di Fabrizio Verde
Quattro minuti. Tanto è bastato a Javier Milei per ribaltare anni di dottrina, sputare sulle proprie idolatrie e reinventarsi patriota davanti all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Quattro minuti dedicati alle Malvinas durante la 81ª sessione, a New York, in cui il presidente argentino ha parlato di sovranità, di occupazione illegale, di negoziati bilaterali con il Regno Unito. Parole che, dette da un altro, suonerebbero normali. Dette da lui, un fanatico neoliberista asservito a Donald Trump, suonano esattamente come una barzelletta raccontata con la faccia seria.
Perché questo è lo stesso uomo che fino a ieri considerava Margaret Thatcher una guida spirituale. Lo stesso che difendeva il "diritto all'autodeterminazione" dei coloni britannici trapiantati nell'arcipelago argentino. Lo stesso che trattava la causa delle Malvinas come una reliquia del peronismo da spazzare via insieme al resto.
La memoria, si sa, è corta. Ma i documenti no.
Nel 2024, al suo debutto sul palco dell'ONU, Milei dedicò alle Malvinas esattamente dieci secondi. Dieci. Disse, testualmente, che l'organizzazione "non ha adempiuto in modo soddisfacente alla sua missione di difendere la sovranità territoriale dei suoi membri, come noi argentini sappiamo in prima persona, nel rapporto con le Isole Malvinas". Punto. Dieci secondi buttati lì in mezzo a una tirata furibonda contro le Nazioni Unite, definite "impotenti", contro l'Agenda 2030, contro i diritti sessuali e riproduttivi che a suo dire "fanno crollare il tasso di natalità". La parola "Malvinas" comparve una volta sola, di sfuggita. Nessuna rivendicazione esplicita di sovranità. Nessuna richiesta di negoziato. Nessuna menzione dello sfruttamento delle risorse naturali autorizzato da Londra. Nulla. Tornato a Buenos Aires, piovvero critiche. Dall'opposizione, dai centri di ex combattenti, persino da qualche alleato imbarazzato. Milei incassò e l'anno dopo provò a metterci una toppa. Nel 2025, alla 80ª Assemblea, la parola "Malvinas" ricomparve, sempre una volta sola, infilata nel tratto finale del discorso come un compito da sbrigare. "Voglio ribadire la nostra rivendicazione legittima e irrinunciabile sulla sovranità delle Isole Malvinas, Georgia del Sud, Sandwich del Sud e gli spazi marittimi circostanti che permangono illegalmente occupati." Citò la Risoluzione 2065 del 1965, invitò il Regno Unito a riprendere i negoziati. Tutto qui. Meno di quanto avevano fatto tutti i suoi predecessori, inclusi quelli che lui stesso aveva insultato come casta parassitaria.
E poi arriva il 2026. Quattro minuti pieni. Un discorso strutturato, articolato, quasi appassionato. Il fanatico di Thatcher si è scoperto difensore delle Malvinas. Che cosa è successo nel frattempo?
È successo che l'Argentina sta affondando. Le politiche di neoliberismo selvaggio che Milei ha imposto con la motosega - tagli brutali alla spesa pubblica, deregolamentazione totale, apertura indiscriminata ai capitali speculativi, sottomissione completa ai dettami di Washington e Tel Aviv - hanno prodotto esattamente quello che chiunque con un minimo di memoria storica poteva prevedere: inflazione che non si ferma, povertà che esplode, tessuto produttivo smantellato, debito alle stelle. Il "miracolo" del surplus fiscale si è rivelato quello che era: un trucco contabile pagato con la fame della gente. I consensi crollano. Le piazze si riempiono. E il leone che ruggiva contro la casta ora ha bisogno di un nemico esterno, di una bandiera da agitare, di qualcosa che puzzi di patria per coprire il tanfo del fallimento. Ed ecco la "Legge per la Difesa della Sovranità Nazionale". Centotrentatré articoli. Presentata al Congresso come un atto di giustizia storica verso le Malvinas, un pugno di ferro contro le compagnie britanniche che saccheggiano petrolio e pesce nelle acque dell'arcipelago. Pene fino a vent'anni di carcere. Multe che arrivano a 306 milioni di dollari, calcolate in barili di greggio WTI per blindarle dall'inflazione. Sembra la svolta che ogni argentino aspettava da due secoli.
Ma non è quello che sembra.
Perché basta leggere oltre il titolo e i primi articoli per capire che la causa Malvinas è un cavallo di Troia. Un pretesto magnificamente confezionato per introdurre la più massiccia concentrazione di potere esecutivo, punitivo e di controllo civile dalla fine della dittatura.
La legge crea un Consiglio di Sicurezza Nazionale subordinato direttamente alla Presidenza e alla SIDE, i servizi segreti. Questo organismo può congelare conti bancari, bloccare trasferimenti in valuta estera, alzare dazi doganali fino al 75% sulle importazioni dai paesi "offendenti", il tutto per decreto e senza controllo parlamentare preventivo. La SIDE - i servizi di intelligence - si ritrova al centro delle decisioni economiche, con il potere di invocare "gravi rischi per la sicurezza" per annullare contratti privati e sospendere operazioni finanziarie. Siamo nel cuore dell'arbitrio: un'agenzia di spionaggio che decide se il tuo conto in banca resta aperto o viene sigillato, senza che un giudice abbia qualcosa da dire.
Ma non finisce qui. La legge riforma il Codice Penale introducendo pene fino a dodici anni per chi realizza "campagne massive di manipolazione dell'opinione pubblica o alterazione delle elezioni" con finanziamenti o ordini dall'estero. Concetti volutamente vaghi, elastici, perfetti per criminalizzare il dissenso politico, il giornalismo d'inchiesta scomodo, le organizzazioni ambientaliste che osano criticare il corso ufficiale. Dodici anni di carcere per "manipolazione dell'opinione pubblica": in un paese dove il governo ha già mostrato di considerare opposizione e stampa critica come nemici dello Stato, non serve molta fantasia per immaginare come verrà usata questa norma. Fino a vent'anni, invece, per chi spia segreti di Stato. E pene specifiche per i funzionari che coprono "operazioni straniere". Il pacchetto include anche il divieto di donazioni estere ai partiti politici, che suona nobile finché non ti rendi conto che il governo stesso è finanziato e sostenuto apertamente da fondazioni e think tank statunitensi.
C'è poi la militarizzazione strisciante. La legge modifica articoli storici della Legge di Difesa Nazionale, la 23.554, per autorizzare le Forze Armate a intervenire contro "minacce di origine statale o non statale, cinetiche o non cinetiche" e nella protezione delle infrastrutture critiche. In pratica, si abbatte il muro che dalla transizione democratica separava Difesa Nazionale da Sicurezza Interna. I militari nelle strade, con la copertura legale di un'emergenza sovrana permanente.
E i protocolli di abbattimento aereo. Il Comando Aerospaziale Congiunto potrà dichiarare "Transito Aereo Ostile" ed eseguire tiri intimidatori, con l'ordine di abbattimento nelle mani esclusive del presidente o del ministro della Difesa. In mare, si autorizza la Guardia Costiera a sparare per la "disabilitazione meccanica" delle navi, previa autorizzazione dell'esecutivo. Vietato affondare imbarcazioni civili, dicono. Come se la linea tra "disabilitazione meccanica" e affondamento fosse qualcosa di netto quando si spara a una nave in mare aperto.
Il tutto mentre si prevede un regime di "pentimento" per le multinazionali: le compagnie britanniche o internazionali che hanno violato la sovranità nelle Malvinas potranno estinguere la responsabilità penale versando multe o, ancora meglio, "riconvertendo i propri fondi verso investimenti produttivi leciti nel territorio continentale argentino". In altre parole: hai saccheggiato le nostre isole per decenni? Nessun problema, porta i dollari sul continente e investi nel regime di incentivi del governo, il famigerato RIGI, e ti cancelliamo la fedina. Il carattere inalienabile della rivendicazione sovrana si dissolve nel pragmatismo mercantilista più crudo. La sovranità ha un prezzo, e quel prezzo è un investimento nel modello economico (fallimentare) di Milei. Si arriva persino al processo in contumacia: i direttori di compagnie come Rockhopper o Navitas potranno essere processati e condannati anche se risiedono a Londra, Madrid, Seul o Tel Aviv. Una mossa che sulla carta suona dura, ma che nella pratica serve più a generare titoli di giornale che a produrre sentenze eseguibili. E poi la responsabilità societaria continua: se una compagnia si fonde o si ristruttura all'estero per sfuggire alle sanzioni, la responsabilità penale e amministrativa si trasferisce alla nuova entità, purché mantenga sostanzialmente clienti, fornitori o dipendenti. Una clausola intelligente, va detto. Ma è l'unica che tradisce una genuina preoccupazione per la questione Malvinas in un testo che per il resto è un manuale di concentrazione del potere.
Questa è la vera faccia della conversione ‘malvinera’ di Milei. Non un risveglio patriottico, non una riparazione storica. Un'operazione cinica, studiata a tavolino, per usare il sentimento più profondo e condiviso del popolo argentino - il dolore per le Malvinas - come scudo dietro cui nascondere un progetto autoritario. Il patriota dell'ultimo minuto, quello che fino a ieri brindava alla Thatcher e trattava i veterani della guerra come ingombri del passato, oggi si avvolge nel vessillo azzurro e bianco perché i numeri non tornano più, perché la gente ha fame, perché il padrone di Washington comincia a guardare altrove e l'alleato di Tel Aviv non basta più a garantire la sopravvivenza politica.
I quattro minuti all'ONU non cancellano i dieci secondi del 2024. Non cancellano l'adorazione per la donna che ordinò di affondare il General Belgrano. Non cancellano nulla. Aggiungono solo un capitolo al manuale della destra neoliberista: quando il modello economico fallisce, tira fuori la bandiera. Funziona sempre. Almeno per un po'.
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LA PROPOSTA EDITORIALE DELLA SETTIMANA:
Catastrofe Neoliberista di Angelo D'Orsi
“Catastrofe neoliberista” di Angelo D’Orsi è un viaggio nella storia e una necessità. Un viaggio che ripercorre le origini e le dinamiche di una dittatura totalitaria, capace di imporsi con violenza e di camuffarsi abilmente da paladina della libertà e della democrazia, dominando la vita quotidiana di miliardi di persone. Una necessità, perché solo attraverso la comprensione profonda dell’avversario è possibile immaginare alternative. Con il rigore di un grande storico e l’ottimismo della volontà di ispirazione gramsciana, D’Orsi ci offre gli strumenti per decifrare il presente e costruire un futuro diverso.
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