Dal commercio al check-in... una storia già vista

19 Dicembre 2025 08:00 Antonio Di Siena

di Antonio Di Siena

A Bari, città levantina dalla storica vocazione commerciale, il commercio è in crisi profonda: le famiglie perdono da anni potere d’acquisto e i consumi sono crollati. La conseguenza è che i negozi - inevitabilmente - abbassano le serrande per sempre. Contemporaneamente però, emerge un fatto nuovo ma per niente sorprendente: aumentano le richieste per trasformare gli esercizi commerciali in bed&breakfast.



Come è possibile che questi due fenomeni accadano nello stesso momento? Il turismo dovrebbe portare ricchezza diffusa, almeno è questo che ripete da anni chi lo promuove acriticamente. La realtà, come al solito, racconta un’altra storia.

A Bari, come nelle altre città italiane, spagnole, greche e portoghesi, il turismo porta con sé una trasformazione profonda del tessuto economico e sociale. Spingendo alla riconversione non solo urbanistica ma anche produttiva. Se il costo della vita aumenta, le famiglie si impoveriscono e vengono espulse dai loro quartieri, chi avrà bisogno di un fruttivendolo, di una macelleria o di una merceria sotto casa? Non di certo il turista.

E allora il piccolo esercente ha davanti a sé soltanto due strade: riconvertire il negozio in funzione turistica (lavanderie a gettone, deposito bagagli, souvenir e cianfrusaglie varie) oppure trasformarlo in alloggio per affitti brevi.

La città smette di colpo di funzionare come spazio di vita quotidiana e si predispone a farsi infrastruttura specializzata: non serve più ai bisogni dei residenti ma a quelli dei visitatori. Un fenomeno niente affatto localistico, ma cifra di un problema di carattere sistemico: l’Italia, così come gli altri paesi euromediterranei, ha abbandonato la prospettiva di sostenere direttamente la domanda interna. Limitandosi a monetizzare lo spazio fisico e culturale (città, monumenti, cibo, tradizioni, “bellezze” varie) promuovendo se stessa come fosse un brand da vendere sul mercato. Detto in altri termini: l’economia produttiva non produce (e non vende) più beni e servizi primari per la popolazione, vende semplicemente i propri luoghi. E lo fa con l’ausilio di narrazioni ad hoc: storytelling finalizzato a creare aspettative ed experience. Non a caso l’unica cosa che prolifera ultimamente sono le agenzie regionali di promozione turistica.

Un paradosso soltanto apparente perché, all’interno della logica di ciò che definisco “Stato-merce”, il turismo non è più un modo di compensare il commercio ma una forma sostitutiva di esso. Al posto di quello storico ne nasce un altro, votato alla domanda esterna (spesso volatile e stagionale).
Ecco perché enti locali e amministratori pubblici si affanno per destagionalizzare i flussi, diversamente il sistema collasserebbe in poco tempo. È una forma parossistica di export quando non si ha quasi più nulla da esportare se non se stessi. La propria identità, la propria cultura, la propria tradizione. Ed è anche una forma di abbaglio collettivo perché, così facendo, si autoalimenta un circolo vizioso: meno residenti, meno consumi, meno commercio interno e di prossimità, più turismo.

È dentro questo quadro che si scorge la vera natura del fenomeno: non soltanto speculazione ma vero e proprio adattamento a un contesto economico in cui spesa pubblica, piani industriali e occupazionali, edilizia popolare eccetera sono semplicemente inattuabili.

In tal senso Bari non è un esempio isolato. Mi ricorda Atene, quando le centinaia di saracinesche chiuse che si vedevano ovunque in giro per la città hanno riaperto come food o come B&B.




Ciò che abbiamo di fronte, quindi, non è una strategia di sopravvivenza cittadina ma nazionale. Imposta dalla logica dell’austerità. La soluzione transitoria e devastatrice a un problema sistemico.

Pertanto, limitarsi a dire che il problema è il turismo di per sé è un limite. Il vero nodo è la funzione che esso assume dentro il vuoto della politica orientata all’interesse dei cittadini e dei ceti popolari. Questo è il tema centrale. Un problema sociale le cui soluzioni non possono essere individuali ma esclusivamente collettive. L’alternativa è affondare tutti, chi prima chi dopo. Nessuno escluso.

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Un tempo la crisi greca bruciava in eurovisione, oggi ne restano solo le macerie. Eppure è ancora lì, solo più silenziosa. Da emergenza transitoria si è fatta dispositivo permanente, lo stesso che svuota e trasforma Napoli, Siviglia, Palermo, Porto, Salonicco.Turisti a casa nostra racconta questa transizione: la crisi non finisce, si fa sistema e metodo di governo. Atene è lo specchio, ma nel riflesso si riconosce il destino di tutte le città del Sud Europa: lo sfratto come riqualificazione, il turismo come politica economica e ammortizzatore sociale. Un viaggio nel nuovo ordine urbano, dove la ripresa non supera la crisi, ma la monetizza. La casa diventa asset, il quartiere piattaforma, la città – e i suoi abitanti – un contenuto da social network: una destinazione da narrare, instagrammare, condividere, consumare.
Tra inchiesta, saggio e narrazione, il libro intreccia esperienza diretta e analisi politica in un atlante del dopo-crisi, una mappa del potere che colonizza lo spazio urbano e l’immaginario di chi lo abita. Un libro che nasce in Grecia, ma parla di tutte le città che abbiamo già perso. E di quelle che, forse, possiamo ancora difendere.




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