di Ahmed Farhat e Vito Petrocelli
Il 30 settembre si è celebrato in Libia il "Giorno della Fedeltà”, con un incontro molto partecipato tenuto a Bani Walid. La giornata ha visto la partecipazione di parti politiche e tribù e si è conclusa con la pubblicazione di una dichiarazione ufficiale centrata sulle dimensioni legali e nazionali relative all’uccisione di Saif al-Islam Gheddafi.
I partecipanti e i convenuti hanno sottolineato che questo raduno non si limita agli aspetti della commemorazione tradizionale o al pronunciamento di slogan, ma nasce in risposta a un evento criminale che ha portato alla scomparsa di un simbolo nazionale in circostanze che richiedono la completa rivelazione della verità di fronte alle istituzioni dello Stato, alle autorità giudiziarie e all’opinione pubblica.
Il testo contenuto nella dichiarazione ha evidenziato che il sangue derivante dalla morte di Saif al-Islam Gheddafi non può in alcun modo essere considerato una merce di scambio politica, né una valuta adatta al commercio nei corridoi chiusi del potere, né un fascicolo amministrativo che può essere chiuso con il passare del tempo. I convenuti hanno ribadito il diritto del popolo libico di conoscere tutti i dettagli del crimine, su chi abbia pianificato, ordinato, eseguito, facilitato, nascosto e tratto profitto dall'omicidio di Saif al-Islam Gheddafi. È stato inoltre ribadito il netto rifiuto di limitare la responsabilità ai soli esecutori materiali, lasciando pianificatori, finanziatori e istigatori fuori dalla ricerca delle responsabilità.
Nello stesso contesto, la dichiarazione ha incluso posizioni e dichiarazioni chiare rilasciate da Hannibal Gheddafi, concentrate sul fatto che le informazioni, i nomi e i mandati di cattura annunciati finora rappresentano solo l’inizio del percorso legale e non la sua conclusione.
La dichiarazione ha rivolto un appello esplicito al Procuratore Generale e allo Stato libico affinché conducano indagini approfondite e trasparenti senza esitazioni o parzialità, al fine di smascherare l’intera catena di responsabilità e sottoporre chiunque risulti coinvolto a un processo equo dinanzi alla giustizia, sottolineando che nessuno si trova al di sopra della legge o gode di immunità contro l’azione giudiziaria se viene provato il suo legame con il crimine.
La discussione nel corso dei lavori ha inoltre toccato la situazione nella città di Zintan, dove Saif al-Islam Gheddafi è stato assassinato, chiarendo che la città e le tribù non devono portare il peso delle azioni commesse da singoli individui, sebbene il verificarsi di questo crimine sul suolo di Zintan renda l’esposizione della verità un dovere morale e nazionale ineludibile.
La dichiarazione ha sottolineato che il silenzio non offre protezione alla città, bensì protegge il crimine stesso, e chi ostacola il percorso della giustizia rappresenta solo se stesso, evidenziando che l’emersione della verità non costituisce una minaccia per Zintan, ma contribuisce a proteggere il suo nome e la dignità della sua gente.
La dichiarazione ha invitato infine l’Organizzazione delle Nazioni Unite e la comunità internazionale a superare la fase dell’intervento passivo e delle dichiarazioni formali, chiedendo di sostenere un processo investigativo indipendente e trasparente e di garantire la protezione di testimoni e prove affinché il caso possa seguire il suo giusto corso.
La dichiarazione si conclude sottolineando che l’assenza fisica derivante dall’uccisione di Saif al-Islam Gheddafi non significa la fine della sua causa, e che le procedure continueranno attraverso tutti i mezzi disponibili per rifiutare l’occultamento dei fatti sotto le macerie di accordi e calcoli politici, con l’insistenza nell’applicare i principi fondamentali che rifiutano di proteggere gli assassini, di concedere immunità ai pianificatori o di fornire copertura a chi vuole nascondere la verità.
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