Guerra all'Iran: la Dialettica tra Resistenza e Repubblicanesimo

di Payam Fazlinejad (Autore e Ricercatore)

L’aspro conflitto in corso è entrato nella sua terza e decisiva settimana. Attraverso calcoli meticolosi e modelli strategici, i nemici dell'Iran avevano previsto che il Paese, sottoposto alla pressione simultanea di sanzioni devastanti, aggressioni esterne e la scomparsa del vertice della leadership, sarebbe rapidamente collassato dall'interno, giungendo alla "resa" o all' "esplosione sociale". Tuttavia, gli eventi hanno smentito tali previsioni: la popolazione non solo ha mostrato resilienza, ma nei primi dieci giorni di guerra, pur in assenza di un comando centrale delle forze armate, ha assunto la guida del Paese, consolidando le linee di difesa civile e urbana e sovvertendo ogni equilibrio strategico.

Si pone dunque un interrogativo fondamentale: perché, nel momento apicale di un'aggressione esterna, quando la disgregazione di una nazione appare quasi ineluttabile, la collettività decide improvvisamente di accantonare afflizioni e dissidi interni per unirsi in nome della sopravvivenza nazionale?

  1. L’Enigma Metafisico della Storia

Questo è l'enigma intrinseco della storia che i grandi pensatori, da Ibn Khaldun a Will Durant e Arnold Toynbee, hanno tentato di decifrare. Durant individua in questa resistenza uno dei segreti dell'identità iraniana (Iraniyat), considerandola il prodotto di una "cascata di civiltà" che attraversa l'intera esistenza del Paese; un popolo che, nei momenti più oscuri, diviene artefice di una "volontà collettiva misteriosa" capace di riscattare la storia dal cuore della tragedia.

Secondo la tesi di Toynbee, quando l'aggressione straniera raggiunge la sua acme, una società capace di fornire una "risposta creativa" non solo sopravvive, ma accede a una fase superiore di sviluppo. La creatività iraniana ha storicamente forgiato nuove epoche d'oro per la propria civiltà proprio a partire dai conflitti. Adottando il metodo di Ibn Khaldun, tale coesione può essere interpretata come una forma di 'asabiyya (solidarietà sociale): un'unione che scaturisce dalle avversità e dall'angoscia di fronte a una minaccia esterna, salvando lo Stato dal collasso imminente. Tale minaccia distoglie l'individuo dall'egoismo, legandolo alla collettività. Un simile legame risveglia nello spirito nazionale un "misticismo militante", in cui convergono gli elementi ancestrali dell'identità iraniana e islamica.

  1. La Tradizione Storica della "Leadership Popolare"

La storia della resistenza iraniana ha più volte registrato i segreti della "leadership popolare" nei momenti di invasione. Nel corso della storia:

  • Le popolazioni del Tabaristan, guidate dai sovrani locali (ispahbad), respinsero per oltre due secoli i reiterati attacchi arabi durante il califfato abbaside, preservando l'indipendenza della regione caspica.
  • All'inizio del XVIII secolo, le popolazioni costiere del sud riconquistarono il controllo del Golfo Persico espellendo i portoghesi da Hormuz dopo un lungo assedio.
  • In epoca Safavide, la resistenza delle tribù e dei cittadini comuni contro l'Impero Ottomano permise il recupero dei territori occupati.
  • Durante la Prima Guerra Mondiale, la resistenza attiva contro la grande carestia e i saccheggi garantì la sopravvivenza politica e culturale del Paese.

Nella guerra degli otto anni contro l'Iraq, la mobilitazione di massa liberò Khorramshahr e preservò l'integrità territoriale. Recentemente, nel mese di Esfand 1404 (marzo 2026), questa medesima forza popolare ha guidato il Paese superando il vuoto di comando. Come dichiarato dalla Guida Suprema nel suo primo messaggio: "Siete stati voi, il popolo, a guidare il Paese e a garantirne l'autorità". È precisamente questa 'asabiyya iraniana a trasformare la forza sociale in una "leadership latente" per la difesa civile.

  1. La Nuova Sintesi Dialettica

La leadership popolare in questo conflitto ha dato forma a una nuova dialettica tra "Resistenza" e "Repubblicanesimo" (Jomhuriyat), che non rappresenta solo una reazione a un'aggressione, ma l'attuazione pratica del principio repubblicano: la partecipazione reale di tutti al destino della nazione. Pertanto, la resistenza nazionale e religiosa funge da pilastro del repubblicanesimo, non da suo elemento repressivo; parimenti, il repubblicanesimo è il motore della resistenza, non una minaccia per essa.

Iniettando questa vasta energia, i cittadini hanno generato una nuova legittimità e un rinnovato capitale sociale. Di conseguenza, essi hanno il diritto di vederne i frutti nel futuro dell'Iran. Questa dialettica può stabilire un equilibrio organico tra partecipazione popolare e sicurezza nazionale.

  1. Prospettive Post-Belliche e Rischi Strategici

Sebbene il conflitto sia ancora in corso, è imperativo esercitare vigilanza per il periodo post-bellico. La storia insegna che la vittoria definitiva appartiene alle società capaci di lungimiranza. Se la "Resistenza" dovesse un giorno essere strumentalizzata per indebolire il "Repubblicanesimo", essa eroderebbe il capitale sociale, rendendo il sistema vulnerabile alle minacce future.

Al contrario, se la resistenza viene formulata come elemento costitutivo della repubblica — ovvero una resistenza che amplia, anziché limitare, la partecipazione democratica — allora questa dialettica diventerà il vero scudo dell'Iran in un mondo post-americano.

Non si devono ripetere gli errori del passato. L'incuria verso questa dialettica rischierebbe di accumulare scontento, conducendo a nuove instabilità sociali. Se, cessata l'emergenza, si optasse per politiche restrittive e di contrazione invece di rafforzare i nuovi legami sociali e politici, tutto ciò che è stato preservato a caro prezzo in questi giorni di fuoco andrebbe perduto. La tutela di questa dialettica è una missione condivisa: è necessario onorare la "leadership del popolo" prima che la storia ci sottoponga a prove ancora più ardue.

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