Definire come “filosofico” il romanzo I disarmati di Claudio Segat (Bottega Errante edizioni https://www.bottegaerranteedizioni.it/product/i-disarmati/) potrebbe spaventare e allontanare diverse tipologie di lettori affascinati dalle trame intricate, dai colpi di scena e da intrecci vorticosi e sorprendenti. Ma ritengo non si possa definirlo diversamente, anche perché nel leggerlo emergono, tra gli altri, i collegamenti con le riflessioni del filosofo tedesco Byung-Chul Han[1], la cui inattualità risulta senza dubbio rivoluzionaria: la proposta di un'esistenza in grado di scardinare gli onnipresenti ritmi prestazionali e iper-produttivi (quindi angoscianti), trova nel romanzo di Segat una piacevole traduzione letteraria.
In un piccolo borgo nelle Valli del Natisone, al confine con la Slovenia, i protagonisti condividono un intero mondo mettendo proprio in discussione ciò che caratterizza il “protagonista”: l'agire, il fare seguendo scopi precisi. Concedono, invece, la rivincita alla lenta profondità dei gesti, dei luoghi, dei ricordi e dei racconti, di un variegato e pulviscolare universo che è, per l'appunto, constantemente intrecciato con il mondo. È come se l'autore lasciasse ai suoi personaggi un tema caro all' “eretico” Walter Benjamin[2], il cui cenciaiolo o rigattiere perpetua su di un altro piano la vita di oggetti ormai insignificanti e scartati dal vortice della produzione e dell'utilità, facendo lentamente strada a una rivoluzione.
Potremmo persino ritrovare gli echi della straordinaria filosofia narrativa di Leibniz[3] perché ogni personaggio, a partire dall'ex ambasciatore Davide Chiostri, porta in sé lo specchio, la particolare inquadratura dell'universo intero: aspettative, amori sospesi, lavori che fanno più da sfondo che fonte di identità, viaggi, città e percorsi si ritrovano puntualmente – ma in assenza di impegni presi – si ritrovano nella casa di Chiostri – detta “l'Ambasciata” - dove a predominare è il discorrere tra anime e il narrare ritmato da gesti e riti. E Tra quest'ultimi, l'accensione di un fuoco che è emblema antico del narrare comunitario. Il romanzo delinea, quindi, uno spazio altro, opposto a quello ferreo ed esteriore dei confini; uno spazio che è definito come “paese dell'anima” in cui predomina il silenzio perché la parola soppesata, persino affaticata, serve a comunicare ricche vite interiori. Gli stessi luoghi attraversati dai narratori del romanzo (l'ambasciatore, un ex clown, un bidello e un coltivatore di mele) non disegnano conoscenze geografiche ma irrigano e coltivano sempre più i paesaggi dell'anima.
La ricerca della solitudine non può quindi essere interpretata come una fuga dal mondo, dalle responsabilità, dalle ferite e dagli amori, ma esigenza di leggere in sé le tracce di tutto questo e di presentarlo in un narrare che scorre con un tempo tutto suo, non dettato da ritmi estranei e per questo rivoluzionario. Non trova scopo se non in se stesso: “Le narrazioni cambiano il mondo […]. Anche domani lo cambieremo”.
Come concludere questa riflessione su di un romanzo che ha più trame che trama, soglie più che paesaggi, lontani rintocchi più che suoni? La facilità di lettura, persino la piacevolezza di alcuni passaggi, ci pone di fronte alle domande: Quante volte narriamo? Quante volte diamo al silenzio e alla parola la cura a essi dovuta? Fermarsi, fare di sé una lettura di gruppo non significa negarsi al mondo, ma scoprire in continuazione l'altro in sé; ne è consapevole l'ex ambasciatore Chiostri: alla ricerca di una “umanità di silenziosi” che “impara a parlare e a tacere”, che “cerca le parole e si cerca in silenzio” e che “si ama anche con le parole e con i silenzi”.
[1] Segnalo tra le tante opere come Contro la società dell'angoscia. Speranza e rivoluzione, La crisi della narrazione e Infocrazia tutti editi da Einaudi.
[2] Walter Benjamin, Opere complete, vol. VII, 108-109. Einaudi.
[3] Il riferimento e alla Monadologia e alla descrizione delle monadi come specchio dell'universo.
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