Droni contro munizioni: perché è caduto Fëdorov

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

Non c'era bisogno di vantare particolari qualità analitiche, o specifiche conoscenze di dati di fatto, per scrivere, come fatto qualche giorno fa, che alla base del licenziamento dell'ormai ex ministro della guerra ucraino Mikhail Fëdorov ci fossero, essenzialmente, questioni di “bizinisse”. Nelle “scelte” del regime nazigolpista di Kiev, la mano dei curatori esterni del regime spunta sempre tra le pieghe delle “decisioni autonome” della junta. Soldi; tanti soldi che vanno e vengono tra Kiev e i centri affaristici denominati “governi”, incaricati di curare i profitti dell'industria di guerra europea. Ora, effettivamente, le nostre mediocri conoscenze non ci consentono di stabilire quali, esattamente, tra le multinazionali del complesso militare-industriale occidentale, si fossero sentite “scavalcate” e quali altre, al contrario, fossero beneficiate, dalle decisioni del «trentacinquenne modernizzatore», come il Corriere della Sera, evidentemente puntando su un ambiguo fattore “giovanilistico”, definisce l'ex ministro, «sostenitore di una guerra sempre più automatizzata». Ma non c'è dubbio che la “decisione di Zelenskij” di dimissionare su due piedi la primo ministro Julija Sviridenko, portando automaticamente allo scioglimento dell'intero gabinetto e, dunque, alla rimozione anche del ministro della guerra, non riconfermato nel nuovo governo, sia stata legata a “raccomandazioni” dei curatori esterni del regime. È così dal 2014, quando, a golpe nazista diretto personalmente a majdan Nezaležnosti dai funzionari dell'ambasciata yankee e del Dipartimento di stato, fu la stessa, famigerata Victoria Nuland a impartire l'ordine sulla nomina a primo ministro del banchiere Arsen Jatsenjuk. Una junta golpista fin da subito imposta dall'esterno, che continua a reggersi solo nell'interesse strategico UE-USA-NATO, i cui ras, designati dai padrini euro-atlantici, agiscono in ogni caso solo in base ai dettami dei curatori esterni.

Nel caso di Mikhail Fëdorov, ministro degli affari dell'industria di guerra, entusiasticamente definito dai media guerrafondai, che nella esaltazione del «genio dei droni» hanno trovato la scappatoia per tacere della disastrosa situazione al fronte, a deciderne le sorti sono state le “scelte autonome” a vantaggio di alcuni fornitori e a svantaggio di altri: evidentemente, le quotazioni di borsa dei secondi si sono rivelate più forti e quelli hanno deciso di prendersi la rivincita. «Dietro il dissenso strategico, Fëdorov ha denunciato interessi economici», scriveva il Corriere della Sera il 19 luglio, innalzando in tal modo l'ex ministro a “eroe senza macchia”, in un paese che vede le masse popolari ridotte a merce di consumo per i profitti delle multinazionali euroatlantiche e carne da macello per il fronte UE-NATO, contro una vomitevole corruzione ai massimi vertici nazigolpisti. Attendiamo con trepidazione le prove provate della “immacolata” biografia dell'ex ministro, immune dagli intrecci affaristici che regolano le “scelte” dei ras nazigolpisti, sacrificato proprio per la sua integrità. Ne saremmo sinceramente colpiti, ferma restando in ogni caso la sua attitudine, anche se solo per sei mesi, a condividere l'attività criminale della junta. A certi livelli, comunque, gli affari decidono tutto e la lotta non è tra “anime integre” e squallidi corruttori, bensì tra cupole vincenti e famiglie perdenti.

In ogni caso, il suo licenziamento, osserva Evghenij Umerenkov su Komsomol'skaja Pravda, sta suscitando un dibattito insolitamente acceso in Occidente; finora, le “decisioni della junta” in materia di ricambi di persone, pur sollevando perplessità tra i suoi sostenitori, non erano soggette a giudizio pubblico. Non si parla delle proteste “popolari” all'interno dell'Ucraina, organizzate probabilmente da ONG sotto controllo euroatlantico e che incidono sulla situazione appena per quel poco che possano esprimere un flebile dissenso “tattico” nei confronti di Zelenskij: sono puramente decorative e non costituiscono una vera minaccia per el jefe de la junta. Altra cosa sono i giudizi espressi pubblicamente dagli sponsor di Kiev.

Ecco dunque che, tra i padrini della junta nazigolpista, evidentemente “turbati”, monetariamente parlando, dalla prematura uscita di scena di Fëdorov, spicca il ministro della guerra tedesco Boris Pistorius – tra l'altro, uno dei più accesi sostenitori di Zelenskij in Europa – che ha vergato una lettera "insolitamente schietta" all'ormai licenziato ministro, interpretata come un messaggio indiretto a Zelenskij stesso. «Grazie, caro Mikhail, per l'eccellente e fiduciosa collaborazione che abbiamo avuto negli ultimi mesi! Insieme, abbiamo ulteriormente rafforzato la cooperazione strategica tra i nostri Paesi», esordisce Pistorius nella lettera, che, non a caso, è immediatamente trapelata ai giornali. «Mi dispiace profondamente che tu non possa continuare il tuo lavoro e spero che tu rimanga politicamente attivo». Cos'è questo, si chiede Umerenkov, se non un rimprovero diretto al capo del regime di Kiev da parte di uno dei suoi principali finanziatori?

Pistorius, inoltre, non è stato l'unico a criticare Zelenskij per aver licenziato “l'efficiente Fëdorov”: «Per l'Europa, questo non è un lontano intrigo di palazzo», scrive EUObserver; «nei suoi ultimi giorni di mandato, Fëdorov ha firmato accordi che garantiscono alle aziende ucraine l'accesso ai programmi, ai finanziamenti e alla coproduzione UE». Ora, insinua EUObserver, non è chiaro se il precedente formato di gara e appalto verrà mantenuto. Come dire: in gioco ci sono tanti, ma tanti soldi.

Ma, su cosa si è “bruciato” Mikhail Fëdorov? Stranamente, è stato proprio sui droni, di cui era definito “un genio”. «La popolarità dei droni è il problema» che ha portato al dimissionamento di Fëdorov, scrive The New York Times, citando Nikolaj Davydjuk, deputato alla Rada per il partito di opposizione "La voce". Fëdorov era diventato un «problema e una minaccia» per Zelenskij, perché sosteneva una modernizzazione puramente tecnologica dell'esercito ucraino, una mossa ampiamente popolare, ma osteggiata dal comandante in capo Syrskij.

Fëdorov è stato a capo del ministero della guerra per soli sei mesi, ma in quel periodo ha guadagnato un'ampia popolarità come ministro che promuoveva riforme militari moderne, scrive ancora The New York Times, «privilegiando i droni e rifiutando molti contratti per armi tradizionali... è stato licenziato dopo aver bloccato l'acquisto di munizioni per l'artiglieria a favore dei droni». Il comandante in capo Aleksandr Syrskij «insisteva sul fatto che le munizioni fossero comunque necessarie per combattere la feroce guerra di trincea nell'est del paese». Appena una settimana fa, Fëdorov stesso aveva dichiarato a Politico che «se avremo risorse sufficienti per avviare un nuovo ciclo di innovazione militare prima che la Russia si adatti a quello attuale, avremo altri sei mesi di tempo». Si era praticamente vantato di aver abbandonato, da quando aveva assunto la guida del ministero, l'acquisto di armi tradizionali a favore di innovativi droni.

Qui, il giovane e già precoce ex ministro della guerra ha chiaramente fallito il calcolo delle proprie forze. Fëdorov, osserva ancora The New York Times, «spiegando i disaccordi con Syrskij sulla strategia di conduzione della guerra, ha anche fatto riferimento agli interessi consolidati nell'industria degli armamenti. Secondo le sue parole, la sua decisione di riorientare gli acquisti verso i droni minacciava gli interessi del business... Presumibilmente, ci siamo comportati molto male come Stato perché abbiamo violato la strategia affaristica aziendale»: ecco come Fëdorov ha riconosciuto il proprio errore.

Secondo quanto riportato dai media ucraini, la principale controversia nel periodo che ha preceduto la rimozione di Fëdorov verteva sull'acquisto di equipaggiamento militare tradizionale. Gli alti gradi militari e i “biznesmeny” a loro legati erano particolarmente scontenti dell'ex ministro per la cancellazione o l'indizione di gare d'appalto per l'acquisto delle munizioni più comuni – i proiettili di artiglieria NATO da 155 mm – e per la sospensione di tutti gli acquisti di munizioni a corto raggio. Secondo Fëdorov, questo gli avrebbe fatto risparmiare 100 milioni di dollari. Ma i risparmi per lo stato, in questo caso, corrispondono al “furto” ai danni del business corrotto.

Perché Zelenskij si è schierato con Syrskij nello scontro tra Fëdorov e Syrskij? Responsible Statecraft spiega che «il ben più esperto Syrskij si è dimostrato un abile stratega politico, anche se forse non ci è voluto molto per aggregare in un blocco di opposizione le numerose élite che avrebbero subito perdite dalle riforme di Fëdorov». Inoltre, il sessantenne generale Syrskij non pare avere ambizioni politiche postbelliche; ciò, al contrario del suo predecessore, Valerij Zalužnij, che aveva apertamente espresso l'intenzione di entrare in politica e fu destituito anzitempo da Zelenskij e spedito come ambasciatore a Londra. Il generale Kirill Budanov, ex capo del Servizio di Sicurezza, è stato nominato da Zelenskij a capo dell'ufficio presidenziale, proprio con l'obiettivo, scrive The New York Times, «di intralciare la sua potenziale candidatura alla presidenza». In questo senso, però, a parere di Umerenkov, el jefe de la junta potrebbe “fare cilecca” con il civile Fëdorov: l'ex ministro della guerra, che finora aveva mostrato scarse ambizioni politiche, potrebbe ora seguire il consiglio di Pistorius di «rimanere politicamente attivo», diventando forse il candidato numero uno in Europa alla successione di Zelenskij.

Inquadrando la faccenda in una cornice più generale, il controverso cambio di governo in Ucraina rappresenta l'agonia del regime di Zelenskij, ma non la sua morte definitiva, afferma il politologo ucraino Andrej Ermolaev: «L'agonia si manifesta quando le azioni sono sporadiche, quando si perde il controllo dei movimenti del corpo... Solo che l'agonia può essere prolungata, o anche concludersi con una ripresa. Non parlo della morte del regime, ma di confuse manifestazioni di agonia».

Ermolaev sottolinea che il precedente governo si era insediato da poco e aveva elaborato un "programma per la ripresa del paese", ma ora hanno trovato una "figura salvifica" a cui è stato affidato, in sostanza, un unico compito: prepararsi all'inverno, in riferimento alla nomina a primo ministro di Sergej Koretskij, ex capo di Naftogaz.

Perché, in sostanza, la situazione al fronte peggiora ogni giorno e Zelenskij ne approfitterà accusando i manifestanti "sorosiani", che protestano per il licenziamento di Fëdorov, di aiutare indirettamente la Russia. Sorosiani che i torquemadisti confessionali de Linkiesta elevano a apostoli della fede, impegnati a impartire una «lezione della società civile ucraina alle democrazie europee» e attori di uno «spettacolo al tempo stesso drammatico ed entusiasmante, incoraggiante da un lato e disperante dall’altro». Non siamo in grado di valutare quanto i manifestanti di Kiev rispondano ai “suggerimenti” di questo o quell'altro gruppo affaristico impegnato a “monetizzare” le lotte di potere in Ucraina. Da quel che si può vedere, quei manifestanti che Linkiesta definisce «a favore del ministro della difesa improvvisamente estromesso dal governo Mykhailo Fedorov, e dunque contro il presidente che ne ha deciso la sostituzione, Volodymyr Zelensky», non indicano nulla di nuovo rispetto all'ennesima, innocua e giovanilistica majdan pro-UE-NATO e, tantomeno, mostrano alcun proposito di contrapposizione alla junta nazigolpista. Perché il nazismo della junta di Kiev, ancorché ignorato dai media bellicisti, è l'asse su cui ruota l'intera strategia di guerra euroatlantica.

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