“2.000 manifestanti uccisi, dicono gli attivisti.” È una formula ormai standard, ripetuta in coro daisoliti noti del circuito mainstream come BBC, CNN, Guardian, Reuters. La frase suona grave, definitiva, moralmente inappellabile. E proprio per questo meriterebbe una domanda preliminare: quali attivisti? Nel racconto mediatico occidentale sull’Iran, le fonti sono sorprendentemente ricorrenti. HRANA, CHRI, Tavaana, Boroumand Center. Organizzazioni presentate come indipendenti, non politiche, neutrali. Peccato che nessuna di queste operi in Iran. La maggior parte ha sede negli Stati Uniti, spesso in Virginia o New York, e riceve finanziamenti diretti o indiretti dal governo statunitense.
HRANA, la fonte più citata per arresti, morti e repressione, è finanziata dal National Endowment for Democracy, organismo creato - parole del suo stesso fondatore - per fare apertamente ciò che un tempo faceva la CIA in modo coperto. Eppure questo dettaglio sparisce sistematicamente dagli articoli che la citano come “ONG indipendente”. Lo stesso schema si ripete con il Center for Human Rights in Iran e con Tavaana, progetto nato con fondi del Dipartimento di Stato USA, specializzato in “educazione civica” e corsi online per aggirare le restrizioni digitali iraniane.
Milioni di dollari pubblici, poca trasparenza, enorme visibilità mediatica. Il quadro diventa ancora più politico osservando i dirigenti di queste strutture: attivisti che invocano apertamente bombardamenti statunitensi e israeliani sull’Iran, sostengono cambi di regime, giustificano interventi militari come “umanitari” e promuovono figure monarchiche cresciute negli Stati Uniti. Una militanza esplicita, difficilmente compatibile con l’idea di neutralità. Non si tratta di negare che in Iran esistano tensioni, repressioni o conflitti sociali (come in ogni paese del mondo d’altronde).
Il punto è un altro: quanto viene presentato come “monitoraggio dei diritti umani” appare sempre più come un ecosistema strutturato di regime change, finanziato da fondi pubblici occidentali e amplificato da media che rinunciano scientemente a ogni verifica autonoma. Il precedente dell’Iraq, della Libia, della Siria dovrebbe aver insegnato qualcosa. E invece la formula resta la stessa: numeri scioccanti, fonti opache, urgenza morale, silenzio sui finanziatori. Forse la vera notizia non è che questi dati vengano prodotti. Ma che, dopo decenni di “crociate umanitarie” finite in disastri, ci si aspetti ancora che il pubblico accetti tutto sulla base di un semplice: dicono gli attivisti.
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