A Valencia i gas lacrimogeni ammorbano l'aria davanti al Palau de les Arts. Dietro quelle mura si tiene un congresso immobiliare, il tempio di chi le case le vede solo come numeri su un bilancio o rendite da blindare. Fuori, la rabbia di chi non le ha più, quelle case. I blindati hanno sparato pallottole di gomma per tenere la gente lontana dai salotti buoni, ma chi ha dato l'ordine non ha capito che non è più una questione di ordine pubblico. È una guerra di classe. La misura è ormai cola e la rabbia popolare è esplosa.
Quello che sta accadendo in Spagna non è un incidente di percorso, un semplice cortocircuito legislativo da archiviare con un comunicato stampa. È il rigetto viscerale di un modello neoliberista che ha divorato l'Europa e che nelle principali città spagnole ha trovato la sua espressione più oscena: la turistificazione di massa. Barcellona, Madrid, Siviglia, Bilbao, Pamplona. I centri storici sono stati svuotati dei residenti per far posto a turismo mordi e fuggi, affitti brevi e portafogli stranieri. La casa non è più un diritto, è un asset finanziario, una merce per fondi d'investimento e speculatori locali.
Il detonatore di questa rabbia ha un nome e una data, ed è affondato venerdì al Congresso dei Deputati. I decreti sulla casa proposti dal governo sono stati respinti. Hanno votato contro il Partito Popolare, Vox e Junts. Una maggioranza trasversale e neoliberista che ha unito la destra nazionalista, l'estrema destra e i nazionalisti catalani, tutti compatti nella difesa dello status quo.
Centottanta voti contro, la sinistra paralizzata, e la frustrazione che era cresciuta sui gradini del Parlamento è esplosa in tutto il paese, travalicando i confini delle grandi metropoli.
Gonzalo Álvarez, portavoce del Sindicato de Inquilinas di Madrid, non usa mezzi termini mentre guarda le cinquantaquattro mobilitazioni che hanno infiammato il territorio iberico. Per lui la sinistra di governo ha mostrato un'incapacità tremenda, una disconnessione totale dalla realtà, incapace di approvare anche solo le briciole che vengono chieste. E la destra? Si limita a genuflettersi davanti agli speculatori. Ma c'è un orgoglio ferito e trasformato in energia nelle sue parole. Dice che otto giorni di piazze hanno ottenuto più di otto anni di governi progressisti. Ha fatto il nome di Maricarmen, tornata finalmente a casa sua, e l'introduzione degli affitti a tempo indeterminato. Vittorie strappate con le unghie, non concesse con il sorriso dai palazzi.
Ora la temperatura si alza e i grandi sindacati come CCOO e UGT scendono in campo per forzare la mano, chiamando a una mobilitazione di massa. Ma è il Sindicato de Inquilinas a tracciare la linea, e lo fa guardando dritto negli occhi il governo. Lo sciopero generale non è più una minaccia, una possibilità da sbandierare per ottenere un compromesso al ribasso in qualche corridoio di Madrid.
Álvarez lo conferma senza esitazioni o tatticismi: lo sciopero generale è una certezza. Vuole paralizzare il paese, perché è il frutto di un anno e mezzo di lavoro, di alleanze e di convergenze tra lotte diverse.
Il messaggio ai politici è netto: il loro tempo è finito. Che si voti, che si cambi la legge elettorale o che si cerchi una via di fuga istituzionale, poco importa. La piazza ha tracciato un perimetro invalicabile. Chiunque siederà sugli scranni del potere, da domani in poi, non avrà più il lusso di mediare. Dovrà confrontarsi con le esigenze di chi nelle case non ci può più entrare, o ci viene sbattuto fuori senza troppi complimenti.
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