La Cina non i USA (né si racconta per slogan)

di Giovanni Amicarella

Difficile parlare di Cina. O almeno, facile farlo in modo approssimativo, nel bene e nel male.

Di analisi sulla Cina eccessivamente critiche ci ha ben abituato la presenza fitta e pingue nella stampa “mainstream” di penne particolarmente affilate (e altrettanto ignoranti), con una precisa agenda politica. Di analisi poco profonde, a tratti infantili e speranzose, di una Cina scevra da difetti e criticità ci hanno abituato invece in parte certe branche “antisistema“.

Da una parte, c'è il vecchio leitmotiv nazionalpopolare distorto e remixato da Washington, per cui qualsiasi cosa venga fuori da una definizione arbitraria di "Occidente" è automaticamente il male. Se prima il male erano i sovietici, e per una parentesi limitata (e poco sentita) sono tornati ad esserlo i russi, adesso il male deve essere necessariamente una potenza che tiene testa alle ultime vestigia dell'Impero (da amante del classico, uso questo termine a malincuore). I cinesi dis-piacciono perché sono comunisti, o perché lo sono troppo poco. A volte dispiacciono per la sorveglianza, ignorando completamente quanto gli apparati di repressione del libero Occidente già abbiano messo le mani su qualsiasi dato in nostro possesso come cittadini.

Dall'altra, c'è un sentimento che da socialista mi preoccupa terribilmente. È quella vanagloria da circolino ereditata dai momenti di peggiore resa del movimento operaio: guardare a inserire capitale estera. Se il guardare a Mosca ha regalato gioie e dolori, stesso possiamo dire del guardare a Pechino. Inutilmente si sono sprecati i compagni cinesi nello spiegare, anche in diverse lingue, che il loro modello tendente al socialismo non sia esportabile, che si basi su una struttura e sovrastruttura che ha ben poco in comune (seppur vi si possa vedere dei punti di contatto, ci tornerò dopo) con le società europee. Figuriamoci con la "società" statunitense.

Oltretutto, ambedue le barricate, che sono ridicolmente basate sulla stessa ignoranza (denigrare e feticizzare, si sa, spesso coincidono) possono dormire sonni tranquilli, come potremo vedere a breve.

Se c’è una cosa che accomuna l’opera di Fabio Massimo Parenti alle analisi internazionali del CeSEM - Centro Studi Eurasia Mediterraneo, per cui faccio il responsabile comunicazione, è proprio la capacità di dare strumenti di analisi critica, per formare coscienze critiche.

In un'epoca di anestetizzazione sociale, l'unica cura è il tornare a interessarsi delle cose. L'unico modo per portare la gente a interessarsi delle cose è dargli degli strumenti di analisi, che per utilità e prassi vadano oltre agli slogan sputacchiati dal megafono o i video acchiappaclick.

Attraverso analisi che toccano dalla dimensione confuciana a quella di mercato, da quella geopolitica a quella etnica, il volume, tramite anche le presentazioni che ne sono derivate, ha contribuito a decostruire, a un pubblico sempre numeroso e partecipativo, una serie di preconcetti.

Il libro nasce dopo alcune riflessioni dall’anno scorso, dopo che la Cina decide di non accettare più i diktat statunitensi, reagendo autonomamente contro l’imposizione dei dazi. Parenti ha così l’ispirazione, radicata anche nel suo interesse della storia cinese, di una Cina che non si fa più usare. Per l’appunto, non si USA.

Non si usa perché si è già fatta usare, anche troppo.

Il secolo di umiliazione, in cui le potenze occidentali e vicine ne hanno fatto il bello e cattivo tempo, ha lasciato un principio radicato. Invece di diventare bieco revanchismo, cosa che sarebbe potuta tranquillamente essere, la classe dirigente cinese l’ha saputo trasformare in un esempio pratico di cosa non fare. Per la Cina il punto focale è il mantenimento della stabilità.

Una stabilità interna, in cui l’ascolto della base e del malcontento (si veda il passaggio graduale verso le rinnovabili, o verso idee come quella della civiltà ecologica) che viene canalizzato in virtù di quello che, la vecchia Cina, avrebbe definito “mandato celeste“. Una capacità di agire nel giusto da parte del governante senza esercitare repressione. Un concetto, se vogliamo, abbastanza analogo alla nostra “pax deorum” di romana memoria.

Una stabilità esterna, su logica binaria: l’aiuto al mantenimento di stabilità di paesi del ‘siddetto terzo mondo con progetti di infrastrutture e sviluppo, una non ingerenza all’interno dei percorsi ideologici e sociali delle nazioni con cui collaborano, che rientra nella lettura delle comunità umane dal futuro condiviso. Questo penultimo punto è bene ribadirlo ogni tanto, spegne un po' di spauracchi a destra e speranze a sinistra.

L’uso della violenza per la risoluzione dei conflitti infatti, siano essi interni o esterni, è visto come un fallimento del governante. Valori che per la Cina non sono certamente una novità, derivando da autori decisamente stagionati: Lao Tsé, Sun Tzu, Confucio. Tutti hanno scritto a loro modo di guerra, con la priorità sempre di sfinire il nemico senza combatterlo direttamente, puntando poi a una pace.

Quel principio che nello splendido Tao Te Ching, di cui consiglio la lettura visto che l'edizione non commentata è veramente breve e scorrevole, viene definito Wu Wei "lasciar scorrere/non agire". Lasciar sì che non vi sia necessità di forzare gli eventi, che tutto (dalla società, alla geopolitica) segua un ordine naturale delle cose.

"Quei che volendo tenere il mondo

lo governa,

a mio parere non vi riuscirà giammai.

Il mondo è un vaso sovrannaturale

che non si può governare:

chi governa lo corrompe,

chi dirige lo svia,

poiché tra le creature

taluna precede ed altra segue,

taluna è calda ed altra è fredda,

taluna è forte ed altra è debole,

taluna è tranquilla ed altra è pericolosa.

Per questo il santo

rifugge dall'eccesso,

rifugge dallo sperpero,

rifugge dal fasto." XXIX - Non agire

L'imperatore romano Marco Aurelio ebbe a dire qualcosa di analogo nei suoi Pensieri (conosciuto anche come Meditazioni, altra lettura consigliata): "Hai potere sulla tua mente, non sugli eventi esterni. Renditi conto di questo e troverai la forza".

Il governante, insomma, è abile quando riconosce di avere un limite e di sottostare, a sua volta, a un flusso di eventi che non può controllare.

Sfruttando questo passaggio per tornare a Occidente, la nostra attenzione alla Cina non va però vista come un'estraneità alle questioni più impellenti sul piano nazionale.

Su questo il Focus CeSEM "Cina e Unione Europea. Ascesa pacifica e globalizzazione multipolare” (disponibile sul sito del centro), che a Modena è stato presentato assieme all'opera, è un documento che riassume in breve il da farsi.

Nell’ambito della geopolitica infatti, un fronte di lotta che si fa sempre più pressante (e altrettanto, palesemente, in primo piano) è quello dell’informazione. L’informazione rappresenta oggi uno dei primi terreni di scontro per quanto concerne i conflitti e le risoluzioni, più o meno pacifiche, delle problematiche fra Stati: basti vedere la guerra d’informazione che si è consumata (e si sta ancora consumando) sul conflitto russo-ucraino, quelle sui vari conflitti fra Stati vicini (ad esempio Pakistan e Afghanistan), sulle sommosse popolari (come nel caso del Nepal) e sulla, in corso, aggressione all’Iran.

Quando il sensazionalismo prende il posto dell’informazione, sia per propaganda di una precisa visione politica, sia per acchiappaclick (come precedentemente detto), emerge nella sua essenzialità il ruolo dell’analisi critica.

In un mondo in cui l’Occidente è ancora orientato al conflitto, al protezionismo e alle sanzioni, la Repubblica Popolare Cinese si pone come potenza responsabile ed è orientata nell’assumersi maggiori responsabilità nella governance globale, al fine di sostenere un vero multilateralismo e una reale democratizzazione delle relazioni internazionali. Per l’Unione Europea, schiacciata tra contraddizioni interne e pressioni esterne sempre più insostenibili, una partnership privilegiata con Pechino rappresenta perciò l’ultima opportunità per diventare un polo geopolitico autonomo all’interno della scacchiera globale.

L’avvento dell’Amministrazione Trump ha indubbiamente chiarito che il mondo è sempre più tendente a una concezione multipolare del rapporto fra Stati, chi si pone in competizione con gli altri soggetti geopolitici senza possedere a pieno i requisiti per la sovranità rischia di pagarne le conseguenze. Questa considerazione vale a maggior ragione per l’Unione Europea che si autopercepisce quale vettore ideologico di esportazione dei “valori liberali”, ma che è ancora oggi priva di un esercito autonomo e degli strumenti necessari a far rispettare le proprie convinzioni. Non si tratta solo dell’assenza di una Costituzione o di un Ministro degli Esteri europeo; l’UE non possiede quello che è il requisito fondamentale della sovranità: il monopolio della forza all’interno dei propri confini.

Dovendo condividere lo spazio geografico con l’ingombrante “alleato” nordamericano e subirne la volontà politica attraverso la NATO, che rimane un’organizzazione militare indiscutibilmente guidata da Washington.

La contrapposizione tra Stati Uniti e Cina non deve comunque spingere l’Unione Europea a una scelta di campo rigida, ma a definire uno spazio continentale di autonomia, fondato su equilibrio e interdipendenze gestite.

La Cina, in questo quadro, non è solo rivale, ma anche un interlocutore strategico: è oggi leader mondiale in settori cruciali come le terre rare, la tecnologia verde e le infrastrutture digitali, componenti indispensabili per gli stessi obiettivi di transizione ecologico-digitale e competitività dell’UE. La capacità di Pechino di innovarsi continuamente costringe l’Europa a sviluppare politiche industriali proprie, a investire in ricerca e sviluppo e a sviluppare nuove catene del valore.

Da questo punto di vista, attraverso il dialogo, la tradizione diplomatica italiana, derivata dalla sua storia mediterranea di mediazioni ed equilibri, rappresenta un punto di forza per costruire forme di cooperazione condivisa con tutti i Paesi BRICS.

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