Il tentativo di rimuovere Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi occupati dal 1967, sulla base di citazioni inventate e accuse fabbricate, non rappresenta un semplice dissenso politico. Costituisce piuttosto una strategia deliberata di intimidazione volta a silenziare una titolare di mandato le cui conclusioni, fondate su un’analisi giuridica rigorosa, mettono in discussione assetti consolidati di protezione e impunità.
Nonostante l’accumulo di prove documentali, il negazionismo persiste. Si trasforma, si riformula, si diffonde attraverso piattaforme politiche e mediatiche, ripetendo distorsioni fino a conferir loro un’apparenza di legittimità. Non si tratta di un equivoco. È un metodo. In questi mesi di violenza sistematica contro il popolo palestinese, il negazionismo ha funzionato come scudo per i responsabili e per coloro che li sostengono.
Difendere uno Stato di fronte a prove schiaccianti di gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, distruzione sistematica di infrastrutture civili e dichiarazioni pubbliche che esprimono intenti eliminazionisti, significa partecipare a una struttura di impunità. Il contesto precedente al 2023 è parte integrante dell’analisi: decenni di occupazione illegale, espansione coloniale in violazione del diritto internazionale, regime di apartheid denunciato da autorevoli organizzazioni per i diritti umani, reiterata inosservanza di risoluzioni vincolanti delle Nazioni Unite. L’attuale catastrofe affonda le radici in questa lunga storia di espropriazione e colonizzazione.
La Convenzione del 1948 per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio non definisce il genocidio in base al solo numero delle vittime. Il criterio centrale è l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso protetto. Tale intento può essere desunto da un insieme coerente di condotte: attacchi sistematici contro civili, distruzione delle condizioni di vita indispensabili alla sopravvivenza collettiva, sfollamenti forzati di massa, privazione deliberata di cibo, acqua e cure mediche, retoriche pubbliche di disumanizzazione e di espulsione.
A Gaza, per quasi due anni e mezzo, la comunità internazionale ha assistito a bombardamenti incessanti, a un numero straordinariamente elevato di vittime civili, tra cui migliaia di bambini, alla distruzione di ospedali, università, quartieri residenziali e infrastrutture idriche. Organizzazioni umanitarie hanno stimato che la potenza esplosiva impiegata sia equivalente a più bombe atomiche. Le immagini satellitari mostrano un livello di devastazione superiore a quello registrato in grandi città europee durante la Seconda guerra mondiale.
La scomparsa di interi quartieri, il collasso del sistema sanitario, l’uccisione di medici e giornalisti, l’imposizione di condizioni d’assedio che limitano l’accesso ai beni essenziali, insieme allo sfollamento della stragrande maggioranza della popolazione, configurano la distruzione delle condizioni materiali necessarie alla sopravvivenza collettiva. Studi pubblicati su riviste scientifiche, tra cui The Lancet, indicano che le morti indirette causate dalla distruzione delle infrastrutture e dalla privazione potrebbero moltiplicare significativamente il numero ufficiale delle vittime.
In questo contesto, il tentativo di screditare la Relatrice Speciale rivela la propria natura politica. Il negazionismo di un genocidio non è una semplice divergenza interpretativa. In numerosi ordinamenti giuridici, la negazione di genocidi storicamente riconosciuti è sanzionata penalmente. Quando però il genocidio è contemporaneo e documentato, la risposta non è il confronto sui fatti, bensì l’attacco personale contro chi li espone.
Il lavoro di Francesca Albanese si fonda su immagini satellitari, dati sulle vittime, rapporti umanitari, analisi giuridiche e dichiarazioni ufficiali. Ha inoltre esaminato la rete politica, militare e finanziaria che consente la prosecuzione delle operazioni. È proprio questa dimensione sistemica che rende le sue conclusioni particolarmente scomode: se il genocidio non è un evento isolato, ma è sostenuto da relazioni economiche, diplomatiche e militari, allora la responsabilità non si arresta ai confini di Gaza, ma si estende agli attori che rendono possibile tale sostegno.
Le accuse mosse in Francia dal deputato Yadan e dal ministro Jean-Noël Barrot, secondo cui la Relatrice avrebbe definito Israele “nemico dell’umanità”, sono state smentite dalla stessa Albanese, che ha chiarito di aver indicato come nemico il sistema economico e finanziario che impedisce l’accertamento delle responsabilità. La successiva iniziativa di un gruppo di avvocati francesi, volta a denunciare la distorsione delle sue dichiarazioni, conferma la gravità della manipolazione.
Ancora più significativo è stato l’imposizione di sanzioni unilaterali da parte degli Stati Uniti nei confronti di una titolare di mandato delle Nazioni Unite, misura senza precedenti nei confronti di un’esperta indipendente dotata di immunità diplomatica. Tali azioni segnalano il grado di politicizzazione dell’accountability internazionale.
Fabbricare accuse per ostacolare un’analisi giuridica documentata, mentre si attenua il linguaggio verso chi esercita una forza militare devastante contro una popolazione civile, non è neutralità. È complicità. L’indebolimento dei meccanismi di responsabilità in questo contesto non riguarda soltanto la Palestina. Intacca l’intera architettura del diritto internazionale.
Autori
Tawfiq Al-Ghussein ha conseguito un Bachelor of Science in Foreign Service, con specializzazione in economia internazionale, presso la School of Foreign Service della Georgetown University, e un Master presso la School of Oriental and African Studies dell’Università di Londra. È scrittore e ricercatore specializzato in diritto internazionale, governance globale e affari mediorientali.
Rania Hammad ha studiato Scienze Politiche presso l’American University of Rome e ha conseguito un Master in Relazioni Internazionali presso la University of Kent, Canterbury. È membro del Global Network for the Question of Palestine ed è autrice di «Palestina nel cuore», «Vita tua vita mea» e «Ritorno a Gaza».
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