Invocare la sicurezza come alibi per il controllo di Gerusalemme


di Rania Hammad e Tawfiq Al-Ghussein

Nella Domenica delle Palme, alti esponenti del clero cristiano, incluso il Patriarca Latino di Gerusalemme, sono stati impediti di accedere alla Basilica del Santo Sepolcro. Non si tratta di un luogo qualsiasi, ma del centro della cristianità. E non solo per i cristiani in generale, ma per i cristiani palestinesi. Impedirne l’accesso non è un dettaglio amministrativo, ma una violazione diretta della libertà di culto nel suo spazio più sacro.

La risposta del Vaticano è stata rivelatrice. Nel comunicato ufficiale, l’episodio diventa un “incidente spiacevole”, seguito da “chiarimenti” e da un “accordo” sull’accesso alle liturgie successive. Questo non è linguaggio neutro, ma linguaggio politicizzato. Una violazione si trasforma in incomprensione, un problema strutturale di discriminazione e apartheid diventa una questione tecnica, un diritto diventa materia negoziale.

In altri termini, un diritto è stato sospeso e poi restituito come concessione.

La reazione di altri Stati segna la frattura. In una dichiarazione congiunta, i ministri degli Esteri di Giordania, Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Pakistan, Turchia, Arabia Saudita, Qatar ed Egitto hanno respinto le restrizioni alla libertà di culto a Gerusalemme, riguardanti tanto i musulmani quanto i cristiani. Non parlano di “incidenti”. Nominano il problema: violazioni del diritto internazionale e dello status quo storico e giuridico dei luoghi santi.

Infatti, le autorità israeliane limitano periodicamente l’accesso alla Spianata delle Moschee a Gerusalemme, vietandolo spesso ai fedeli musulmani e chiudendolo totalmente durante festività come il Ramadan, giustificando tali restrizioni con motivazioni di “sicurezza”.

Nonostante il controllo militare sia israeliano, la gestione del sito è affidata alla Giordania, ma le forze israeliane impongono comunque restrizioni durante le festività. Queste misure sono spesso fonte di forti tensioni e proteste, con le autorità palestinesi che denunciano violazioni della libertà di culto. L’uso della sicurezza come mezzo per negare ai palestinesi l’accesso ai propri luoghi di culto è una strategia consolidata da decenni.

Israele invoca la sicurezza. È in guerra, le minacce sono reali, le restrizioni necessarie. Questo argomento, preso isolatamente, ha peso. Ma proprio per questo deve essere esaminato con rigore. La sicurezza, nel diritto, non è una giustificazione illimitata. Deve essere necessaria, proporzionata, legata a minacce specifiche. Non può trasformarsi in un quadro permanente che ridefinisce i diritti.

Ma Israele fa proprio questo. E lo fa anche attraverso politiche di pulizia etnica nei quartieri palestinesi di Gerusalemme Est, territorio occupato secondo il diritto internazionale, nel tentativo di “giudaizzare” la città negando l’accesso ai palestinesi, sia cristiani che musulmani. Questa politica di giudaizzazione, termine utilizzato per descrivere la trasformazione demografica, fisica e culturale di un’area al fine di conferirle un carattere prevalentemente ebraico, è dichiarata e attuata anche attraverso il divieto di accesso ai luoghi di culto.

Quando l’accesso a un luogo sacro viene ripetutamente limitato, quando l’ingresso è subordinato a controlli, permessi e accordi, quando persino il clero viene escluso, non siamo più di fronte a misure temporanee.

Siamo di fronte a una struttura, a un sistema, a un meccanismo volto a trasformare, violando il diritto internazionale, la presenza palestinese in una presenza condizionata, fino all’esclusione dalle proprie terre.

E questa struttura ha un nome: controllo. Pulizia etnica. E, per molti, anche genocidio.

Questa struttura non è nuova, ma si inserisce in una lunga storia di controllo israeliano su terra, mare e spazio aereo palestinesi, all’interno della quale la gestione dell’accesso ai luoghi sacri rappresenta solo una delle sue espressioni più visibili. Sin dal 1948, intere comunità palestinesi, cristiane e musulmane, sono state espulse, frammentate o impedite nel ritorno alle proprie città e ai propri luoghi di culto. In diversi centri storicamente a maggioranza cristiana, la presenza palestinese è stata progressivamente ridotta fino a scomparire, attraverso espulsioni, restrizioni e condizioni che hanno reso la continuità impossibile. La restrizione dell’accesso non è dunque un’anomalia contingente, ma parte di una continuità politica in cui la presenza palestinese viene regolata, ridotta o ridefinita. E questi sono i mezzi e gli strumenti di un processo che molti definiscono genocidario nei confronti del popolo palestinese.

Anche a Gaza, dove una delle comunità cristiane più antiche del mondo sopravvive in condizioni estreme, chiese storiche sono state colpite, come la Parrocchia della Sacra Famiglia (Chiesa cattolica), la Chiesa di San Porfirio (Chiesa greco-ortodossa) e la Chiesa battista di Gaza, e numerosi civili cristiani, insieme ai loro fratelli e sorelle musulmani, sono stati uccisi, confermando che la violenza non distingue tra appartenenze religiose, ma colpisce una popolazione radicata nella stessa terra da secoli.

La chiesa che ha registrato il maggior numero di vittime tra musulmani e cristiani insieme è la Chiesa greco-ortodossa di San Porfirio a Gaza City. L’attacco del 19 ottobre 2023, in cui un raid aereo israeliano ha colpito due sale del complesso parrocchiale dove si rifugiavano centinaia di sfollati palestinesi, sia cristiani che musulmani, ha causato il crollo di uno degli edifici e la morte di almeno 18 civili.

Alla Parrocchia della Sacra Famiglia, nel dicembre 2023, due donne, madre e figlia, sono state uccise da un cecchino israeliano nel perimetro della chiesa cattolica. In un secondo attacco, nel luglio 2025, un raid israeliano ha causato la morte di tre persone, tra cui il custode e un’anziana, ferendo anche il parroco.

È fondamentale sottolineare che la distinzione tra cristiani e musulmani palestinesi, spesso strumentalizzata dai mezzi di informazione in modo distorto e ingannevole, non riflette la realtà storica della società palestinese, caratterizzata da pluralismo e convivenza. I cristiani palestinesi non sono una minoranza “importata” o recente, ma una comunità originaria, radicata ininterrottamente nella terra sin dalle origini stesse del cristianesimo. Piuttosto, questa distinzione funziona come costruzione discorsiva che consente di presentare il conflitto come una frattura religiosa, oscurandone la natura strutturale.

Si può affermare che questa narrazione sia uno strumento utile di propaganda, volto a rappresentare il conflitto come uno scontro tra ebrei e musulmani. Nulla è più lontano dalla realtà: alla base vi è un’occupazione militare, e i palestinesi, cristiani e musulmani, subiscono la stessa oppressione e la stessa violenza.

In questo senso emerge una contraddizione significativa. Da un lato, nello spazio politico occidentale si richiama frequentemente una retorica di valori “giudeo-cristiani”. Dall’altro, sul terreno, si assiste a una progressiva limitazione della presenza e della continuità delle comunità cristiane locali nei luoghi che costituiscono il cuore stesso della loro tradizione. Questa contraddizione evidenzia come la religione venga utilizzata anche come strumento per controllare la narrazione e influenzare l’opinione pubblica.

La strategia e il meccanismo sono ormai evidenti. L’accesso viene negato, poi parzialmente ripristinato. Il ripristino viene presentato come cooperazione, talvolta persino come segnale distensivo. Ma ciò che conta è la sequenza: negazione, negoziazione, restituzione condizionata. Il diritto non opera più liberamente. È mediato, filtrato, subordinato. Alla base vi è il controllo del popolo palestinese e la violazione dei suoi diritti fondamentali.

I diritti si trasformano in permessi. Nel momento in cui l’accesso può essere sospeso e concesso, esso cessa di essere intrinseco e diventa uno strumento di controllo.

E questo controllo, in contesti di asimmetria, non è casuale, ma parte integrante di un sistema di occupazione e apartheid.

Gerusalemme è il luogo in cui questa trasformazione appare con la massima chiarezza. Il controllo dei luoghi santi, di chi entra e chi esce, e a quali condizioni, significa regolare la presenza stessa e quindi la realtà della vita palestinese sulla propria terra.

Ciò che un tempo sarebbe stato impensabile oggi viene spiegato, negoziato, assorbito. Il Vaticano lo attenua. Gli Stati lo contestano. Israele lo giustifica.

E in questa triangolazione emerge il dato essenziale: un sistema che restringe, una diplomazia che ammorbidisce, e una realtà che si consolida. Quella della negazione dei diritti dei palestinesi e della prosecuzione, con molteplici strumenti, di processi di espulsione e distruzione.

Quando il culto richiede permesso, il linguaggio dei diritti è già stato svuotato del suo significato. Per questo, queste dinamiche non devono essere normalizzate, ma contrastate, riaffermando il diritto internazionale, la fine dell’occupazione e il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. Solo così la libertà di culto potrà cessare di essere violata.

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Tawfiq Al-Ghussein è analista e scrittore specializzato in diritto internazionale e geopolitica del Medio Oriente. Ha conseguito un BSFS in International Economics presso la Georgetown University e un MA presso la SOAS, University of London. I suoi lavori analizzano l’erosione dell’ordine giuridico internazionale e le dinamiche strategiche regionali.

Rania Hammad è analista politica e autrice. Ha studiato Scienze Politiche presso l’American University of Rome e ha conseguito un MA in Relazioni Internazionali presso l’University of Kent. È autrice di diverse opere, tra cui “Palestina nel cuore”, “Vita tua vita mea” e “Ritorno a Gaza”.

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