La politica aggressiva degli Stati Uniti nei confronti dell’Iran non ha una sola spiegazione, ma nasce dall’intreccio di fattori geopolitici, strategici ed economici. Lo ha affermato il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, intervenendo in un’intervista dedicata alle tensioni crescenti in Medio Oriente. Secondo Lavrov, Washington considera Teheran parte di un più ampio “asse” di Paesi ritenuti una minaccia al dominio occidentale.
Un asse che includerebbe anche Russia, Cina, Corea del Nord e, in alcune fasi, la Bielorussia. Una visione che, a suo dire, gli Stati Uniti non hanno mai realmente nascosto. Accanto alla dimensione politica e militare, pesano anche gli interessi energetici. Lavrov ha ricordato come gli USA abbiano già dichiarato apertamente di voler controllare flussi petroliferi strategici, sottolineando che l’Iran è tra i maggiori produttori mondiali di greggio.
Un ruolo reso ancora più delicato dalla posizione geografica del Paese, che controlla lo stretto di Hormuz, passaggio chiave per la sicurezza delle rotte petrolifere globali. Il ministro russo ha poi richiamato il ruolo di Israele, ricordando che il premier Benjamin Netanyahu ha sempre definito l’Iran una minaccia esistenziale. In questo contesto, Mosca si propone come mediatrice, forte dei rapporti sia con Tel Aviv sia con Teheran.
Lavrov ha ribadito che la Russia è pronta a offrire i propri “buoni uffici” per evitare una nuova escalation, come già avvenuto nel 2015 con l’accordo sul nucleare iraniano. L’obiettivo, ha concluso, è far prevalere il buon senso ed evitare un nuovo conflitto che potrebbe avere conseguenze catastrofiche per l’intera regione.
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