L’ultimo sondaggio realizzato in Argentina racconta una storia che ormai conosciamo a memoria. Il 61,5 per cento degli argentini vuole cambiare rotta rispetto alla gestione del fanatico neoliberista Javier Milei. Il peronismo è di nuovo in testa nei sondaggi per il 2027, anche se di poco. Sembrano numeri nuovi, ma disegnano un meccanismo ormai ben conosciuto.
Il termine “cambio” è stato per anni la parola d’ordine della destra per opporsi al peronismo. Oggi invece la maggioranza delle persone chiede di uscire da un modello che non ha portato altro che austerità permanente, tagli e salari fermi al palo nonostante inflazione galoppante. Tra chi chiede questa svolta c’è anche un 20% di chi aveva votato La Libertad Avanza nel 2025. Persone che avevano creduto alla propaganda neoliberista, e che ora si ritrova in una situazione molto peggiore a fronte di mirabolanti promesse.
I dati parlano chiaro. Quasi la metà degli intervistati, il 47,1%, dice che il problema principale del paese sono i salari troppo bassi. Non la mancanza di lavoro, non le tasse, non l’inflazione. Il fatto che chi lavora non riesce a vivere dignitosamente. E anche tra i pentiti di Milei la preoccupazione è la stessa.
Questo è il punto della questione. Il neoliberismo fallisce, e fallendo si ripropone identico, se nno peggiore. Milei riesce a fare molto peggio di Macri. Non impara niente dai suoi disastri. Promette rinascita, in realtà porta povertà e precarietà. Poi arriva qualcuno nuovo, magari con i capelli più lunghi o la motosega in mano, e ricomincia il copione. L’Argentina ha visto questa sequenza decine di volte. Austerità, recessione, disuguaglianza, poi un nuovo volto che giura di essere diverso. Ma i risultati sono sempre gli stessi.
Oggi il peronismo è al 32,9%, La Libertad Avanza al 30,3. L’opposizione più solida a Milei arriva al 42,5%, mentre un’alleanza tra il governo e il PRO (Mauricio Macri) toccherebbe il 38,1. Ma c’è un dato più interessante. Il 37,9 per cento degli argentini ammette di non sentirsi rappresentato da nessuna alternativa. Né da chi è al governo, né da chi lo sfida. Sono persone che hanno visto fallire un modello dopo l’altro (Alberto Fernandez è stato disastroso), e non hanno più molta voglia di credere.
Il neoliberismo ha questa capacità: genera disillusione, ma non offre vie d’uscita. Lascia le persone sole con i loro conti che non tornano. E poi, grazie a propaganda mediatica martellante, trova sempre un nuovo pubblico disposto a dare un’altra chance alla stessa ricetta. Il 33,8 per cento degli elettori è ancora pronto a dare continuità a Milei. I sondaggisti lo chiamano “un sostegno non disprezzabile”. Forse è solo stanchezza. O forse è la paura che qualsiasi alternativa sia peggio.
Ma il problema non è Milei. Non è neanche il peronismo. Il problema è un sistema che sforna fallimenti in serie e li spaccia per esperimenti necessari. Ogni volta si ricomincia da capo, con lo stesso copione e lo stesso finale triste a amaro. Le persone intanto patiscono le conseguenze, con lo stipendio che non basta e la sensazione che nessuno, davvero nessuno, abbia intenzione di cambiare le cose davvero.
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