La svolta militarista sta conquistando le scuole d'Europa

05 Settembre 2026 07:00 Federico Giusti

di Federico Giusti

Come sovente avviene, ci rendiamo conto di un pericolo quando ormai è troppo tardi o quando le iniziative di contrasto partono con grave ritardo.

La militarizzazione delle scuole e delle università ha radici lontane: i primi segnali hanno riguardato i programmi scolastici, i percorsi di laurea, i contenuti dei corsi e il ruolo — più o meno esplicito — degli sponsor privati nel finanziamento della ricerca. In questi anni, l'Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha svolto un ruolo attivo e meritevole nel denunciare i processi di asservimento del sapere e del mondo della conoscenza alle logiche belliche.

Quando un conflitto si protrae, diventa inevitabile non solo accrescere gli organici militari, ma anche costruire il consenso attorno alla guerra. Un consenso che parte da lontano, plasmando le nuove generazioni fin dalla tenera età. Un Paese in guerra necessita di una propaganda incessante e di un impianto retorico e ideologico ben strutturato; deve far penetrare il conflitto in ogni ambito sociale: nella sfera educativa, in famiglia, nel volontariato.

L'ideologia bellica si avvale di innumerevoli strumenti per far apparire il ricorso alle armi come inevitabile. Ogni critica viene sistematicamente neutralizzata e sottoposta al pubblico ludibrio, con dinamiche che ricordano da vicino quanto accadeva ai giovani le cui famiglie, non iscritte al Partito Fascista, venivano escluse dalla vita sociale.

La scuola diventa così un ambito privilegiato: cambiano i libri di testo, i programmi di studio e perfino le destinazioni delle gite d'istruzione, ordinate a piegare la didattica alle ragioni del riarmo. Mandare le scolaresche in visita nelle caserme ad applaudire gli uomini in divisa diventa la norma. Sottrarsi a questo "dovere patriottico" significa finire sotto la lente di presidi zelanti; prendere posizioni pubbliche può costare a un insegnante la visita di un ispettore, con conseguente danno di immagine per l'intero istituto.

Da anni, sia in Ucraina sia in Russia, la scuola è stata arruolata per legittimare la guerra, reclutare volontari e coscritti e mobilitare la società civile. Alla causa bellica viene chiesto anche un apporto indiretto, mettendo a disposizione competenze tecniche e scientifiche che, all'occorrenza, si rivelano strategiche.

Sebbene ogni confronto tra la Russia di Putin e quella post-rivoluzionaria sia fuorviante, è innegabile che da decenni l'addestramento militare obbligatorio faccia la sua comparsa tra i banchi, sia come attività extrascolastica sia come materia curricolare. Un tempo, le scuole tecnico-militari sovietiche erano aperte a chiunque volesse acquisire competenze nella meccanica, nella guida di mezzi pesanti o nell'uso delle radiocomunicazioni — conoscenze chiave in tempo di guerra.

Dopo il crollo dell'URSS, il fascino del settore militare è stato temporaneamente offuscato dalla crisi economica. Successivamente è subentrata la NATO, allargando l'Alleanza a molti Paesi dell'ex blocco sovietico e sostenendo, con gli USA, le "rivoluzioni colorate" — operazioni che si sono rivelate non tanto espressione di un cambiamento popolare, quanto progetti a tavolino per insediare governi filo-occidentali.

Mentre negli Stati Uniti la spesa militare si manteneva costante o in crescita, in Russia la dissoluzione dell'esercito sovietico ha favorito la nascita di gruppi paramilitari e compagnie di ventura disposte a vendersi al miglior offerente. Parallelamente, da almeno un quindicennio, in Ucraina i gruppi neonazisti hanno guadagnato uno spazio crescente, forti anche dei cospicui aiuti economici occidentali.

Negli ultimi dodici mesi, la necessità di inviare al fronte un numero sempre maggiore di uomini ha spinto la propaganda di guerra a intensificare il proselitismo nelle scuole, accompagnandolo da offerte economiche allettanti, con stipendi militari fino a tre o quattro volte superiori a quelli del settore civile. Ciononostante, non mancano episodi di resistenza e renitenza alla leva, soprattutto in Ucraina, dove decine di filmati mostrano la popolazione intenta a scacciare i reclutatori.

È da oltre un decennio che sia in Russia sia in Ucraina sono attive vere e proprie campagne militariste destinate ai giovani. Attraverso corsi gratuiti nelle scuole pubbliche, si selezionano i soldati di domani in nome della "difesa dei valori nazionali". Da questo anno scolastico, in Russia l'addestramento torna ufficialmente nei programmi di studio per insegnare ai ragazzi l'uso dei droni. Inoltre, in entrambi i Paesi è ormai possibile affiancare agli studi scolastici e universitari regolari percorsi di formazione per ufficiali, sergenti o riservisti.

L'Ucraina persegue obiettivi ancor più ambiziosi, trasformando il pilotaggio dei droni e l'uso delle nuove tecnologie in una sorta di standard educativo. Le aziende produttrici di droni, nate in collaborazione con multinazionali della difesa europee e statunitensi, offrono stage continui promettendo posti di lavoro ben retribuiti. Ad esempio, l'azienda ucraina Fire Point, in collaborazione con l'Istituto di Aviazione di Kiev, ha lanciato il programma "Ingegneria dei Sistemi Robotici Aerei Autonomi", pensato per colmare la carenza di specialisti nel settore della difesa. Una rete di centri privati di formazione su droni e robotica viene così sistematicamente integrata nel sistema di istruzione pubblica.

Kiev sta rifondando il proprio sistema educativo, abbandonando il modello umanistico per virare con decisione verso le scienze applicate: una trasformazione strutturale che ricorda il paradigma applicato dai sovietici un secolo fa durante l'industrializzazione (Associazione Camis De Fonseca).

Chi ritiene che si tratti di una parentesi temporanea dovrà ricredersi. La svolta militarista nelle scuole e nelle università è destinata a durare: anche dopo la fine delle ostilità sul campo, la narrazione si sposterà sulla gestione delle minacce ibride, sulla difesa dal terrorismo e sul contrasto alle ingerenze straniere.

E chi pensa che Russia e Ucraina siano casi isolati commette un errore: percorsi analoghi sono già in fase di adozione nei Paesi dell'Est Europa maggiormente coinvolti nel riarmo. I corsi di educazione civica e difesa già introdotti in Lituania rischiano di diventare il modello di riferimento per l'intero continente.

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