Giorgia Meloni e il collasso della Legalità Internazionale


di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

Quando il presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni ha descritto la campagna militare che si sta dispiegando in Medio Oriente come parte di una crescente tendenza di interventi “al di fuori del diritto internazionale”, la sua osservazione ha rivelato più di quanto probabilmente intendesse. Non si tratta semplicemente di una critica episodica ad un conflitto specifico. È piuttosto un’ammissione implicita che l’ordine giuridico internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale sta subendo un processo di erosione sempre più evidente.

Per decenni il diritto internazionale è stato presentato come la principale barriera contro il ritorno alla politica di potenza che aveva devastato il mondo nel XX secolo. Il sistema creato attorno alla Carta delle Nazioni Unite stabiliva con chiarezza che l’uso della forza tra Stati era proibito, salvo due eccezioni limitate: l’autodifesa immediata e l’autorizzazione esplicita del Consiglio di Sicurezza. Questo principio non era una semplice formula giuridica. Costituiva il pilastro fondamentale destinato a impedire che ambizioni geopolitiche venissero trasformate in campagne militari unilaterali.

Ciò che osserviamo oggi è l’indebolimento progressivo di questo principio. Interventi militari vengono sempre più spesso giustificati attraverso interpretazioni elastiche dell’autodifesa, attacchi preventivi o vaghe argomentazioni strategiche. In molti casi la giustificazione giuridica non precede l’azione militare, ma viene costruita retrospettivamente per legittimarla. Il diritto non agisce più come limite al potere, bensì come linguaggio retorico utilizzato per rivestire decisioni politiche già prese.

Anche il genocidio del popolo palestinese dimostra questo

L’escalation che attraversa oggi il Medio Oriente illustra con chiarezza questa trasformazione. Le operazioni militari si sono estese oltre i confini originari del conflitto coinvolgendo attori regionali e potenze globali. Tuttavia, le basi giuridiche di molte di queste azioni rimangono ambigue o contestate. Se il divieto dell’uso della forza può essere aggirato semplicemente dichiarando l’esistenza di una minaccia percepita, allora il principio stesso perde significato.

Il paradosso è evidente. Gli stessi governi che oggi riconoscono il pericolo di interventi al di fuori del diritto internazionale hanno contribuito negli ultimi anni a indebolire le istituzioni incaricate di far rispettare quelle norme. Quando tribunali internazionali o meccanismi di responsabilità cercano di applicare la legge anche alle grandi potenze o ai loro alleati, si trovano di fronte a pressioni politiche, tentativi di delegittimazione o minacce di ritiro del sostegno.

Questa applicazione selettiva ha conseguenze profonde. Il diritto internazionale può funzionare solo se viene percepito come universale. Nel momento in cui le regole vengono applicate in modo diseguale, cessano di apparire come diritto e iniziano a sembrare strumenti di convenienza geopolitica. Gli Stati più piccoli comprendono rapidamente il messaggio: se i più potenti ignorano le norme, perché dovrebbero rispettarle gli altri?

Il Medio Oriente sta oggi pagando il prezzo di questa ipocrisia. Decenni di conflitti irrisolti, interventi esterni e guerre per procura hanno prodotto una regione in cui l’uso della forza è diventato il linguaggio dominante della politica. In Palestina, la devastazione di Gaza, l’allargamento del conflitto a nuovi fronti e la crescente tensione con l’Iran mostrano tutti lo stesso schema: la progressiva sostituzione della diplomazia e del diritto con la logica militare.

In questo contesto, l’osservazione del primo ministro italiano appare accurata ma incompleta. Il problema non è soltanto che alcune operazioni militari si collocano al di fuori del diritto internazionale. Il problema più profondo è che il sistema internazionale ha progressivamente tollerato questa deriva. Ogni eccezione indebolisce la norma. Ogni violazione non punita rende più facile la successiva. Gaza ha spianato il terreno, ed era la prima tappa di un piano che prosegue senza freni

Le implicazioni vanno ben oltre il Medio Oriente. Se il divieto della guerra aggressiva continua a erodersi, il mondo rischia di tornare a un ordine simile a quello precedente al 1945, in cui la forza determina la legittimità. Le istituzioni create per impedire questo scenario esistono ancora, ma la loro autorità dipende dalla volontà politica degli Stati.

Ciò che è in gioco non è soltanto un conflitto regionale, ma la credibilità stessa dell’ordine giuridico internazionale. Se le regole che governano l’uso della forza diventano opzionali per alcuni, e se si possono commettere genocidi e crimini di guerra, cessano di essere regole riconosciute. E quando la legge diventa selettiva, la strada verso un sistema dominato esclusivamente dal potere rimane pericolosamente aperta per cose sempre peggiori

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Tawfiq Al-Ghussein è uno scrittore e analista geopolitico con un BSFS in Economia Internazionale presso la Georgetown University e un master presso SOAS, University of London.

Rania Hammad è analista politica e ricercatrice nel campo delle relazioni internazionali. Ha studiato presso l’American University of Rome e l’Università del Kent.

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