Comprendere lo Yemen in dialogo per l’Italia

di Roberta Rivolta

È nata come un’idea balzana, di quelle che guizzano improvvise tra i pensieri una sera, mentre stai per addormentarti, e non ci fai quasi caso. Ma poi ritorna, e cominci a guardarla meglio, a soppesarla, a dirti: perché no?

Allora fai un passo, vedi se il terreno regge, ne fai un altro. Lanci un segnale, trovi un paio di persone, a centinaia di chilometri di distanza, che lo raccolgono.

È cresciuto una tappa alla volta, questo progetto. Un dettaglio alla volta. Quasi non ci credevamo neanche noi. Nove incontri per l’Italia per presentare Tim Anderson e il suo libro sullo Yemen, un paese ancora poco conosciuto dalle nostre parti ma che in questi mesi sta scrivendo la storia dell’Asia Occidentale, se non del mondo intero.

Siamo partiti in tre da Milano – io, Tim e il mio compagno, Stefano – con l’inno nazionale dell’Iran che usciva dalle casse della nostra vecchia auto, la bandiera dello Yemen sul sedile e la testa piena di domande, riflessioni, aspettative, apprensione.

Siamo tornati con 3.200 chilometri in più sul display del cruscotto, omaggi e numeri di telefono raccolti nel corso delle nove tappe. Una rccolta di poesie dedicate al popolo palestinese.

In mezzo, un carosello di emozioni, stimoli, aneddoti, considerazioni;; su Ansarallah, sull’Asia Occidentale, sul coinvolgimento dell’Italia nella guerra, sull’attivismo in Occidente. Mille ricerche in rete, a verificare notizie, dati storici, curiosità turistiche. Perché, visto attraverso gli occhi di uno straniero che non ci è mai stato, il nostro paese assume sempre contorni inediti. L’attenzione di Tim si posa su dettagli che noi non notiamo più, propone nuove angolazioni di lettura, suggerisce analogie inaspettate.

Le statue a Vittorio Emanuele II, per esempio, a cui avevo smesso di prestare attenzione, e che sono disseminate in tutte le piazze d’Italia, quasi a voler ingenerare un sentimento nazionale che si sapeva fragile e controverso. A suo modo, una propaganda mediatica ante litteram. Non posso non spiegare a Tim Anderson che l’unità d’Italia è stata maturata attraverso un percorso lungo e tortuoso, elaborata con fatica in questi pochi secoli più che determinata politicamente dal gesto eclatante di Garibaldi. E per certi versi è ancora precaria; ancora tira sulle cuciture, soprattutto nei momenti di difficoltà o quando qualcuno va a rintuzzare rancori irrisolti.

Mi sono sempre chiesta quanto avrebbe tenuto la nostra nazione se la CIA avesse deciso di soffiare sul fuoco dei separatismi, come ha fatto in Siria e in Yemen, e come ancora cerca di fare ovunque, dall’Iran alla Cina.

In Yemen gli è andata male. L’intera popolazione, divisa in passato tra colonizzatori diversi, ha lottato strenuamente per riconquistare l’unità nazionale. E non appena gli stati del Golfo hanno paventato nuove ripartizioni, si è sollevata. È così che è arrivato al potere Ansarallah. Il popolo yemenita ha rispedito al mittente a suon di missili il “divide et impera” tanto caro agli imperialisti occidentali.

Di imperi e imperialismi siamo esperti anche noi italiani. La dialettica della storia si srotola lungo la geografia della penisola; perché ogni viaggio nello spazio è anche un po’ un viaggio nel tempo.

E noi siamo partiti da piazza Fontana e piazza della Loggia, ferite recenti inferte dall’impero statunitense, nel corso di quella colonizzazione silenziosa e taciuta che ci ha strappato di mano il timone della nostra storia. Abbiamo poi proseguito a ritroso nei secoli, attraverso la potente Venezia dei Dogi, attraverso l’ ancora più potente Roma imperiale, per chiudere il nostro viaggio nella Cosenza dei Bruzi, popolazione indomita che oppose una lunga e strenua resistenza alla conquista latina.

Nel mezzo, nove presentazioni, dunque, e tanti incontri, tante facce e tanti pensieri diversi, in uno scambio stimolante e istruttivo.

Nel mezzo l’Italia in tutta la sua ricchezza e la sua bellezza. L’Italia non è una nazione, è un caleidoscopio; di storia, arte, lingue, tradizioni, paesaggi, cibi. A percorrerla tutta così, un po’ di corsa, quasi ti gira la testa.

Eppure ovunque, letteralmente ovunque, ci accompagnava un sentimento costante: la solidarietà con la Palestina. È scritta sui muri di tutto lo stivale, la si ritrova nelle vetrine dei negozi, alle finestre delle case, nei volantini attaccati con lo scotch ai pali della luce. È nei sorrisi delle persone che per strada applaudono alla maglietta che indossi, nell’orgoglio di chi ti ferma per raccontarti che “la turista con la bandiera israeliana che è stata fischiata dai passanti qualche giorno fa... è successo qui, proprio qui davanti”. Le strade d’Italia sono un abbraccio solidale con il popolo palestinese. A dispetto di una classe politica che non li merita, gli italiani hanno capito benissimo chi sono gli aggressori e chi le vittime in quel minuscolo lembo di terra.

Eppure non è abbastanza. Ed è per questo che Tim Anderson si trova in Italia in questo momento. Perché è ora di fare un passo in più.

Condivido le posizioni politiche di Tim Anderson quasi alla virgola. Non è un caso. Da quando l’ho scoperto, come autore e come attivista, l’ho scelto come mia guida, la voce di riferimento di cui avevo bisogno.

Perché, come ho raccontato in alcuni incontri, è stato il primo autore occidentale in cui ho riconosciuto la rarissima capacità di sostenere le lotte anticoloniali senza sovrapporvi le proprie aspettative, senza trasformare quei popoli in strumenti di realizzazione per procura dei propri sogni e ideali politici.

Non è cosa banale. Per quanto solidali con i popoli colonizzati, noi non vi apparteniamo. Non siamo palestinesi, né iraniani. Non siamo yemeniti. Non siamo africani, né sudamericani. E non ci è consentito ignorare questa “estraneità”. Non è politicamente utile né legittimo porsi sul loro stesso piano; fingere di non vedere il peso e il segno diverso di cui, per molteplici ragioni, si carica il nostro agire quando trasportata in quei pesi. Ci vuole tanta consapevolezza e maturità politica per essere solidali, in modo attivo e concreto, conservando uno sguardo lucido sulle rispettive prerogative, e rispettando fino in fondo e con sincerità il principio di autodeterminazione dei popoli.

Ecco perché avevo deciso già da parecchio che avrei tradotto il primo libro che Tim avesse scritto, dopo il suo ultimo, West Asia after Washington, mai uscito in italiano. Ed è stata una fortunatissima coincidenza che si sia trattato di una raccolta di saggi su Ansarallah.

Anche io sapevo molto poco di Ansarallah. E il testo curato d Tim l’ho divorato, più che tradurlo, dalla fame che avevo di apprendere di più su questa formazione che, contro ogni aspettativa, ha sfidato i giganti (i mostri) del pianeta, uscendone vittoriosa e rigettandosi nella mischia solo pochi mesi dopo, al fianco dei fratelli palestinesi. La mia ammirazione e il mio rispetto per Ansarallah e per l’intero popolo yemenita sono cresciuti capitolo dopo capitolo.

Ed è stato meraviglioso ritrovare la stessa ammirazione e lo stesso rispetto negli sguardi e nelle parole di tante persone che sono venute alle presentazioni.

Ansarallah ci offre un’opportunità unica, diceva Tim, perché nessuno li conosce e la curiosità è ancora genuina, le menti sono ancora aperte, disponibili ad ascoltare.

Dello Yemen si è parlato solo quel poco che bastava per lamentare la crisi umanitaria – tacendone le origini – sciacquarci la coscienza e voltarci altrove. La propaganda occidentale non ha ancora attivato a pieno ritmo la macchina del fango per inimicare l’opinione pubblica alla causa yemenita. Non sono ancora partite le campagne infamanti e diffamatorie, la rete non è stata ancora inondata di notizie false, insinuazioni velenose, prodotti culturali apparentemente innocenti ma in realtà volti a proiettare nelle menti degli occidentali immagini distorte di quel paese. Amnesty International non ha ancora lanciato alcun appello sulla spia del Mossad travestita da padre di famiglia, le femministe e i femministi nostrani ancora non si strappano i capelli se in Yemen le ragazze indossano l’hijab e non scorrazzano per gli skatepark vestendo jeans imitazione Giorgio Armani.

Purtroppo la propaganda occidentale, infatti, non è alimentata solo dai media di governo, ma anche da una bella fetta di canali “alternativi” che si appropriano quotidianamente della storia altrui a uso e consumo del proprio immaginario. Una volta si scandiva in piazza lo slogan colonialista “Palestina libera, Palestina, rossa”. Oggi neanche i pochi, pochissimi comunisti sopravvissuti osano invocare una Palestina rossa, ma tanti, troppi “filopalestinesi” storcono il naso sulla Palestina “verde”, nonostante il popolo palestinese sia in stragrande maggioranza musulmano, credente e praticante.

Dello Yemen sappiamo ancora poco, e forse anche le immagini dei combattenti “in ciabatte”, così distanti dalla tracotanza visiva delle divise militari occidentali, scoraggiano qualunque tentativo di sovrascrittura occidentale. A noi occidentali è stato insegnato che è sbagliato notare le differenze, che bisogna sentirsi tutti uguali e che è su questa uniformità che si fonda la solidarietà. Io non sono d’accordo. Condizionare il rispetto dell’altro alla sua assimilazione ai nostri canoni è un’operazione autoritaria. Significa rinunciare alla vera solidarietà, che abbraccia l’altro nella differenza, e riconosce che la differenza è una risorsa e non un ostacolo.

Ma torniamo al nostro viaggio, e alla splendida opportunità che lo Yemen ci ha dato di parlare di rispetto della lotta di resistenza, dello spirito di indipendenza, del coraggio, del valore di un popolo diverso da noi.

È stato questo abbraccio il valore più alto che ho raccolto nel corso dei nove incontri. L’ammirazione sottesa alla curiosità: ma come hanno fatto? Perché l’hanno fatto? Domande vere, interesse genuino, non le domande pretestuose – che già sottendono le risposte – che vengono spesso formulate su altri protagonisti della storia contemporanea.

L’Iran, per esempio.

Già, l’Iran.

L’Iran è la cartina di tornasole, mi dice Tim una sera. Quello che intende è che la posizione sull’Iran è dirimente. Distingue la risposa emotiva inconsapevole, apolitico, quando non addirittura ipocrita, dalla maturazione di posizioni politiche coerenti e di una solidarietà consapevole. L’Iran è oggi ciò che è stata la Siria per oltre un decennio, mi dice.

Non è un caso che sia proprio sull’Iran che il movimento “filopalestinese” si spacca. È sempre e solo sull’Iran che le domande e le conversazioni durante e dopo gli incontri si fanno a volte stridenti.

Prima di ogni presentazione raccontavo a Tim ciò che sapevo sugli organizzatori e sul pubblico che avremmo potuto aspettarci, E la domanda centrale a cui cercavo di rispondere ogni volta era, immancabilmente:, “qual è la loro posizione sull’Iran”.

E allora lo vedevo calibrare i suoi interventi, insistere su questo punto dove riteneva fosse opportuno farlo. Esprimere a parole chiare un concetto semplice ma fondamentale: oggi non esisterebbe più un popolo palestinese se non esistesse la resistenza palestinese. E la resistenza palestinese non esisterebbe se non esistesse l’Iran.

A pensarci, questo tour sullo Yemen in realtà era anche un tour sull’Iran.

Perché l’Iran campeggia dietro ogni movimento di resistenza nella regione. L’Iran è il padre dell’Asse della Resistenza: progetto voluto da Khamenei e costruito militarmente dal generale Qassem Soleimani. È dalla rivoluzione iraniana che parte tutto.

In Occidente facciamo fatica a riconoscerlo, perché ci detronizza, ci scavalca. Ma è quello il nodo da sbrogliare. Finché non si abbatte questo muro di diffidenza e ostilità verso l’Iran, la solidarietà con la Palestina non si trasformerà mai in vera lotta anticolonialista, e remerà inevitabilmente a favore di Israele, magari un Israele meno cruento, meno sfacciatamente genocida, ma ugualmente colonialista e oppressore.

Non è vero che Ansarallah sia un proxy dell’Iran, ma è vero – come ha ripetutamente ribadito Tim a ogni incontro – che i due paesi sono accomunati da rivoluzioni speculari. Rivoluzioni anticolonialiste animate da principi religiosi. Il punto di contatto tra lo sciismo iraniano e lo zaidismo yemenita è la forte componente politica, il valore della ribellione all’oppressione. E, nel rispetto delle differenze, ogni sincero socialista, ogni essere umano che crede nel valore della giustizia non può che sostenere senza riserve queste nazioni nobili e indomite nella loro lotta per la propria autodeterminazione.

Ed è proprio di questo che ci ha permesso di parlare lo Yemen: di autodeterminazione.

E ce l’ha permesso perché, come dicevo, ancora la propaganda di guerra non si è mobilitata appieno contro Ansarallah. La propaganda di guerra è disattenta nei confronti delle nazioni “povere” quanto lo siamo mediamente noi. Sono i piani bellici di Washington ad allertare il nostro establishment sull’uno o sull’altro obiettivo e lo Yemen, come diceva Tim Anderson, finora è sfuggito ai radar dell’Occidente. L’abbiamo sottovalutato, e l’hanno sottovalutato i nostri leader, o padroni.

Scherzando gli ho risposto: “non ne parlano male perché anche loro non ne sanno niente. Probabilmente leggeranno il tuo libro per carpire i dati su cui costruire le campagne di disinformazione”.

Ma per una volta siamo partiti noi per primi. Per una volta non abbiamo dovuto agire in reazione, per una volta il testimone è in mano nostra. Passiamocelo, diffondiamo informazione perché si riducano gli spazi in cui possano attecchire le loro menzogne.

Come commentava un compagno al telefono, mentre risalivamo la penisola, è ora di mettere da parte la spocchia dell’Occidente e andare da questi popoli con il cappello in mano a chiedere lumi, a farci spiegare: ma voi come avete fatto?

Il popolo yemenita ha tanto da insegnarci. Ascoltiamolo e impariamo.

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