La notte del 15 gennaio, a Minneapolis, una famiglia che stava semplicemente tornando a casa si è trovata al centro di un’operazione dell’ICE. Non una retata mirata, ma un’azione indiscriminata: granate stordenti e gas lacrimogeno lanciati dentro un’auto con sei minori a bordo. Tre bambini sono finiti in ospedale, tra cui un neonato di sei mesi che ha smesso di respirare ed è stato rianimato in strada dalla madre. Nessuna minaccia, nessuna resistenza, nessun aiuto immediato da parte degli agenti federali. Questo episodio non è un’eccezione, ma il simbolo di una strategia più ampia.
A Minneapolis, come in molte altre città statunitensi, l’ICE opera sempre più come una forza di occupazione interna, con agenti armati e mascherati dispiegati nei quartieri più vulnerabili. Le proteste esplose dopo l’uccisione di Renee Nicole Good da parte di un agente dell’ICE e le successive minacce di Donald Trump di invocare la Legge di Insurrezione mostrano fino a che punto la risposta politica stia scivolando verso la militarizzazione. Sul piano nazionale, i numeri raccontano la stessa escalation.
Ad oggi circa 73.000 persone sono detenute dalle autorità migratorie statunitensi, un record storico e un aumento dell’84% rispetto al 2025. Meno della metà ha precedenti penali, ma l’amministrazione punta ad ampliare la capacità di detenzione fino a 100.000 posti, sostenuta da finanziamenti senza precedenti: centinaia di miliardi di dollari destinati a ICE e Border Patrol.
Intanto, le condizioni nei centri di detenzione allarmano le organizzazioni per i diritti umani. ACLU e Amnesty International parlano di trattamenti disumani, abusi e sovraffollamento. Il 2025 è stato l’anno più letale da decenni per chi era in custodia ICE, e il 2026 si è aperto con nuove morti. La vicenda della famiglia Jackson riassume tutto: quando lo Stato colpisce auto con neonati a bordo, la “sicurezza” diventa una dottrina della paura, e la vita umana un danno collaterale accettabile.
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