisi egemonica. Il rumore delle bombe è un ulteriore impedimento a individuare il vero obiettivo del capitale cui siffatta obbedienza è funzionale, e cioè la compatibilità della disinflazione con la ripresa produttiva che richiede ovunque e progressivamente una compressione generale del salario sociale reale.

Oltre al rapporto antagonistico nei confronti del lavoro per il quale sempre si demonizza il conflitto, nell’articolazione contraddittoria all’interno dei capitali invece questo assume varie forme fino alla soluzione bellica. Ciò che va riguardato però di questa conflittualità costitutiva - legata all’evidente ?βρ?ς (tracotanza) politica e tendenzialmente regolata dal diritto che poi il nostro ministro degli esteri assicura che vale “fino a un certo punto”! -, è che fa capo all’ineliminabile anarchia dei capitali attraversati da un complesso di mediazioni, che rimandano a innumerevoli fasi e funzioni in cui si svolge il processo ciclico dell’industria moderna, tra accumulazioni e crisi periodiche.

Se oggi si fa attenzione all’enorme debito Usa di circa 38.000 miliardi di dollari, alla necessità dichiarata di attrarre investimenti dall’estero, di ridurre le spese col respingimento dell’immigrazione, al tentativo di far rientrare l’attività produttiva nei propri confini, all’imposizione altalenante dei dazi, ecc., si intuisce anche il principale sostrato economico legato all’estrazione militarizzata di idrocarburi, dall’Iraq, alla Libia, al Venezuela e ora all’Iran, per lo più letto come fine del diritto internazionale e di caos istituzionale irriducibile. Se però si capisce che anche il caos e lo stravolgimento di ogni diritto sono gli schermi che sia all’esterno sia all’interno degli stati occidentali hanno il compito di irretire ogni dissenso alla sopravvivenza del sistema, costretto alla caduta tendenziale dei profitti e all’esplosione di tutta la sua violenza, ecco chiarificarsi la lotta per l’abbattimento di ogni bastione democratico conquistato col sangue nei secoli, dalle Costituzioni alle leggi elettorali, alle contrattazioni nazionali, alle decretazioni “sicurezza”, alle disattese tutele dei più deboli ed esclusi, ecc.

Tornando alla Riforma della Costituzione italiana subalterna all’Occidente di cui sopra, non possiamo non tener conto di questo retroterra che la Presidente del Consiglio “non condivide né condanna”. Se ancora non è chiaro, questo appuntamento è solo una piccola parte dell’attuale più ampia lotta di classe ibrida, su tutti fronti possibili, di cui questo, istituzionale, è funzionale al primato legale del potere esecutivo, liberato da ogni controllo.

Il legame tra le tendenze del capitale e le tendenze politiche deve rendersi evidente.

Senza entrare nei dettagli dei “decreti sicurezza”, il piatto forte di questi riguarda l’interdizione del dissenso sociale contornato da tanti paletti che ne realizzino l’inefficacia, la punibilità, la pericolosità, l’invisibilità, l’impotenza futura. La solita riduzione della protesta sociale a questione di ordine pubblico, ancorché stancamente ribadita, non è più sufficiente e dev’essere corredata da un connivente apporto della magistratura che va addomesticata, come affermato da Meloni, “se vince il Sì non ci saranno più sentenze non gradite”. A questa perla sommiamo quella del 9 marzo di Giusi Bartolozzi, capo del gabinetto del Ministero di Grazia e Giustizia “votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura. Sono plotoni d’esecuzione”. Tanto per capire di fronte a quale tracotante, ibrida, arrogante volgarità politica ci si trova di fronte, facendosi sfuggire l’indicibile verità!

Questa Costituzione italiana, alla provincia dell’impero, è quindi la quota di lotta di classe a noi ora delegata epperò mascherata dalle vistosità di eventi trattati come “emergenziali”, ma da reprimere o contenere, quali l’immigrazione da dividere in legale e illegale, trasgressioni sociali (raves, droghe, ecc.), manifestazioni, fino a limitare ulteriormente il diritto di sciopero. Fallito il tentativo di Renzi, l’erosione del contenuto costituzionale continua non solo nella costante inapplicabilità dei suoi articoli (un esempio per tutti la mancata equiparazione salariale uomo/donna a parità di mansione, con buona pace dell’8 marzo!), e ora con l’eliminazione dell’indipendenza della magistratura che, come affermato da Nordio, “non c’è scritta” nel testo di riforma! A complicare questo tipo di lettura critica il governo ha già buttato sul terreno il diversivo della proposta di una nuova legge elettorale che, è presumibile, dovrebbe arginare le eventuali conseguenze politiche di una possibile sconfitta referendaria.

Presentata come progetto proporzionale, è già stata valutata come l’ennesima “legge truffa” (quella che, dal 31. 03.1953, n. 148, Scelba modificò fino alla legge elettorale del 1946, con l’immissione di un premio di maggioranza di un 64,4% dei seggi alla Camera, per la/e lista/e che avessero superato il 50% dei voti validi). La riforma voluta da Giorgia Meloni deve indicare il candidato premier al momento di depositare liste e programmi, e il meccanismo del proporzionale con un premio (di maggioranza o di governabilità ancora incerto). Un modo, come hanno sottolineato Ignazio La Russa e Giovanni Donzelli, di «anticipare» il premierato, di introdurlo de facto senza doversi attardare a modificare ancora la Costituzione. Non mancano qui, per ora, nemmeno espliciti profili di incostituzionalità da sfida alla Corte costituzionale».

Il 4 marzo, inoltre, il Senato ha dato il primo via libera al disegno di legge per il contrasto all’antisemitismo. Per diventare legge, la proposta dovrà ora essere approvata dalla Camera. Al Senato la coalizione di maggioranza – composta da Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati – ha votato compatta a favore, così come Azione e Italia Viva. I partiti di opposizione di centrosinistra si sono invece divisi, anche al loro interno. Il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra hanno votato contro, mentre il gruppo del PD si è astenuto, tranne sei senatori dell’area moderata del partito, tra cui Graziano Delrio e Filippo Sensi, che hanno votato a favore insieme al centrodestra. Al centro delle divisioni c’è l’adozione nel disegno di legge della definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), contestata da una parte delle opposizioni per la presunta ambiguità della sua formulazione, che taccerebbe di antisemitismo alcune legittime critiche alla politica dello Stato di Israele.

Questo affastellamento di proposte di riforme e ddl mostra con chiarezza come si cerchi di portare avanti, senza farsi riconoscere – avrebbe detto Totò –, una programmazione unitaria di ispirazione fascista in cui al ripristino del “capo” si unifichi un esecutivo incontrastabile da ogni eventuale controllo terzo, anche per quanto riguarda l’attuale politica di insabbiamento degli orrori del genocidio a Gaza tuttora in corso, e dell’assuefazione all’impunità del governo israeliano da dover confondere con ideologie di odio etnico o xenofobo che nulla hanno a che fare. L’incompatibilità tra il sistema di capitale proteso alla sopravvivenza tramite l’egemonia aggressiva e i residui di democrazia avviati all’indomani della seconda guerra mondiale, e ora più che mai pericolanti sotto l’attacco di un fascismo mai estinguibile nei periodi di crisi, impone l’inasprirsi di una lotta di classe di cui bisogna diventar consapevoli, pena una sconfitta pericolosissima. La fine o l’estendersi di questo conflitto militarizzato tra i capitali non si mostra in questa fase leggibile. La nostra unica speranza soggettiva, fiducia nelle nostre forze proletarizzate ma coscienti, risiede nella comunicazione continua delle nostre capacità critiche e di opposizione pratica, ove possibile, a tutti coloro che si riuscirà a raggiungere, e che è il testimone che ci ha consegnato la Resistenza da cui è sorta la Costituzione italiana. Andare a votare, questa volta, significa lottare contro tutte le mistificazioni volte a far scomparire la nostra identità, la nostra volontà di sconfiggere le forze criminali che tuttora sembrano prevalere, ma che senza il nostro apporto schiavizzato e vilmente consenziente non resisterebbero che qualche giorno.

Rammentiamo tutti che il capitale è solo lavoro pregresso. I suoi padroni sono oggi l’1% dell’umanità, noi una maggioranza mondiale sotto ricatto che comunque detiene una forza inesauribile, e che deve rendersene consapevole con il comune contributo di tutti, sapendo sempre che la storia non indica nessun termine né esito dei conflitti in divenire.

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