di Giuseppe Giannini
Dalla sua nascita in poi lo Stato di Israele ha reso la violenza qualcosa di strutturale. E' nel disegno ideologico di chi ha pianificato il Grande Israele, i sionisti, che prevedeva il rientro degli esuli e l'occupazione delle terre altrui dalla Siria all'Iraq.
Conquistare la Terra Promessa in attesa della venuta del Messia. Componenti nazionalistiche e fanatismo religioso da sempre convivono, malgrado l'alternanza dei governi (pensiamo a quelli laburisti), perchè profondamente radicati all'interno di una società edificata sul modello occidentale per quanto riguarda la ricchezza (e le diseguaglianze) e la potenza militare, ma, nei fatti, poco laica. Intrisa di un integralismo religioso, intollerante non solo verso le altre fedi, considerate inferiori, e che vede adottare da parte degli ultra-ortodossi comportamenti vessatori e di soggezione anche nei confronti di coloro che, facenti parte della comunità-famiglia religiosa, non si adeguano. La ricerca della purezza, la preghiera come ossessione quotidiana, la donna relegata al ruolo di genitrice e servitrice del maschio, e tutto il rituale dogmatico.
Un indottrinamento che inizia da bambini. Da questo punto di vista può essere rappresentativo il film Kadosh (1999) del regista israeliano Amos Gitai. Le altre espressioni religiose, i luoghi di culto e i simboli, vengono costantemente vilipesi (le provocazioni sulla Spianata delle Moschee dei coloni e leader politici, ed anche gli attacchi subiti dai cristiani, dagli sputi, alla suora buttata a terra) e profanati (recentemente, il crocefisso danneggiato da un militare). La violenza principale si manifesta attraverso la forza militare, le detenzioni arbitrarie, l'occupazione continua delle terre, il regime di segregazione a cui vengono relegati i palestinesi. Pratiche barbare, che violano il diritto internazionale, e che, all'indomani dell'attentato del 7 ottobre 2023 si sono intensificate. Siamo arrivati a questo punto grazie alla complicità dei Paesi occidentali, che hanno permesso l'eccezione come regola nel caso israeliano.
Così, nel momento in cui ai Paesi che uscivano dal colonialismo venivano concesse regole a salvaguardia di un percorso autonomo (sia pur condizionato da diktat economici), alla Palestina, ridotta ad una esigua striscia di terra, veniva precluso il processo verso l'autodeterminazione. Questo è un passo fondamentale senza il quale è impossibile interpretare le vicende di ieri e quelle odierne, la reazione della popolazione autoctona assoggettata (fino agli episodi estremi degli attentati terroristici), le intifade. Quando l'essere palestinese comporta la dipendenza da un sistema di controllo biopolitico generalizzato ( i checkpoint, le telecamere, i muri, le preclusioni alla libertà di movimento), e quando in nome della sicurezza di Israele diventa lecito fermare, picchiare, arrestare e torturare, sospendendo le normali regole giuridiche, previste anche in tema di guerra (per quanto attiene ai diritti dei detenuti, alle imputazioni, alla possibilità di esercitare il diritto alla difesa), e quando la rapina delle risorse naturali ed economiche avviene alla luce del giorno ecco che il sistema di apartheid e pulizia etnica si consolida.
Concorrono tutti gli elementi, la volontà e le azioni, che configurano quanto previsto dalle Convenzione sul genocidio adottata dall'ONU nel 1948 (uccisioni, sottomissione e trasferimento forzato della popolazione, sottoposizione ad un regime di oppressione morale e materiale che impedisce l'esercizio delle condizioni di vita). Questo quadro generale serve a chiarire che le violenze di cui si parla in questi giorni, riguardo agli ennesimi e vili episodi nei confronti dell'equipaggio delle Flotilla, non sono affatto isolati (come finge di non sapere l'esaltata sionista Fiamma Nirenstein), nonostante la propaganda a favore di Israele di politici, giornalisti, ed opinionisti di origine ebraica insediati nei luoghi del potere ed onnipresenti sui media (evidentemente l'ingerenza ed il condizionamento dell'esecutivo, delle lobby, e delle sette religiose sono così forti da legare le mani ai governi occidentali).
Pertanto, se hanno fatto questo ad inermi pacifisti occidentali, tra cui diversi parlamentari, andati lì a portare aiuti e solidarietà, e puntualmente accusati di essere fiancheggiatori di Hamas, anche da parte della destra nostrana, figuriamoci cosa accade ai palestinesi rinchiusi nelle carceri della tortura israeliane. L'atteggiamento ipocrita e tardivo dei governi occidentali è quello di sanzionare Ben Gvir, dopo aver sanzionato qualche singolo colono, come se questi non facessero parte di un insieme suprematista, che trova domicilio nelle dicharazioni del governo Netanyahu, dei leader religiosi e dei coloni, di alcuni ambasciatori ed esponenti delle comunità ebraiche occidentali, ed anche, purtroppo di larga parte della società israeliana. Le pratiche discriminatorie a danno dei palestinesi danno facoltà ai militari di entrare in qualsiasi momento, anche in piena notte, nelle abitazioni, sfondare porte e mettere tutto sottosopra. Di insediarsi nei pressi e far sentire la loro presenza (come documentato nel film del 2004 Private di Saverio Costanzo). Ancora, di incriminare per motivi generici ed infliggere pene esorbitanti.
La detenzione amministrativa, è bene ricordarlo, è ammessa dal diritto internazionale solo se necessaria per questioni di sicurezza, e le ordinanze miltari attribuiscono a questi un super potere difficile da contrastare. I provvedimenti restrittivi scritti in ebraico rendono complicata la difesa degli avvocati, che non conoscono nemmeno le prove d'accusa; durante gli interrogatori accade di sovente che si dia luogo a pestaggi e trattamenti degradanti. Tra gli eccessi, ad esempio, sono previste pene dai dieci anni fino all'ergastolo se sospettati di non aver fatto nulla per evitare danni all'ordine pubblico; se si partecipa a manifestazioni di protesta contro l'occupazione utilizzando bandiere o simboli considerati nemici; se vengono lanciano pietre o si è considerati parte di gruppi ostili.
Concezione quest'ultima nel quale ricomprendere i partiti politici palestinesi, le organizzazioni della società civile, e chi esprime la propria opinione sui social. Un potere di controllo ed incarcerazione che è doppio, perchè avviene anche ad opera dell'ANP, che gestisce la sicurezza per Israele in Cisgiordania. Tali aspetti sono stati documentati, nel tempo, dall'ONU, dalle organizzazioni umanitarie e scritti nei vari report dalla Relatrice speciale Francesca Albanese. Nei quali viene fuori che dal 1967 al 2006 i palestinesi incarcerati sono stati 800.000![1] Il mancato rispetto del diritto internazionale, delle Convenzioni, Trattati ed Accordi delineano il quadro della colpevole impunità. Se ne esce solo risarcendo i palestinesi, restituendo loro i territori, la sovranità, la libertà per la autodeterminazione.
Fino ad allora l'impegno della comunità internazionale dovrebbe essere quello di isolare politicamente ed economicamente uno Stato che si comporta da usurpatore e criminale. Israele non è mai stata una democrazia (altro che "l'unica democrazia del Medio Oriente" come vogliono farci credere gli alleati), anzi, come la definisce qualcuno è una etnocrazia dove i diritti non vengono riconosciuti per coloro che vivono nei Territori Occupati. La pretesa di voler giustificare le violenze, tirando in ballo, come sempre, l'Olocausto o l'antisemitismo, non regge più. Lo Stato ebraico ha deciso l'autocondanna all'odio e alla distruzione.
[1]Francesca Albanese – Inside – Dentro la violenza di Israele – La Palestina nei rapporti denuncia della Relatrice speciale ONU (2025)
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