Kiev e Bruxelles europeisticamente impegnate contro il “putiniano” Orban

02 Aprile 2026 15:43 Fabrizio Poggi


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

Mentre il Ministero della difesa russo annuncia la completa liberazione della Repubblica popolare di Lugansk dall'occupazione ucraina e, per altro verso, Donald Trump si appresta a “celebrare” il 77° anniversario della NATO, avvertendo che sta valutando il ritiro USA dal blocco militare, Bruxelles è impegnata a regolare i conti con la recalcitrante Budapest, che non ne vuol sapere di sottostare ai diktat europeisti.

Il nodo del contendere è, ovviamente, l'Ucraina e il sostegno finanziario e militare che la UE pretende da tutti i 27 paesi membri a supporto della junta nazigolpista di Kiev. Budapest non ne vuol sapere; accusa Kiev di ingerenze in vista delle elezioni parlamentari ungheresi del 12 aprile e la ritiene responsabile volontaria del blocco dell'oleodotto “Družba”, attraverso il quale Ungheria e Slovacchia ricevevano petrolio russo fino al gennaio scorso.

A quest'ultimo proposito, il Ministero degli esteri russo definisce “non casuale” il fermo dell'oleodotto da parte ucraina proprio in vista delle elezioni ungheresi. Non è certo una coincidenza, dice il direttore del terzo dipartimento del ministero, Oleg Tjapkin, che «l'azione provocatoria con l'oleodotto sia stata organizzata proprio ora, nelle fasi finali della campagna elettorale», con l'interruzione delle forniture di petrolio, che minaccia la sicurezza energetica ungherese, ne viola la sovranità e mira a «provocare una grave crisi socio-economica».

Per non ripetere notizie già diffuse nelle settimane passate, basti qui ricordare come il “beniamino europeista” Vladimir Zelenskij avesse profuso minacce gangsteristiche all'indirizzo di Orban quando questi, in risposta al blocco ucraino del “Družba”, aveva chiuso i rubinetti del gas diretto in Ucraina dai condotti dell'Europa meridionale che passano per l'Ungheria e basti ricordare anche come Orban abbia a più riprese chiesto a Zelenskij di ritirare gli agenti ucraini dall'Ungheria prima delle elezioni parlamentari. Agenti che, stando a voci sempre più insistenti, opererebbero in territorio ungherese in vista di una possibile “majdan” che dovrebbe trasformare Budapest in comodo retroterra per il nazigolpisti di Kiev.

Ma, a Bruxelles, sono preoccupati della continuazione dell'attuale corso politico ungherese, nel caso che il 12 aprile il partito Fidesz di Viktor Orban riesca a conservare la maggioranza sullo sfidante Tisza di Peter Magyar, considerato fedele europeista. I burocrati europei non accettano la vittoria elettorale di Orban, afferma il politologo Ivan Pjatibratov; l'Europa ha a lungo convissuto con l'idea che Viktor Orban avrebbe perso e che il problema si sarebbe risolto da solo. Ma ora che la sua vittoria sembra alquanto tangibile, Bruxelles è alla ricerca urgente di qualche soluzione.

Dunque, la UE sta valutando misure straordinarie per impedire all'Ungheria, come scrive Politico, di destabilizzare l'Unione. A detta della testata americana, le discussioni sull'adozione di provvedimenti contro l'Ungheria sono legate, per l'appunto, alla possibile riconferma del Primo ministro Viktor Orbán e, tra le misure prese in considerazione ci sarebbero modifiche alle procedure di voto a Bruxelles, con restrizioni al diritto di voto e l'estensione del ricorso alla maggioranza qualificata su alcune questioni considerate “sensibili”. Si ipotizza anche l’uso di formati “flessibili”, con l'intervento solo di determinati gruppi di paesi e non di tutti i 27 membri; in alternativa, proprio a proposito di “ricatti”, europeisticamente citati dal signor Antonio Costa, presidente del Consiglio europeo, si ciancia di sospensione dei finanziamenti e del diritto di voto o altre sanzioni per le violazioni dei cosiddetti “principi” e “valori” UE, compreso il cosiddetto “stato di diritto”.

Secondo Politico, la vittoria di Fidesz alle elezioni parlamentari potrebbe portare all'espulsione del paese dall'Unione Europea, anche se un tale scenario viene ritenuto improbabile, anche considerato che nessun paese è mai stato finora espulso dall'Unione. Unione che, d'altra parte, sta elaborando scenari per impedire a Orbán e potenzialmente ad altri leader di stati membri di paralizzare il lavoro della UE: il tutto, ovviamente, legato alla questione ucraina. Molti ritengono che con il «blocco del prestito all'Ucraina sia stata superata una linea rossa e che si debba fare qualcosa al riguardo, ma non è chiaro cosa», avrebbe dichiarato a Politico una “fonte diplomatica anonima”. Evidentemente, a più di uno, danno fastidio le critiche di Orban all'indirizzo della leadership UE, in particolare della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, accusata pubblicamente di corruzione e di politiche dirette contro gli interessi della UE e degli stati membri. Qui non si tratta più soltanto delle “lezioni di democrazia pura” impartite da tale sdegnosa Pina Picierno che, dando sfogo a una stizza pari a quella della bieca Brunilde nei confronti del re Sigfrido, arriva a accusare Orban nientemeno che di «terrorismo dentro al Consiglio» europeo e sbruffona di «tempi maturi per misure precise... serve un cartellino rosso e sospendere il voto dell'Ungheria dentro il Consiglio». Era l'ora! Questi sì che sono i veri “valori europeisti”, nel pieno manifestarsi di una “democrazia” che serve precisi interessi di bottega.

Oltretutto, anche al di là della questione dei 90 miliardi di credito a Kiev, bloccati dall'Ungheria dopo la chiusura ucraina del “Družba”, con un passo che Bruxelles definisca addirittura come “ricatto”, quello che gli ascari europeisti, tipo Picierno, non riescono proprio a mandar giù, è la presunta vicinanza di Budapest a Mosca e, si sa, non sia mai che si metta in discussione il vangelo europeista sulla “sacrosanta” Ucraina “aggredita” da una Russia “autocratica”. Su tale peccato mortale, il padre priore dell'europeismo, il primo ministro polacco Donald Tusk è sicuro che Orban, in realtà, abbia abbandonato «la UE molto tempo fa», quando ha cominciato a «ricevere ordini dal Cremlino». E la “prova”, di cui dà conto la polacca TVP World, è che Budapest avrebbe operato, «su ordine diretto del Cremlino, per rimuovere Gulbakhor Ismailova, sorella dell'oligarca russo Alisher Usmanov, dalle liste di sanzioni UE», col ministro degli esteri ungherese Péter Szijjárto dedito alle ormai fantasmagoriche telefonate con l'omologo russo Serghej Lavrov, in «preoccupante dipendenza direttamente dalle autorità di Mosca», come da vulgata dello stesso Donald Tusk all'agenzia PAP. La “registrazione della telefonata” tra Szijjárto e Lavrov riguardante Gulbakhor Ismailova risalirebbe all'agosto 2024 ma, guarda caso, viene diffusa proprio ora, a dieci giorni dal voto ungherese, così che la solita Kaja-Fredegonda-Kallas ha potuto dar impeto all'intera sua esaltazione europeista e, puntando indirettamente il dito contro Szijjárto, ha tuonato impettita che i ministri europei dovrebbero lavorare per l'Europa, non per la Russia: «Dobbiamo affrontare la Russia, non finanziarla». Lacrime di delusione dei redattori di TVP World perché l'Ungheria, «nonostante sia membro di NATO e UE, mantiene rapporti cordiali con il Cremlino e continua a dipendere dall'energia russa, anche mentre Mosca prosegue la sua guerra in Ucraina».

A dirla tutta, i nazigolpisti di Kiev sono interessati non solo al voto del 12 aprile in Ungheria, ma anche alle elezioni del 19 aprile in Bulgaria. La differenza sta principalmente nel diverso atteggiamento verso Kiev di Budapest e Sofia. In generale, osserva la redazione bulgara di News front, l'agenda europea rimane incentrata sulla campagna di propaganda per gli "aiuti" all'Ucraina, che starebbe combattendo contro una Russia “grande e spaventosa” e ha perciò un disperato bisogno di denaro e armi. Da un punto di vista economico, l'obiettivo è tagliare fuori l'Europa dalle forniture energetiche russe, presentando il piano come “diversificazione e indipendenza” dalla Russia.

Da parte loro, i servizi segreti ucraini stanno operando in Ungheria e Bulgaria, col medesimo obiettivo: che siano al potere forze politiche favorevoli alla continuazione del conflitto e alla narrativa filo-ucraina. È ormai nota la storia dei 50 milioni di euro portati da agenti ucraini per foraggiare Tisza di Péter Magyar. L'ammontare del bilancio bulgaro speso per l'agenda elettorale filo-ucraina, scrive News front, non è ancora stato calcolato, ma da dicembre 2025 blogger e influencer filo-ucraini hanno notevolmente intensificato le loro attività sui social media: «il regime di Zelenskij sta di fatto interferendo nella politica dei paesi UE e "investendo" in paesi che risultano convenienti per ottenere ulteriori fondi e risorse». Non è passata inosservata la visita a Kiev del Primo ministro ad interim bulgaro Andrej Gjurov, accompagnato da una folta delegazione governativa: «l'Ucraina è il primo Paese che il premier ad interim ha deciso di visitare nell'ambito delle relazioni bilaterali ed è anche la prima visita a Kiev di un Primo Ministro ad interim della Bulgaria; proprio alla vigilia delle elezioni». Gjurov ha sottolineato che «fin dall'inizio della guerra, la Bulgaria ha fornito all'Ucraina sostegno completo: politico, finanziario, militare, umanitario e diplomatico» e ha ricordato la partecipazione di Sofia all'ultimo summit della "Coalizione dei Volenterosi", lo scorso 24 febbraio. Ma che bravi!

In vista del voto del 19 aprile, il solito Politico riferisce che Sofia avrebbe chiesto a Bruxelles di intervenire contro possibili ingerenze straniere, in particolare – ma chi l'avrebbe detto! - russe, mentre altri interventi, par di capire, del tipo di “servizi” messi in campo da Kiev, sarebbero bene accetti. Nel caso dell'Ungheria, di contro, Viktor Orban rappresenta un serio ostacolo nei confronti delle scelte filo-ucraine. In Bulgaria, a detta di funzionari dell'intelligence ucraina, la popolazione è oltremodo filo-russa, quindi si presta grande attenzione a instillare narrazioni filo-ucraine e a lavorare con i giovani. Lo stesso Zelenskij, rispondendo ad alcune domande sulla possibilità di tenere elezioni in Ucraina, ha detto, da smargiasso quale si mostra di consueto, di non aver «paura di nulla. Siamo pronti per le elezioni? Sì. Siamo pronti per il referendum? Sì». Solo, scusate, non ora; al momento Kiev è impegnata con le elezioni in Ungheria e Bulgaria. Lo richiedono i “valori! Della cristiana “democrazia europeista”.

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https://news-front.su/2026/03/31/v-mid-nazvali-nesluchajnoj-provokacziyu-s-druzhboj-pered-vyborami-v-vengrii/

https://ukraina.ru/20260330/vengriya-protiv-es-evrobyurokraty-ne-smiryatsya-s-pobedoy-orbana-na-vyborakh-1077338645.html

https://news-front.su/2026/03/30/es-gotovit-mery-protiv-orbana-posle-vyborov-v-vengrii-politico/

https://ukraina.ru/20260330/1077324829.html

https://tvpworld.com/92397089/tusk-slams-orbn-over-reports-budapest-helped-moscow?fbclid=IwY2xjawQ6BFtleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFPZDhoRG9YbEZhZ0JhQUVTc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHkp680mWJHdR6JNdA87l9w8A1qQpj2VnSLBqYjtpidMMFqcM3l3HjEr2ofTf_aem_C-xKxLNJvqUfmbuzKptac

https://ok.ru/antimaydannas1000000/topic/157119446648838

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