IL DELIRIO IRREALIZZABILE DELL’IMPERO: SPEGNERE UNA CIVILTÀ

di Pasquale Liguori

Quello a cui il mondo assiste non è l’ennesimo sussulto di una tensione regionale mai risolta, né un’escalation calcolata tra potenze rivali che si confrontano da decenni. È qualcosa di radicalmente diverso: l’assurdo disegno di cancellare uno Stato dalla mappa della storia. Definire l’offensiva lanciata dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran una “guerra esistenziale” è ormai un eufemismo che non rende neppure lontanamente giustizia alla realtà dei fatti, perché ciò che si sta consumando sotto i nostri occhi è una campagna di tentato annichilimento statale condotta alla luce del sole, mentre gran parte del mondo finge di non vedere.

L’obiettivo, del resto, non è più il contenimento nucleare, né il dichiarato cambio di regime spacciato per “democratizzazione”. Le parole di Trump sulla “demilitarizzazione totale” e le dichiarazioni dei vertici sionisti che promettono, con la disinvoltura di chi sa di non dover rendere conto a nessuno, di colpire la leadership iraniana “passata, presente e futura”, svelano un’agenda che trascende la politica: all’Iran non si chiede di smettere di essere una Repubblica Islamica, ma di smettere, semplicemente, di esistere come Stato.

Privare uno stato di ogni capacità di sviluppo tecnologico e difensiva significa molto più che neutralizzarlo, perché equivale a condannarlo alla precarietà, negandogli la possibilità stessa di ricostituirsi come entità sovrana in futuro. È una pretesa di sottomissione totale che va oltre la resa incondizionata, l’intimazione a non esistere più come soggetto politico della storia.

Basterebbe ascoltare il linguaggio di chi conduce questa operazione per comprenderne la natura. Pete Hegseth - che gli Stati Uniti, con coerenza rivelatrice, intitolano “Segretario della Guerra” - annuncia in tono trionfale la Operation Epic Fury, “l’operazione aerea più letale, più complessa e più precisa della storia” e prosegue proclamando che “se uccidete o minacciate americani in qualsiasi parte del mondo, vi daremo la caccia e vi uccideremo”. Sono parole che non appartengono alla diplomazia né alla difesa, ma al registro della vendetta imperiale elevata a dottrina, pronunciate da un alto esponente di quella che si autodefinisce la più grande democrazia del mondo, col piglio dello sbronzo di un saloon da spaghetti western più che di un uomo di Stato. Una democrazia il cui capo - un rozzo e miliardario gangster corrotto, pregiudicato e passibile di altri processi, coinvolto fino al collo negli scandali di Epstein - ordina l’assassinio di un capo di Stato sovrano in nome della libertà, mentre il suo alter ego dominante, Netanyahu, è il genocida responsabile dello sterminio di Gaza e dei palestinesi.

Ed è questa la civiltà che pretende di esportare diritti e libertà, che si erge a giudice dell’hijab e del chador, che stigmatizza il velo come simbolo di oppressione mentre bombarda inermi bambine. Una civiltà che chiama il proprio ministro della difesa “Segretario della Guerra”, che ha per presidente un mafioso e per alleato privilegiato un criminale contro l’umanità e che chiede al resto del mondo di inchinarsi a quest’orrore chiamandolo democrazia. La verità è che ciò che in Occidente siamo disposti a tollerare e persino a celebrare come superiorità di civiltà - il suprematismo mascherato da universalismo, il fascismo assurto a broker di diritti - è la rappresentazione più scadente e crudele della decadenza umana, ed è in nome di questa decadenza che guardiamo dall’alto in basso valori, fede e culture millenarie che non abbiamo neppure la dignità intellettuale di comprendere.

La Guida Suprema Khamenei è stata uccisa: lo hanno confermato i media di Stato iraniani, dichiarando un lungo lutto nazionale. Ci troviamo di fronte a un atto di portata storica il cui significato, tuttavia, non risiede nella precisione chirurgica che i suoi artefici vorrebbero vantare, ma nella natura deliberatamente sanguinaria dell’operazione nel suo complesso. Perché l’entità di questa azione criminale è stata tutt’altro che millimetrica: i bombardamenti della prima giornata di guerra non si sono fermati ai vertici del potere, ma si sono abbattuti con ferocia indiscriminata sul tessuto vivo della società iraniana, andando a colpire - tra gli altri - le malcapitate alunne di una scuola elementare, trasformando le aule in un cimitero.

Oltre cento vittime trucidate tra i banchi, corpi piccoli dilaniati e restituiti alla polvere prima ancora di aver conosciuto la vita - un crimine contro l’umanità che dovrebbe gelare il sangue di chiunque conservi un briciolo di coscienza. Eppure, anziché orrore, assistiamo a uno spettacolo che raggiunge vette di oscenità morale mai toccate: certe “femministe” iraniane, dai loro living di Londra, Los Angeles, Milano e Parigi, esultano per i bombardamenti sul proprio territorio d’origine, congratulandosi reciprocamente sui social media mentre le macerie fumano ancora e i cadaveri delle bambine vengono estratti dalle rovine.

Il cortocircuito morale è senza possibilità di redenzione, perché invocare la libertà delle donne mentre si plaude al massacro delle bambine che in quella terra vivono, studiano, sognano e muoiono non ha proprio nulla di femminista: è barbarie pura, la forma più vile di tradimento - quello perpetrato contro le proprie figlie, le proprie sorelle - da parte di chi non lotta per alcuna libertà ma officia, con voluttà sadica, il funerale della propria umanità.

In questo scenario di devastazione e cinismo, la posizione delle monarchie del Golfo appare finalmente inequivocabile per quello che è sempre stata: un esercizio di ipocrisia cosmica associata ad autocrazia, in cui principi avvolti in bisht dorati parlano di sovranità violata mentre le loro terre, disseminate di basi americane come un corpo infestato da metastasi, funzionano da portaerei immobili al servizio dell’impero - piste di atterraggio camuffate da nazioni sovrane, pronte a vendere la dignità dell’intera regione per la protezione del padrone di turno e a svendere il sangue dei fratelli musulmani per transazioni e strette di mano alla Casa Bianca.

Il panorama informativo occidentale - e italiano in particolare - è fortemente ridotto a megafono della propaganda. I giornalisti si rifiutano ostinatamente di chiamare questa azione con il suo nome, un’aggressione nazista, criminale e imperialista, arrampicandosi sugli specchi delle fake news fino a mettere in dubbio persino la strage delle bambine, etichettata come “propaganda di regime” quando è dolore documentato, filmato. Un giornalismo viscido nel suo compiacere sistematicamente il potere e codardo nella sua incapacità di guardare in faccia la realtà, supino di fronte a quell’intero arco politico sionista che, di fronte a crimini di questa portata, si ricompatta in un fronte unico, dal carnefice più esposto Netanyahu ai carnefici occulti della sua finta opposizione, finalmente smascherati nella loro unità di intenti e saldati nel medesimo progetto criminale dell’occupazione, senza che una sola voce si levi contro l’infamia.

I nostri opinionisti, dal canto loro, nei rari casi in cui ne parlano, si affannano a relativizzare, a cercare proporzioni dove non ne esistono, come se il massacro di bambine ammettesse un contrappeso morale, come se esistesse una simmetria possibile con il corpo di una bambina di sei anni estratto dalle macerie di una scuola.

L’Iran, oggi, non sta solo difendendo i propri confini o la resistenza in Palestina: sta portando sulle proprie spalle un fardello che appartiene a tutta l’umanità - il diritto sacro e inalienabile di ogni popolo a disporre del proprio territorio e a determinare il proprio destino. Perché se passa il principio, coadiuvato dal silenzio assordante della comunità internazionale, che una superpotenza può decidere unilateralmente che uno Stato non ha più diritto alla propria difesa, nessuno è più al sicuro se volesse un domani opporsi alla prepotenza egemone.

La risposta di Teheran - qualitativamente diversa, strategicamente senza precedenti - ci dice anche qualcos’altro, di più profondo e definitivo: che l’impero, stavolta, ha posto l’asticella troppo in alto. Pretendere la tabula rasa - politica, militare e storica - di una civiltà ultramillenaria che ha attraversato invasioni e rivoluzioni per venticinque secoli non è ambizione strategica, è delirio di onnipotenza destinato a infrangersi contro la realtà. E soccomberà non solo per la forza della resistenza iraniana, ma per il vuoto morale che lo anima: perché una civiltà fondata sul mito velenoso del benessere come consumo, sul culto deplorevole del successo, sull’ipocrisia elevata a sistema e sulla sopraffazione spacciata per competizione non ha la statura per cancellare venticinque secoli di storia. Un popolo a cui si chiede di cessare di esistere non ha altra scelta che dimostrare, col proprio sangue, che esiste ed esisterà ancora. Questa guerra, se non nell’immediato, è destinata a fallire - perché l’Iran non sta soltanto difendendo i propri confini, ma sta rivendicando, come i palestinesi sotto genocidio hanno insegnato al mondo intero, il diritto universale di ogni popolo a non essere cancellato dalle mappe della storia.

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