di Laura Ruggeri*
Ai politici occidentali piace tanto parlare di "de-risking" (riduzione dei rischi di dipendenza) dalla Cina, usano questa parola con leggerezza come se si trattasse di fare il cambio armadio quando arriva l'inverno: si mette via il vestito di lino e si spolvera il cappotto. Secondo una recente analisi di EY-Parthenon riportata dal Financial Times, questa "piccola operazione" in realtà richiederebbe agli Stati Uniti, all'UE e al Regno Unito di sborsare altri 23,6 trilioni di dollari nei prossimi 25 anni.
Questa cifra – 13,7 trilioni per gli Stati Uniti, 9,1 trilioni per l'Eurozona e 800 miliardi per il Regno Unito – rappresenta l'investimento aggiuntivo necessario per replicare la capacità produttiva, le infrastrutture di ricerca, le catene di fornitura e le tecnologie che attualmente dipendono dalla Cina.
Distribuito su un quarto di secolo, ciò richiede quasi un trilione di dollari di spesa annuale aggiuntiva, una somma da far impallidire al confronto le attuali priorità di spesa. Comporterebbe anche un aumento dei prezzi al consumo e, naturalmente, un'inflazione più alta.
Anche con quell'investimento colossale, il rapporto stilato da EY Parthenon rileva che l'indipendenza totale rimarrebbe comunque un obiettivo impossibile perché Pechino controlla materie prime cruciali e capacità di lavorazione fondamentali. Il "de-risking", a quanto pare, è un eufemismo meravigliosamente rassicurante per qualcosa di molto più dirompente: un deliberato disaccoppiamento economico dettato dall'ansia geopolitica, nel migliore dei casi, o da piani relativi ad un futuro scontro con la Cina, nella peggiore delle ipotesi. I politici che ne parlano con tanta leggerezza sembrano incuranti del prezzo da pagare. Sono semplicemente ignoranti e non immaginano le cifre in gioco, sono abituati a delirare e quindi un delirio in più o in meno poco cambia, oppure sono già stati reclutati a pieno titolo per un conflitto con la Cina?
A voi l'ardua sentenza.
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