Difendere l’indifendibile

di Daniel Wedi Korbaria

Mi ribolle il sangue ogni volta che sento un intellettuale italiano minimizzare o giustificare ciò che è stato il Colonialismo italiano. Chiunque possieda un minimo di sensibilità e di empatia può definire, senza timore di essere smentito, un vero e proprio crimine contro l'umanità tutto il colonialismo, quello di ieri come quello di oggi.

Stavolta è il giornalista Marco Travaglio che nella trasmissione “Una giornata particolare”( di Aldo Cazzullo) andata in onda in prima serata mercoledì 27 maggio su LA7 racconta la “storia d’amore” tra il Sottotenente Indro Montanelli e una bambina eritrea di 12 anni.

Naturalmente quando Montanelli ha raccontato questa storia, perché l'ha raccontata lui altrimenti non l'avrebbe saputa nessuno, si è scatenata una canea di polemiche, gli davano dello stupratore, del pedofilo, ignorando il fatto che l'età da marito nel 1935, non solo in Africa ma anche in certe regioni italiane, era molto più bassa di quella di oggi, certamente molto più bassa della maggiore età.

Le polemiche a cui fa riferimento il Direttore del Fatto Quotidiano risalgono al 1969, quando nel programma televisivo della Rai L'ora della verità condotto da Gianni Bisiach era stato ospite della puntata proprio Indro Montanelli che, seduto al centro dello studio, raccontava divertito: “Sì, pare che avessi scelto bene. Era una bellissima ragazza bilena di dodici anni”. Poi, rivolgendosi al pubblico, sorridendo baldanzoso continuava: “Scusatemi, ma in Africa è un’altra cosa! Così l’avevo regolarmente sposata, nel senso che l’avevo comprata dal padre.”

Ma, purtroppo per lui, seduta in seconda fila tra il pubblico c’era la giornalista italo-eritrea Elvira Banotti, che prese la parola e gli si rivolse dicendo: “Lei ha detto tranquillamente di aver avuto una sposa di dodici anni e a venticinque anni non si è peritato affatto di violentare una ragazza di dodici anni dicendo: “Ma in Africa queste cose si fanno”. Vorrei chiederle come intende i suoi rapporti con le donne? Date queste due affermazioni.

La spavalderia di Montanelli iniziò subito a vacillare e il sorriso sparì dal suo volto: “Signora, guardi, sulla violenza nessuna violenza perché le ragazze in Abissinia si sposavano a dodici anni”.

“Lo dice lei! Sul piano di consapevolezza dell’uomo, il rapporto con una bambina di dodici anni è un rapporto con una bambina di dodici anni! Se lo facesse in Europa riterrebbe di violentare una bambina, vero?” lo incalzò lei. “Sì, in Europa sì! Lì no!” ammise lui con difficoltà. E a diverse domande a raffica della giornalista insisteva borbottando: “No guardi, lì sposano a dodici anni!”

Il colpo di grazia arrivò quando la Banotti gli ribatté: “Ma non è il matrimonio che intende lei a dodici anni in Africa. Guardi, io ho vissuto in Africa. Il vostro era veramente un rapporto violento del colonialista che veniva lì e si impossessava della ragazza di dodici anni senza, glielo garantisco, tenere assolutamente conto di questo tipo di rapporto sul piano umano. Eravate i vincitori. Cioè i militari che hanno fatto le stesse cose ovunque sono stati vincitori, gli uomini si sono presentati come militari. La storia è piena di queste situazioni”.

Il grande giornalista, famoso per aver intervistato Hitler dopo l’invasione della Polonia, vacillò e si fece sempre più piccolo, di nuovo il suo tentativo di giustificare le proprie debolezze di uomo bianco addossando la colpa agli africani fallì. Alla fine si arrese e grattandosi il naso restò in silenzio.

Montanelli ritornerà più volte sull’argomento. Nel 1982, nel corso di un’intervista rilasciata a Enzo Biagi per la trasmissione televisiva Rai Questo secolo, definì la sua sposa di nome Fatima “un animaletto docile” e raccontò di averla acquistata per 500 lire “insieme a un cavallo e a un fucile”. Biagi gli chiese che fine avesse fatto poi Fatima e lui disse candidamente di averla ceduta al Generale Alessandro Birzio Biroli che la introdusse nel proprio harem.

Ma Travaglio insiste: “Me lo ha raccontato Letizia Moizzi, la nipote di Montanelli che è giornalista e che ha lavorato con noi prima al giornale e poi alla voce. Animalino, lui chiamava così anche lei, non c'era nulla di razzista, era una cosa affettuosa ovviamente” e poi aggiunge spudoratamente “...aveva dei modi di dire che soltanto chi ha la malizia nella testa poteva attribuire a un atteggiamento razzista.

Oserei commentare: Caro Travaglio la toppa è peggio del buco.

L’ultima testimonianza di Montanelli è del 12 febbraio 2000 ne La stanza di Montanelli (rubrica pubblicata dal Corriere della Sera) dove rispondendo ad una lettrice che gli chiedeva della sua storia con una “faccetta nera” egli raccontò di aver contrattato sul prezzo per tre giorni con il padre della ragazza prima di ottenerla per 350 lire, “Una specie di leasing”. E stavolta chiamava la moglie Desta e le dava 14 anni: “particolare che in tempi recenti mi tirò addosso i furori di alcuni imbecilli…” forse alludeva ad Elvira Banotti, chissà.

Ma a parte contraddirsi rispetto al nome (prima Milena poi Fatima e dopo ancora Desta) e all’età (prima 12 poi 14) Montanelli scrisse: “dopo la fine della guerra e delle operazioni di polizia, uno dei miei tre “bulukbasci” che stava per diventare “sciumbasci” in un altro reparto, mi chiese il permesso di sposare Desta. Diedi loro la mia benedizione.” Concluse l’articolo dicendo che nel 1952 era ritornato a Segheneiti, il villaggio dove Desta e il suo vecchio bulukbasci adesso avevano tre figli, il primo dei quali in suo onore avevano chiamato “Indro”.

Il fatto che Destà avesse chiamato Indro il suo primogenito ci dice chiaramente che non aveva vissuto quel matrimonio strano, che si chiama madamato, come uno stupro, come una violenza, come una forzatura ma come l'usanza del tempo e del luogo” lo ha giustificato ancora Travaglio.

Anche se questo fatto sarebbe tutto da provare, soprattutto perché Montanelli si è contraddetto spesso su questo argomento, in Eritrea non sarebbe poi tanto difficile riuscire a trovare un “Indro-indigeno”...

Ma molto più interessante risulta il fatto che lui abbia alzato l’età della sua sposa-bambina da 12 a 14 anni. Forse il motivo era dovuto al Codice Penale (o Codice Rocco)[1] in vigore in Italia fin dal luglio 1931? All’art. 519 prevedeva una pena da 3 a 10 anni per chi si congiungeva carnalmente con persona la quale al momento del fatto non avesse compiuto 14 anni. Inoltre l’art. 600 dello stesso Codice Penale prevedeva la pena detentiva, con la reclusione da otto a vent’anni, per chi esercitava “poteri di proprietà, riducesse o mantenesse qualcuno in schiavitù mediante violenza, minaccia, inganno, abuso di autorità o approfittamento di vulnerabilità.” Il Sottotenente Montanelli, laureato in legge, non poteva non saperlo. Ma da gran furbone, aveva aspettato a lungo a raccontare questa brutta storia forse per una sorta di prescrizione.

Ma Travaglio già nel 2020 aveva difeso il suo Maestro non tollerando l’idea di rimuoverne la statua in bronzo eretta a Milano nei giardini di Porta Venezia, un monumento che aveva scatenato diverse proteste. Nel 2019 l’associazione delle donne Non una di meno lo aveva imbrattato con della vernice rosa (lavabile) e ancora, nelle settimane in cui una sollevazione antirazzista partiva dagli Stati Uniti con la morte di George Floyd[2], alcuni attivisti di Rete Studenti Milano lo hanno nuovamente imbrattato, stavolta con della vernice rossa, e scrivendo “razzista stupratore”. Travaglio dichiarerà: “Non era pedofilo. Amava quella ragazzina, voleva diventare abissino e si adeguò a una tradizione.”

Ma quand’è che la si smetterà di dare la colpa agli africani e alle loro culture e consuetudini che comunque erano solo loro e non prevedevano l’arrivo di soldati bianchi armati fino ai denti?

Devo dire che queste assoluzioni morali dei propri connazionali che con leggerezza si dispensano in Italia mentre io mi trovo ad Asmara, teatro di quel nefasto periodo, mi lasciano allibito e deluso. Come si fa a ragionare con queste persone che vogliono cancellare le atrocità di ogni genere commesse sul suolo africano? Quand’è che ci chiederanno scusa per questi crimini commessi dai loro padri e nonni? Forse mai.

Ma come dice il detto: “Errare humanum est, perseverare autem diabolicum”, l’errore o la svista ci può stare, ma insistere strenuamente a difendere l’indifendibile mi fa sorgere il sospetto che se Travaglio si fosse trovato in Africa al posto del suo Maestro si sarebbe comportato allo stesso modo.

*Daniel Wedi Korbaria, scrittore eritreo e panafricanista, è nato ad Asmara nel 1970. Con i suoi libri, articoli e saggi pubblicati online e tradotti in inglese, francese, tedesco e norvegese si è battuto per offrire una voce alternativa ai racconti dei media mainstream italiani ed europei sull'immigrazione e il neo colonialismo. Nel 2019 ha pubblicato il suo primo romanzo Mother Eritrea e nel 2022 il saggio d'inchiesta Inferno Immigrazione. Di prossima pubblicazione (2026) il suo romanzo sul colonialismo italiano in Eritrea.

[1] Regio Decreto 19 ottobre 1930, n. 1398 Approvazione del testo definitivo del Codice Penale. È stato pubblicato nel vol. VI della Raccolta Ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d’Italia del 1930.

[2] A seguito dell’uccisione dell’afroamericano George Floyd per mano di un agente della polizia di Minneapolis, il 25 maggio 2020

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