di Vito Petrocelli
Ho conosciuto Ali Larijani quando era presidente del parlamento nel 2019, durante la visita in Iran della Commissione esteri del Senato.
Ricordo tutto di quell’incontro, l’accoglienza calorosa e il confronto aperto tra le due delegazioni. Ricordo di aver espresso la piena solidarietà del Senato italiano per gli eventi alluvionali che avevano colpito in quei giorni molte zone dell'Iran, e che il Governo italiano stava inviando un aereo con aiuti di prima necessità per le popolazioni colpite.
Il cosiddetto governo giallo-verde, nato dalle elezioni del 2018, aveva l’intenzione di essere più vicino all'Iran e alle esigenze del popolo iraniano. Il presidente Larijani, accogliendo con piacere questo punto di vista, sottolineava la profondità delle radici storiche esistenti tra i nostri Paesi e mi ringraziava per le parole sincere di vicinanza.
Soprattutto Larijani mi ricordava che, fin dai tempi di Andreotti, l'Italia si era sempre distinta agli occhi dell'Iran - differenziandosi in questo dagli altri Paesi europei - per il realismo con cui gestiva le proprie relazioni con Teheran, persino durante la sanguinosa guerra tra il suo Paese e l'Iraq.
Mi rendo conto oggi che in quei giorni la politica italiana sapeva ancora dialogare. Oggi invece resta in silenzio davanti agli omicidi politici, al genocidio di un popolo, alla cancellazione di regole e valori con l’uso della forza. E, agli occhi dell’Iran e di tutto il Sud globale, non si differenzia più per nulla dagli altri Paesi occidentali.
Che Ali Larijani riposi in pace. I servi politici italiani no.
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