Iran. Decolonizzate le menti

di Cristiano Sabino

La narrazione occidentale sulla situazione iraniana è costruita come sempre su uno schema coloniale elementare: un popolo che si ribella a una dittatura oscurantista e sullo sfondo la mano tesa dell'Occidente per estendere al mondo libertà e progresso.

Peccato che questo schema non descriva la realtà storica, sociale e politica dell’Iran.

Il regime dell’Ayatollah e dei Pasdaran non è un corpo estraneo imposto dall’alto, ma nasce da una rivoluzione di massa che nel 1979 rovesciò lo Shah di Persia, percepito a torto o a ragione come fantoccio degli Stati Uniti, simbolo di dipendenza, saccheggio e umiliazione nazionale e quindi avversato fortemente non solo dagli islamici ma, anche e soprattutto (almeno in una prima fondamentale fase), dalle forze progressiste, socialiste, sindacali e dai comunisti.

Quel "regime", piaccia o no, ha una fortissima base sociale e si innesta su una identità persiana millenaria, strutturata da oltre 27 secoli di storia statuale, con una rivendicazione di sovranità che è anche — in parte — imperiale.


Una larga fetta del popolo iraniano sostiene l’Ayatollah non solo per motivi religiosi, ma soprattutto politici: perché lo considera farina del sacco della propria storia, una garanzia — per quanto contraddittoria e autoritaria — di indipendenza nazionale dall’imperialismo statunitense.

Poi esiste un’altra Persia.

Un Iran che non vuole l’Ayatollah, che viene da tradizioni progressiste, socialiste, laiche, e che oggi si concentra su diritti civili e istanze sociali.
Il problema è che una parte di questo fronte, pur di far cadere il regime, si è piegata a sostenere il ritorno della monarchia.
Il nome è Reza Pahlavi, figlio dello Shah.
Vive negli Stati Uniti, dispone di enormi risorse economiche, frequenta i salotti del potere americano, ha il pieno appoggio del regime genocida sionista e influenza l’opinione pubblica iraniana grazie all'uso massivo dei social.

È, senza giri di parole, un prodotto geopolitico di Washington.
Ed è qui la tragedia storica: una parte del campo che si pensa progressista accetta l’idea di scambiare una teocrazia autoritaria con un altrettanto anacronistico figlio di un imperatore deposto, fra l'altro burattino dell’impero americano.

Esiste però una terza posizione, silenziata e sistematicamente oscurata: chi rifiuta gli Ayatollah, ma rifiuta anche Reza Pahlavi.
Chi vuole una repubblica iraniana sovrana, non teocratica, pluralista sul piano religioso, socialmente avanzata, e soprattutto indipendente.
Questa parte sa benissimo che il figlio dello Shah, una volta al potere, svenderebbe l’Iran, i suoi beni, le sue risorse e la sua autonomia strategica, riconsegnando il Paese all’imperialismo americano.

Ed è per questo che, di fronte alla falsa alternativa Aiatollah o Pahlavi, molti iraniani — pur combattendo il regime — preferiscono ancora il primo: perché rappresenta, almeno, la continuità della sovranità nazionale.

Capire l’Iran significa uscire dalla propaganda, riconoscere che non tutte le rivolte “per la libertà” producono emancipazione, e che la sovranità dei popoli non è negoziabile, nemmeno in nome dei diritti civili branditi a intermittenza dall’Occidente.

Decolonizzare lo sguardo è il primo passo.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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