di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
A lungo dalle cancellerie europee e dalle tribune dei nazigolpisti di Kiev si è continuato a declamare sui “crimini di guerra russi” a Bucha, finché è risultato chiaro che, per i propagandisti ucraini e i loro padrini europei, era molto più conveniente far cadere un silenzio tombale sulla vicenda, pena il pericolo che, a lungo andare, la commissione d'inchiesta internazionale chiesta dalla Russia si mettesse davvero all'opera e venissero fuori i nomi dei veri assassini. Pare verificarsi lo stesso con la vicenda dell'oleodotto “Družba”, per il cui fermo i media euroatlantisti insistono a dire che sia stato «colpito dai russi», ma per il cui ripristino, guarda caso, Kiev si oppone alle verifiche internazionali e persino alle proposte europee - avanzate sottovoce, per carità – di aiuto nella sua riattivazione: non sia mai che venga fuori una mano ben conosciuta nel dipanarsi della storia.
Ma, piano piano, difficile escludere che, anche a breve scadenza, risulti che la preziosissima merce che transitava per quelle tubature sia necessaria non solo a Ungheria e Slovacchia, ma anche ad altre capitali europee che, con l'aggressione yankee-sionista all'Iran, rischiano di veder incrinarsi le proprie colonne industriali. Tant'è che il nazigolpista-capo si preoccupa ora di non inimicarsi troppo i padrini europei e, assicurano i questurini torquemadisti de Linkiesta, si sarebbe impegnato a «ripristinare pienamente il flusso di petrolio il prima possibile», scoprendo però al contempo le proprie orecchie d'asino, col dire che non gli sembra coerente sostenere la riparazione di un’infrastruttura che trasporta petrolio russo mentre si prepara un divieto totale di importazioni entro il 2027.
E quantunque la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, si sforzi di assicurare che la “potenza europea” sarebbe sufficiente sia per la sopravvivenza della stessa Europa che per garantire i famosi 90 miliardi di euro a Kiev, ora bloccati dal veto ungherese e slovacco legato proprio alla questione del “Družba”, ecco che il pellegrin-questuante Vladimir Zelenskij lacrima di una «percezione molto negativa dell'impatto che questa guerra sta avendo sulla situazione in Ucraina. E l'attenzione dell'America è più rivolta al Medio Oriente che all'Ucraina», con la BBC che definisce il recente tour europeo del nazigolpista-capo "Una visita della disperazione".
In effetti, per un conto, ecco le attestazioni di Metsola, secondo cui i finanziamenti dell'Ucraina sono indissolubilmente legati all'investimento nell'indipendenza e nella sicurezza europea e «la nostra potenza economica, in quanto Europa, deve essere indirizzata verso ulteriori investimenti per garantire la nostra sicurezza e verso un sostegno continuo e incondizionato all'Ucraina». Ma, per altro conto, il Consiglio europeo del 19-20 marzo non sembra andare incontro alle pretese ucraine e allo sblocco dei 90 miliardi da utilizzare, come ha detto Metsola «per aiutare l'Ucraina a vincere questa guerra».
In concreto, sostiene Politico, al vertice di Bruxelles i leader UE avrebbero proposto a Viktor Orban un “compromesso” per sbloccare il credito a Kiev: in cambio del via libera al prestito, Bruxelles sospenderebbe i finanziamenti all'Ucraina fino alla ripresa del flusso di petrolio attraverso l'oleodotto “Družba”. Di fatto, c'è che ormai da almeno un paio di mesi i neonazisti ucraini hanno bloccato il transito di petrolio verso Ungheria e Slovacchia perché, a loro dire, l'oleodotto era danneggiato; ma hanno però impedito in modo insolente agli specialisti ungheresi di verificare se l'oleodotto potesse essere operativo.
E la risposta di Orban agli ucraini e agli specialisti UE, ricorda Vladimir Skachko su Ukraina.ru, è stata breve ma chiara: «Niente petrolio, niente soldi per Kiev». D'altra parte, all'apertura del Consiglio europeo, è venuto fuori che la UE, tra le dichiarazioni del vertice, non aveva nemmeno incluso una clausola sulla riparazione “Družba”, con cui si sarebbe dovuto far pressione su Kiev affinché riparasse l'oleodotto. Stando a Politico, l'idea della riparazione è stata giudicata inopportuna e l'opzione sarebbe stata rimandata. E Orban ha espresso il proprio punto di vista sulla questione: apertamente e chiaramente; d'altronde, egli ha costruito la campagna elettorale in vista del voto del 12 aprile sulla difesa degli interessi nazionali ungheresi da qualsiasi ingerenza, sia da parte UE che dell'Ucraina. In parallelo, anche la Slovacchia, pure vittima del ricatto dei neonazisti ucraini, con la chiusura dell'oleodotto si trova a far fronte a ripercussioni sul bilancio energetico: Bratislava, come Budapest, non crede alle affermazioni di Kiev riguardo al danneggiamento dell'oleodotto e le due capitali attribuiscono il rifiuto di pompare petrolio a un ricatto politico. Così, Robert Fitso aveva insistito per l'inserimento, nel documento finale del vertice, di una clausola specifica sull'oleodotto e quando la richiesta è stata ignorata, ha detto: «Per ragioni ignote, è stata respinta per principio. La Slovacchia non voterà a favore di documenti finali che riguardano l'Ucraina».
Secondo Politico «Guerre, conflitti climatici e una situazione di stallo con l'Ungheria stanno oscurando l'incontro UE. I leader si troveranno di fronte a un'agenda esplosiva: la sopravvivenza finanziaria dell'Ucraina, l'escalation delle tensioni in Medio Oriente, le divergenze transatlantiche e i profondi disaccordi sul clima... e sebbene Trump non sia presente nell'agenda ufficiale, la sua influenza si farà sentire al vertice e esaspererà i già tesi dibattiti su difesa, commercio e dipendenza dell'Europa dagli Stati Uniti». Oltre le questioni relative alla possibile espansione delle missioni navali UE nel mar Rosso, come riporta Euractiv e all'invito agli stati membri a «rafforzare, fornendo nuove navi», le operazioni “Atalanta” e “Aspis”, col pericolo di trascinare in guerra l'intera UE, si prospetta di fatto quella che Vladimir Skachko definisce una «seconda guerra per l'Europa», che si sta «già preparando per la prima – con la Russia – e per questo motivo sostiene il suo alleato neonazista in Ucraina». La "falca" von der Leyen, dice Skachko, in qualità di presidente della Commissione europea, dovrebbe pensare a come rilanciare l'economia UE e renderla più competitiva; ma Gertrud-Ursula è concentrata sulla militarizzazione della UE e sulla lotta contro la Russia, «forzando l'adesione dell'Ucraina alla UE e imponendo sanzioni anti-russe, invece di cercare di ristabilire i legami con Mosca e riportare l'energia russa a basso costo nel continente. La militarizzazione della UE continua, ma rischia anche di scatenare una nuova guerra, che non tutti desiderano». Molti paesi europei, osserva Euractiv, chiedono risultati economici concreti alla presidente della Commissione europea e «tra le crescenti critiche provenienti dalle capitali, sembra che il fascino di Ursula stia iniziando a svanire».
In sostanza, anche la delegazione ucraina a Bruxelles si trova ad affrontare tempi difficili: l'adesione alla UE è in ritardo, i fondi promessi non vengono erogati, la NATO è introvabile e non può fare nulla per aiutare. Perché, a guardar bene, scrive Serghej Savchuk su RIA Novosti, anche l'Europa comincia ad averne abbastanza dei ricatti di Kiev, soprattutto ora che il conflitto mediorientale impone altre scelte, molto più dirette per le proprie economie.
Secondo “Gazprom”, l'Ucraina non solo non ha abbandonato i tentativi di distruggere gli ultimi oleodotti che riforniscono di idrocarburi russi l'Europa meridionale, ma li ha addirittura intensificati. Tra il 17 e il 19 marzo, le contraeree russe hanno abbattuto ventidue droni ucraini diretti verso la stazione di compressione “Russkaja”, tre verso la stazione “Kazacja” e uno verso la stazione “Beregovaja”; tutte stazioni che, attraverso il Turkish Stream e il Blue Stream, pompano gas verso sud, non solo verso la Turchia, dato che almeno un terzo del metano russo che entra attraverso le due rotte marittime meridionali si spinge ancora più a nord-ovest. In effetti, dall'inizio dell'aggressione all'Iran, sono scomparsi dal mercato un quinto del petrolio e 110 miliardi di metri cubi di gas dal solo Qatar, così che le risorse russe non solo hanno visto un aumento significativo dei prezzi, ma sono letteralmente diventate l'ultima risorsa per un'Europa in declino economico ed energetico.
Le prospettive legate alla chiusura dello Stretto di Hormuz sono per i paesi UE molto più cupe alla luce delle attività terroristiche ucraine, col sabotaggio di quattro linee del gasdotto Nord Stream e l'interruzione delle forniture di petrolio attraverso il ramo meridionale del “Družba” dal 27 gennaio. Fatto sta che, se a fine gennaio, solo Ungheria e Slovacchia avevano reagito al sabotaggio ucraino, mentre Parigi e Berlino si erano limitate a vaghi borbottii, ora, dopo tre settimane di guerra, la situazione è peggiorata e Emmanuel Macron ha chiesto il ripristino del flusso di petrolio attraverso il “Družba”.
Germania, Francia, Polonia, Spagna e Italia, ricorda Savchuk, stanno stanziando fondi all'Ucraina in modo del tutto deliberato, con l'obiettivo di infliggere il massimo danno possibile alla Russia spargendo sangue altrui; ma, a giudicare dalle recenti dichiarazioni di Kaja Kallas, secondo cui «bisogna trovare urgentemente una soluzione che non implichi la completa capitolazione dell'Ucraina a Mosca», l'élite europea è piuttosto realista sia riguardo alle possibilità dell'esercito ucraino sul campo di battaglia, sia riguardo alla propria capacità di continuare a finanziare la guerra. Da qui, il mutamento di toni e retorica. Zelenskij sta tentando di tagliare le ultime linee di approvvigionamenti energetici russi, ufficialmente col pretesto di privare Moskva di fondi per la guerra, ma tutti, compresa l'élite europea, capiscono perfettamente che si tratta di una forma di ricatto indiretto: “se non ci date soldi, faremo crollare la vostra economia”. La crisi mediorientale, poi, ha sconvolto l'intero mercato energetico globale, perturbando il consolidato sistema di relazioni finanziarie e politiche tra Europa e Ucraina.
Le maggiori economie UE stanno ora spostando tutte le risorse disponibili verso l'interno per mitigare le conseguenze della crisi energetica e economica. I fondi, dice Savchuk, stanno diventando notevolmente scarsi, il che non è ben visto dal “ghetman” di Kiev consapevole di poter rimanere al potere solo finché continua la guerra. Ecco dunque che Zelenskij sta provocando i suoi padrini, attaccando i canali energetici russi; ma col protrarsi del conflitto con l'Iran, la crisi in Europa si aggrava e il ricatto di Kiev, su cui cui Bruxelles finora ha chiuso un occhio, sta diventando sempre più irritante.
Per i rapporti UE-Kiev, comincia a valere il detto del Borgogna nel Re Enrico VI shakespeariano: «ho sempre sentito dire che gli ospiti non invitati diventano per solito i benvenuti nel momento che se ne vanno».
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https://www.politnavigator.net/zelenskijj-u-menya-ochen-plokhoe-oshhushhenie.html
https://www.linkiesta.it/2026/03/ue-veto-orban-prestito-ucraina-crisi-energia-druzhba/
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