Le dispute ministeriali a Kiev e la stella cadente di Zelensky

23 Luglio 2026 14:35 Fabrizio Poggi


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

23 luglio. È passato poco più di un mese dal G7 di Evian e meno di due settimane separano dal vertice dei “volenterosi” di Parigi, pomposamente presentato come “coalizione antibalistica”; due appuntamenti in cui il nazigolpista capo di Kiev Vladimir Zelenskij era stato accolto, al solito, come il “caro mico”, cui ci si rivolge dandogli e del tu e si presenta quale “esempio di difesa dei valori europei e occidentali”. Appena poche settimane, che però sembrano anni, confrontate con la freddezza con cui oggi i megafoni delle élite euroatlantiche, rappresentati dalle maggiori testate britanniche e americane – le élite in prima persona, per ora, mantengono un basso profilo – sculacciano lo stesso Zelenskij, accusato di mettere a rischio quella che finora veniva presentata come una spettacolare “vittoria” sulla Russia fatta a suon di “sciami di droni”.

La vicenda è nota e va avanti ormai da due settimane: un rimpasto di governo deciso allo scopo precipuo di dimissionare il ministro della guerra Mikhail Fëdorov, ad ogni evidenza reo di parteggiare per un cordata industrial-militare diversa da quella al momento vincente nella corsa miliardaria alle commesse di guerra; immediata “majdan dei cartoni” della “migliore gioventù”, foraggiata da ONG euroatlantiche, per chiedere il reintegro dell'ormai ex ministro e licenziare invece il comandante in capo Aleksandr Syrskij, fautore, dicono, di una conduzione della guerra con “metodi sovietici”, di contro alla giovanilistica “mentalità innovativa di Fëdorov; parziale vittoria dei “cartonisti”, che non ottengono il reintegro del beniamino dronista, ma in compenso procurano il dimissionamento di Syrskij e la nomina al suo posto dell'ex generale di brigata Mikhail Drapatyj. Al posto del “generale-macellaio” subentra il “generale-fallimento”, scrivono i “maligni” osservatori russi che, d'altronde, si dividono tra quanti giudicano un vantaggio, per le forze russe, la nomina del nuovo comandante e quanti, al contrario, ne indicano la relativa pericolosità. I primi mettono ovviamente in risalto le sue ripetute sconfitte sul campo, a partire sin dai primi mesi dell'aggressione ucraina alle Repubbliche del Donbass, con le disfatte di Debaltsevo e Ilovajsk, quando Drapatyj, per la verità, era un semplice comandante di battaglione che, da autentico terrorista agli ordini dell'allora presidente Petro Porošenko, non aveva esitato a massacrare decine di civili a Mariupol nel 2014, tanto che è ricercato dalla Russia con l'accusa di crimini di guerra.

I secondi, di contro, rilevano il fatto della sua esperienza sul campo, da “militare puro”, avvezzo alla pratica del fronte, a differenza del suo predecessore, chiuso nelle stanze dello Stato maggiore. «Un generale che si è distinto in guerra e che la conosce bene è un avversario molto difficile», avverte il blogger Jurij Podoljaka; mentre il corrispondente di guerra Aleksandr Sladkov ritiene che, comunque, la nomina Drapatyj non aiuterà le forze ucraine, ormai già sull'orlo del baratro. Il volontario Vladimir Romanov ricorda che nella sacca di Debaltsevo, Drapatyj abbandonò le sue truppe e fuggì a bordo di un minibus. Come che sia, Zelenskij pare aver soddisfatto solo metà delle richieste dei “cartonisti”, afferma l'osservatore Vladislav Šughirin: non ha reintegrato Fëdorov, concedendo «un osso al majdan, nella persona del fedele Syrskij, messo da parte perché considerato superfluo». Nel contempo, Zelenskij ha offerto a Fëdorov un incarico come vice premier "responsabile dello sviluppo tecnologico"; ma, al momento, non pare esserci stata risposta e il consigliere presidenziale Dmitrij Litvin ha detto che Fëdorov e Zelenskij continueranno le trattative: prosegue cioè la contrattazione sui flussi di cassa nell'industria di guerra e tutto dipende da quanta torta Zelenskij sia disposto a cedere al dichiarato “agente di Palantir”. A parere del colonnello russo a riposo Aslan Nakhušev, la situazione ai vertici di Kiev è vantaggiosa per la Russia: il comandante in capo è secondario e, dimissionando Syrskij, Zelenskij cerca semplicemente di smorzare l'ondata di proteste. Per la Russia, le dimissioni di Syrskij sono «un'ottima cosa. Una relativa disorganizzazione è inevitabile... Il ministero della difesa si spartirà di nuovo i soldi con tutti i divertenti momenti che ne conseguono».

Di contro alle parole di Litvin, Ukrainskaja Pravda scrive invece che Fëdorov ha rifiutato l'offerta di Zelenskij e l'agenzia RBK-Ukraina riferisce di una intensificazione della lotta tra fazioni politiche a Kiev. Tra le stesse forze armate si teme che la situazione porti a una spaccatura nell'esercito: «C'era una fazione scontenta che voleva le dimissioni del comandante in capo. C'è il rischio che la sua sostituzione possa portare a un'epurazione di tutti coloro che hanno lavorato con Syrskij. E questo potrebbe avere conseguenze disastrose per l'esercito nel suo complesso», dice un anonimo ufficiale.

Il direttore del sito web "Censor" e comandante di un'unità di droni ucraina Jurij Butusov (per inciso: sostenitore di Petro Porošenko, in competizione con Zelenskij e in alleanza tattica con la cupola di Soros) sostiene che il conflitto che ha coinvolto il dimissionato Fëdorov sia dovuto principalmente a una disputa sull'accesso a flussi finanziari multimiliardari.
È chiaro, dice Butusov, che il conflitto, interpretato dai “cartonisti” come una lotta tra un "sovietico" e un "tecnocrate riformista", non sia in realtà causato da diversi approcci alla guerra, «altrimenti non avrebbero rimosso sia il ministro che il comandante in capo così improvvisamente e simultaneamente, lasciando l'esercito senza alcuna successione o trasferimento di potere. Il conflitto non era tra Fëdorov e Syrskij personalmente... il conflitto verte su chi avrebbe distribuito i 40 miliardi di euro di finanziamenti europei... e l'unica figura che determina la distribuzione è il ministro della difesa».

A detta dell'ex consigliere presidenziale Aleksej Arestovic, Fëdorov «è pericoloso per l'esercito nel suo stato attuale... i principi che professa sono distruttivi per le forze armate». Ma, soprattutto, «all'Occidente non importa minimamente chi saranno il nostro comandante in capo e il nostro ministro della difesa, perché il programma nei confronti della Russia è tre livelli più alto dei nomi specifici del comandante in capo e del ministro della difesa. Il loro compito è garantire un certo livello medio di deterrenza, che verrà attuato in un modo o nell'altro sotto un dato comandante in capo, sistema o ministro della difesa». Le proteste attuali sono diverse da quelle dell'anno scorso a sostegno del NABU, una struttura introdotta dall'Occidente affinché le aziende occidentali potessero svolgere la propria attività; oggi, invece, all'Europa non importa chi sia il ministro della difesa o il comandante in capo: «hanno alcune piccole preoccupazioni, ad esempio, riguardo alle prospettive dei progetti congiunti del ministero della difesa, come i droni, i sistemi di difesa aerea e così via. Ma sappiamo che verranno realizzati a prescindere dal comandante in capo e dal ministro della difesa».

In un'intervista a Moskovskij Komsomolets, l'ex ufficiale dell'esercito USA Stanislav Krapivnik si chiede se Mikhail Drapatyj sarà in grado di influenzare l'andamento delle operazioni militari e se il sinistro soprannome di “generale fallimento” si rivelerà profetico; molti militari ucraini lo ritengono infatti responsabile della perdita della testa di ponte di Kursk e dello sfondamento russo nel settore di Pokrovsk-Konstantinovka. Come Comandante delle Forze di terra, si era trovato anche al centro di uno scandalo per un attacco a un campo di addestramento ucraino nella regione di Dnepropetrovsk, nella primavera del 2025. Il corrispondente di guerra Aleksandr Kots ricorda che Drapatyj non era riuscito a mantenere le posizioni strategiche di Velikaja Novoselka e Kurakhovo, che avevano accelerato l'avanzata russa su Pokrovsk: «Non direi che sia un comandante di grande talento... Ha ottenuto dei successi, dovuti più agli errori del nemico che alla sua abilità strategica e ha subito pesanti sconfitte». In generale, i cambi di personale nell'esercito ucraino nel bel mezzo di aspri combattimenti potrebbero rivelarsi molto costosi per il nemico, dice Kots.

In Ucraina, dice Krapivnik, CIA, MI6 e Mossad sono come le tre teste del “Drago Gorynyc”, in una lotta costante per il potere. Zalužnij, filo-britannico, è stato rimosso perché era diventato una figura troppo pubblica e puntava a diventare il rivale di Zelenskij, creatura degli americani, che non vogliono concorrenti per il loro protetto. Syrskij, invece, era più remissivo, eseguiva tutti gli ordini degli americani, seguendo le loro tattiche, il che ha portato ai fallimenti ucraini e delle unità NATO impegnate nel conflitto. In definitiva, Syrskij, «che obbediva anche agli ordini più insensati, è diventato un comodo capro espiatorio». Per quanto riguarda Drapatyj, a parte le sue “imprese” terroristiche nel Donbass, «essere un buon comandante di battaglione o persino di divisione è una cosa, comandare l'intero esercito è tutt'altra cosa» dice Krapivnik. In effetti, il ruolo di Comandante in capo non è puramente militare; è anche politico e sorge dunque la domanda se Drapatyj possieda «l'esperienza e l'intelligenza necessarie per essere anche un politico. Dovrà non solo conciliare gli interessi delle diverse fazioni e motivare i militari ai massimi livelli, ma anche definire una posizione su ordine degli americani e degli inglesi, che controllano assolutamente tutto in Ucraina... gli ufficiali ucraini sono esecutori; non pianificano né controllano nulla; si limitano a eseguire ciò che i loro superiori occidentali ordinano loro di fare».

La questione è che i “cartonisti” non sono “persone comuni”, ma membri attivi di varie ONG finanziate dalla UE e l'Occidente chiede a Zelenskij non solo le dimissioni di Syrskij, ma soprattutto il ritorno di Fëdorov, lasciando intendere che la disobbedienza comporterà gravi conseguenze, scrive Dmitrij Bavyrin su RIA Novosti. El jefe de la junta è aspramente criticato dai media atlantici come non accadeva dai tempi in cui tentò di mettere sotto controllo NABU e SAP, strutture infiltrate in Ucraina per controllarne le élite. Ed è significativo, osserva RIA, che coloro che si sono mostrati più preoccupati per Fëdorov siano proprio coloro che più odiano la Russia: banderisti, inglesi (The Times, ad esempio), i falchi affiliati al complesso militare-industriale statunitense e la parte russofoba dell'intellighenzia francese. E le descrizioni che danno del dimissionato chiariscono il motivo per cui tutti lo amavano: è riuscito a presentarsi come «l'uomo che ha cambiato le sorti del conflitto» e «ha inferto un duro colpo a Mosca». A sentire Fëdorov, sarebbe stato proprio lui a garantire le vittorie tecnologiche degli ucraini sui moscoviti, mentre il comandante in capo è responsabile di tutto ciò che non va nelle Forze armate: gli accalappiatori di uomini dei distretti sono agli ordini di Syrskij e gli "assalti di carne" sono una tattica di Syrskij. Ma questo, dice Bavyrin, è ovviamente un nonsenso: non esistono "tattiche di Syrskij": esistono le tattiche di Zelenskij.

Al di là dei puri aspetti militari, ci sono ragioni controverse per il dimissionamento di Fëdorov e di Syrskij, nonostante il primo si sia sempre presentato come autore delle “vittorie” sulle retrovie russe. In USA si ritiene che Fëdorov abbia tentato di allontanare dalla produzione bellica coloro nelle cui mani ora si concentra il potere: amici e conoscenti di Zelenskij. Questa sembra essere la verità, ma non tutta. Chiaramente, Zelenskij è geloso, perché, agli occhi dell'Occidente e dell'Ucraina, dovrebbe essere lui, e non il suo ex “esperto di marketing sui social”, Fëdorov, quello «che ha cambiato le sorti del conflitto».

Ma l'Occidente non è affatto preoccupato delle perdite ucraine: ha bisogno di un quadro chiaro e Fëdorov lo ha fornito; ma il fatto è che a Kiev può brillare solo una stella: Zelenskij. Quella che all'inizio del conflitto con Fëdorov era nata come semplice gelosia, pare essersi trasformata in paranoia col licenziamento di Syrskij: i protettori, i lobbisti e i finanziatori dell'Ucraina preferiscono Fëdorov a Zelenskij e ripongono in lui e non nel presidente le loro speranze di infliggere danni alla Russia.

In poche parole, hanno scelto il successore di Zelenskij e la tattica di mettere in posizioni di rilievo figure senza volto come Syrskij, prive di ambizioni di potere, non è più una difesa affidabile contro il cambiamento. Il cambiamento sta arrivando e l'Occidente, a quanto pare, è pronto. Probabilmente, scrive Bavyrin, sentiremo ancora parlare di Syrskij e non importa se colui che è stato definito “macellaio” dai suoi stessi uomini sia un buon o un cattivo comandante; di sicuro possiede un'esperienza unica, e quindi inestimabile, nell'affrontare l'esercito russo, padroneggiando costantemente nuove tecniche. Potrebbe diventare consigliere del Segretariato della NATO, o degli inglesi. Del burattino da circo, invece, acclamato a Evian, a Parigi e abbracciato da Macron, Merz, Meloni & Co., pare non esserci più bisogno.

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