Nazionalizzare l'ex Ilva di Taranto: perché serve lo Stato

di Alessandro Volpi*

Perché serve lo Stato. Viviamo in una fase in cui dovremmo ormai aver chiaro che non possiamo continuare a credere al verbo neoliberale per cui ci sono tabù inviolabili.

Negli ultimi tredici anni, la spesa sostenuta dai vari governi italiani per garantire la continuità operativa dell'impianto dell'ex Ilva di Taranto, per finanziare la cassa integrazione, per erogare prestiti ponte, per provvedere alle bonifiche ambientali e ricapitalizzare l'azienda ha superato complessivamente i 3,6 miliardi di euro di risorse pubbliche, a cui si aggiungono centinaia di milioni in garanzie statali e crediti bancari.

In pratica lo Stato, quindi la comunità dei contribuenti, ha speso oltre 4 miliardi di euro per farsi carico delle acciaierie di Taranto mentre la gestione era affidata ai privati di Arcelor Mittal, che l'hanno devastata per eliminare un pericoloso concorrente.

Alla luce di ciò bisognerebbe immaginare, forse, una strada diversa. Una piena riconversione industriale e la nazionalizzazione comportano costi valutati tra i 3 e i 5 miliardi di euro complessivi, comprensivi di investimenti tecnologici, risanamento ambientale, capitale circolante e ammodernamento delle infrastrutture. Dunque nazionalizzarla significa una spesa che equivale ai soldi gettati dalla finestra nelle "amministrazioni Straordinarie".
A livello occupazionale, la forza lavoro diretta di Acciaierie d’Italia conta circa 9.600 dipendenti distribuiti tra lo stabilimento principale di Taranto (oltre 7.800 lavoratori) e i poli di Genova, Novi Ligure e altri siti minori. Se a questi si somma l'imponente rete dell'indotto — che include autotrasportatori, ditte di manutenzione, fornitori di servizi e logistica — il bacino di lavoratori dipendenti diretti e indiretti sale complessivamente a circa 20.000 unità.
Il destino del polo siderurgico è poi determinante per l'intero sistema produttivo italiano per una serie di ragioni strategiche. L'Italia è il secondo paese manifatturiero d'Europa e la sua industria — in particolare i settori dell'automotive, della meccanica strumentale, della cantieristica navale, dell'elettrodomestico e delle costruzioni — necessita di ingenti forniture di acciaio primario a caldo (spianati e laminati). Perdere la capacità produttiva nazionale dell'ex Ilva costringerebbe il tessuto industriale manifatturiero a dipendere quasi esclusivamente dalle importazioni esterne, esponendosi a forti oscillazioni di prezzo, colli di bottiglia nelle catene di approvvigionamento e rischi geopolitici, oltre a rinunciare a un presidio fondamentale di competenze tecniche e alla leadership nella transizione verso la decarbonizzazione industriale.
Una politica industriale in mani pubbliche è assolutamente necessaria. Così si affronta la crisi sociale.

Le più recenti da In primo piano

On Fire

Perché dovete vedere Palestine 36, e non applaudire NAZA

  di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad   Alla Mostra del Cinema di Venezia una sala si è alzata in piedi e ha applaudito per venticinque minuti. È l'ovazione più lunga...

Volo Flydubai, le leggi di Newton smentiscono la versione di Netanyahu

  di Ahmed Bashir Al-Aila* Quando è stato annunciato che il volo Flydubai FZ1073 aveva subito una brusca perdita di quota sopra i cieli di Tabuk, ho seguito la notizia da esperto di fisica,...

La vera ragione del viaggio del direttore della CIA a Mosca

di Alessandro Bartoloni Dopo la visita del direttore della CIA John Ratcliffe a Mosca a metà agosto sui media italiani si sono moltiplicate le speculazioni su ciò che intendesse discutere...

Tempesta perfetta: perché gli USA stanno per implodere

di Alessandro Bartoloni   Le sconfitte incombono su Washington. Alcuni avvertono e temono ciò che sta per arrivare, ma i media mainstream per lo più tacciono. Le prossime sconfitte...

Copyright L'Antidiplomatico 2015 all rights reserved
L'AntiDiplomatico è una testata registrata in data 08/09/2015 presso il Tribunale civile di Roma al n° 162/2015 del registro di stampa