Fulvio Grimaldi - Israele, Brasile, Serbia: cosa cambia

Nell’intervista fattami da Paolo Arigotti per “Spunti di riflessione” andrebbero messe in evidenza le prospettive, potenzialità, spesso solo speranze, di un cambiamento in meglio, drastico, radicale. Dove si possono individuare, dove non ce n’è proprio traccia.

ISRAELE

Quest’ultima ipotesi s’impone con drammatica perentorietà in Israele. Nello Stato proclamatosi per legge e statuto quello esclusivo dei seguaci della religione ebraica, nulla indica l’esistenza di forze politiche, partitiche, sociali, determinate a cambiare rotta. Un capovolgimento democratico, anzi umano, rispetto a quanto Netanyahu, le forze cosiddette di opposizione e la maggioranza della società civile stanno perseguendo nei comuni termini della rimozione della questione palestinese intesa come rimozione dei palestinesi.

N on sembrano diversificarsi le posizioni articolate dalle formazioni politiche nello Knesset, che si dicano moderate o estremiste di destra, sulla questione che in definitiva è esistenziale. Che riguarda sia i 10 milioni di immigrati e coloni ebrei, sia i quasi 6 milioni di palestinesi nei territori occupati nel 1967, i 2 milioni di palestinesi cittadini israeliani nei territori assegnati nel 1948 e gli 8 milioni e passa nella diaspora, a partire dai campi profughi.

A questa rilevante maggioranza palestinese si vorrebbe ora attribuire la voce dei 19 seggi conquistati dalle sue due formazioni che alle elezioni sono state votate in massa e hanno conquistato il record di 19 seggi su 120 (con i due blocchi ebrei entrambi sotto la maggioranza assoluta dei 61 seggi).

Da questo, benevoli osservatori delle nostre parti deducono che ora si aprirebbero spazi per un ruolo addirittura strategico nei rapporti di forza tra le due comunità. Ma quella che ha impostato ogni suo proposito sull’eliminazione biologica, oltrechè politica, dell’altra, si è sempre attenuta a un principio basilare, la colonna che regge tutto il costrutto dell’edificio programmato fin dalla fine dell’800 e mai rientrato, o modificato: con coloro che, palestinesi, ma per attenuare l’impatto sono definiti “arabi” non c’è né combinazione, né collaborazione, né dialogo. La pulizia etnica, fondamento ideologico dell’intero progetto sionista, lo impone.

La Lista Unita e il Raam, le due formazioni palestinesi, sono l’espressione non certo degli abitanti di Hebron le cui case, per l’ennesima volta, sono date alle fiamme dall’IDF, o di quelli dei campi profughi in Cisgiordania, in corso di sradicamento e dispersione nel quadro dell’annessione dichiarata di tutti i territori occupati. Rappresentano quella che, già negli anni ’30 del mandato britannico, era uno strato borghese, relativamente agiato, in qualche misura risparmiato e quindi parzialmente connivente col processo di colonizzazione e poi ricolonizzazione messo in atto fin dalla dichiarazione di Balfour del 1917 sul “focolare ebraico”.

Sono ancora lì, una nicchia sociale politicamente irrilevante, che però serve ad allungare la sbrindellata coperta democratica con la quale lo Stato dell’Apartheid e del genocidio, fortunatamente sempre meno credibile, si presenta al mondo.

SERBIA

A Belgrado e nel resto del paese non è successo niente che si distanzi decisamente da quanto ho visto succedervi tra il 1999 dell’aggressione NATO (D’Alema, Mattarella) e il 2001 della prima grande e vincente rivoluzione colorata messa in atto dall’imperialismo UE-USA. Allora c’era il movimento degli studenti chiamato Otpor, al quale i mandanti occidentali avevano dato il compito di completare, con la fine della Serbia sovrana, socialista e sorella della Russia, il lavoro dei bombardamenti NATO (anche qui finalizzati, con l’uranio impoverito, a effetti duraturi nei secoli).

Ebbi l’occasione di intervistare per “Liberazione”, in un appartamento sul centralissimo Corso Knez Mihailova, due dei suoimassimi dirigenti: Non si provarono nemmeno lontanamente a offuscare la loro matrice occidentale, raccontandomi come fossero stati addestrati alla sedizione sociale, a Budapest, da “grandi esperti CIA”. Sono gli stessi che si sono poi visti all’opera in occasione di vari regime change, dal Messico alla Georgia, dall’Ucraina alle primavere arabe.

L’attuale Movimento degli Studenti, ampio vincitore delle elezioni, ha la stessa matrice e la stessa parola d’ordine, “contro la corruzione del regime”, inesorabilmente ripetuta, a dimostrazione della carenza di motivazioni sociali e contenuti ideologici, di tutte le rivoluzioni colorate.

A dire le sue virtù basta il plauso rumorosamente offertogli da tutto il cocuzzaro occidentale, a partire da Ursula von der Leyen e dalle singole cancellerie europee.

Ci si potrebbe chiedere cosa richiedesse la rimozione con urgenza dell’alternativamente presidente e primo ministro, dal 1914, capo del Partito del Progresso (solita denominazione non impegnativa), Alexander Vucic. Corruzione? Immancabile. Autoritarismo? Non più di quelli dei vicini colleghi balcanici, a partire dal corrottissimo e autocraticissimo Rami albanese, dagli ultradestri croati, dai frammenti UE balcanici come Bulgaria, Romania, Slovenia e quelli candidati: Montenegro, Albania, Macedonia del Nord, Bosnia Erzegovina e la stessa Serbia.

Ed è qui che, come suol dirsi, casca l’asino. Che sarebbe Alexander Vucic. Grande equilibrista tra istanze, lealtà e pressioni diverse e, sfortunatamente per lui, alla fin fine opposte. In parole povere: stare comunque con Mosca, per tradizione storica, comunanza etnica e religiosa, volontà popolare e sostegno per la riacquisizione del Kosovo e poi bussare continuamente alle porte dell’UE, non erano, per Bruxelles, posizioni conciliabili.

Ne risultava che la Serbia restava un elemento spurio e inaffidabile nel primo fronte europeo verso la Russia. Le riforme democratiche, giudiziarie, sociali, che Bruxelles pretendeva di avanzare e non vedeva realizzate, non erano la pietra dello scandalo. Lo era Mosca, per quanto Vucic, sorridendo a Israele e armando Zelensky, ne volesse attenuare la rilevanza. Da qui la nuova Otpor.

BRASILE

Qui c’è soprattutto da divertirsi per come la classe che si vuole dirigente in Brasile e che negli ultimi anni è stata impersonata dalla dinastia Bolsonaro, Jiair e Flavio, con vasta rete di parente cogerenti dello Stato, si sia vistosamente confermata corrotta, ladrona, moralmente e legalmente fetida. A Flavio, dopo l’incredibile rimonta del vecchio Lula – non proprio un Che Guevara o un Fidel, ricordiamolo – non era rimasta che la fuga nella classica Miami, inseguito da una caterva di imputazioni di ladrocinio, riciclaggio, appropriazioni indebite di regali di Stato, copia quasi precisa di quelle che, insieme al tentato golpe nel 2022, avevano chiuso in carcere il papà Jair.

Per il mistero del ricupero di 4 milioni di voti nel ballottaggio, dopo la sconfitta 45% a 47% nel primo turno, c’è anche la spiegazione che nella seconda campagna era venuto a mancare il contributo di Fernando Cerimedo e della fittissima rete latinoamericana, già bene collaudata in altre elezioni con vittorie del trumpismo. Cerimedo, mago argentino del digitale, era stato alla fine individuato come il grande manovratore cibernetico dello spostamento di scelte e di voti. In breve, si trattava della creazione di migliaia di account falsi, di manipolazione di algoritmi, che determinavano equilibri di opinioni e di forze divergenti dall’originale.

Nel secondo turno Cerimedo non c’era e non poteva dirigere le operazioni. Era rinchiuso in un carcere a La Paz, Bolivia, per aver tentato di uccidere la fidanzata, Nadia Bellier, che s’era messa a spiattellare a magistrati e media i segreti dei trucchi del mago. Metti poi il richiamo della foresta sociale (anche amazzonica che, con Lula se la vede meglio) ed ecco i 4 milioni di voti in più.

Con, però, l’opposizione dei terratenientes, deforestatori, delle sette evangeliche pentecostali, battiste, tutte di obbedienza trumpista, padrona del parlamento e con la maggioranza dei governatori degli Stati, specie nel Sud Est e nell’Ovest, in mano alla destra, per l’81enne Lula ci vorranno, per tenere botta, più che l’incerto sostegno dei BRICS, una costante mobilitazione popolare, come quella da sempre protagonista, dei Sem Terra.

Ora che il Brasile è risultato, dopo miniere e petrolio, anche il secondo possessore di terre rare, quelle del futuro e del potere tecnologici, gli appetiti tutt’intorno crescono. A noi non resta che appendere speranze e fiducia al gancio della Grande Svolta Brasiliana rispetto alla marcia, fin qui inarrestabile in Latinoamerica, di Donroe.

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