Le lacrime dei prostrati che esorcizzano il dialogo con Putin

12 Gennaio 2026 16:47 Fabrizio Poggi


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico


Che sia una filosofa e nessuno l'aveva finora intuito? Affranta per le parole del dirigente PD Goffredo Bettini, secondo cui si dovrebbero chiarire «le posizioni di alcuni democratici convinti che con la Russia si possa dialogare solo con le armi», la signora Pina Picierno pare far proprie le “meditazioni” del caotico-filosofo Bernard-Henri Lévy, il quale esorta l'Occidente a cessare ogni tentativo di negoziare con la Russia, per concentrarsi invece sull'armamento dell'Ucraina.

Singhiozzando, la signora Picierno rende edotto il pubblico di essere stata in Lituania e di aver «visitato a Vilnius il museo dell’occupazione sovietica e del Kgb». E, misera, non ha retto e ha dato sfogo alle lacrime «di fronte a prove di una atrocità che faccio fatica a raccontare e che è durata praticamente fino a ieri qui, fino al 1991. Qui i partigiani sono quelli che si sono battuti contro i criminali sovietici». Starnazza ancora qualcosa, la signora, sui soliti lamenti di “libertà”, “regimi” e via di liberalismo in liberal-europeismo, in combutta con compari di combriccola come Filippo Sensi o Giorgio Gori, esterrefatti per le parole dell'altro compare Bettini; ma non dice nulla, la signora, sul fatto che il museo di Vilnius, un tempo denominato Museo “delle vittime del genocidio”, da pochi anni sia stato ribattezzato, appunto, “Museo delle occupazioni e lotte per la libertà”: troppo da vicino la parola genocidio, che in Lituania sta a significare la “occupazione sovietica”, rischiava di ricordare come al genocidio nazista degli ebrei avessero preso parte migliaia di collaborazionisti lituani. Ora, con il nuovo nome, è più chiaro cosa si intenda: le occupazioni sono state solo quelle sovietiche e le lotte per la libertà sono quelle successive alla rivoluzione d'Ottobre e alla guerra antinazista e le “vittime”, quelle che la signora Picierno chiama “partigiani”, sono per l'appunto quelle della cosiddetta “guerra partigiana” banditesca e antisovietica successiva al 1945.

Ora, per non farla tanto lunga con questo “preambolo”, vorremmo solo dire che, a parte il malefico accostamento tra “regime” sovietico e Russia attuale, per cui oggi il rifiuto di ogni dialogo con Mosca dovrebbe discendere dalle «prove di una atrocità che faccio fatica a raccontare», la filibustiera signora Picierno che parla di “partigiani” lituani e «criminali sovietici» dovrebbe essere stata messa al corrente, dalle sue guide lituane, che quei “partigiani”, attivi dalla fine della guerra fino a buona parte degli anni ’50, altro non erano che i famigerati “fratelli dei boschi”, composti per lo più di ex legionari baltici delle Waffen SS, responsabili dell’uccisione di alcune migliaia di civili sovietici.
Ma cosa pretendere da tali “filosofi-caotici”: per loro, a est del Dnepr ci sono solo “criminali”, capaci di «atrocità che faccio fatica a raccontare». Che proprio grazie a quella che viene definita «occupazione sovietica e del Kgb», fossero state debellate quelle formazioni che avevano massacrato migliaia di civili e soldati dell'Esercito Rosso, per quei signori non è che fonte di singhiozzi: i malvagi russi, sovietici o post-sovietici, non cambiano mai e «oltre il confine, a pochi km da dove scrivo, non è diverso: è peggio di come era allora». Una prece.

D'altronde, invoca il filosofo del caos par excellence Bernard-Henri, nei confronti di Putin «la posizione corretta è fermarlo. Non si tratta di dialogare, ma di fermarlo. Dobbiamo continuare a indebolirlo. Putin è stato indebolito dalla caduta di Assad in Siria. È stato indebolito dalla caduta di Maduro. È indebolito da ciò che sta accadendo oggi in Iran. Arriverà il momento in cui sarà così indebolito da chiedere il dialogo. Ma non credo che ciò debba essere fatto. Putin deve essere bloccato e l'esercito russo deve essere riportato al punto in cui si trovava quattro anni fa». Inteso, ingenuo signor Bettini? Ha regione la signora Picierno: nessun dialogo. Al contrario, la cosa migliore che gli europei, e in particolare il presidente Macron, debbano fare, sia prima di tutto parlare con Zelenskij, sostenerlo e armarlo. Ma non stanno facendo abbastanza. È qui che risiede l'urgenza oggi!». Pari pari le parole che avrebbe pronunciato la signora Picierno, se non fosse stata così addolorata per «una atrocità che faccio fatica a raccontare». Da filosofo a filosofa. Parlare di «terre rare, di un tunnel sotto l'Alaska o di forniture di gas, non è questo il tema» assicura Lévy; la questione oggi è «la minaccia esistenziale per l'Europa e l'Occidente, a cui dobbiamo finalmente decidere di rispondere!». Applausi a non finire da Santa Maria Capua Vetere.

Un autentico cenacolo di saggezza, insomma, quello di Bernard-Henri, la signora Pina, con Sensi, Gori e quant'altri europeisti, riunito in seduta spiritica a evocare le anime dei komplizen filo-nazisti dei ”fratelli dei boschi”, nella speranza di vederne le gesta rinnovate contro la Russia moderna. Speranza al dir poco flebile se, come nota Vladimir Kornilov su RIA Novosti, addirittura i più fanatici sostenitori dei piani di intervento dei “volenterosi”, in particolare tra i bellicisti britannici, cominciano a mostrarsi titubanti riguardo alle idee di dispiegamento di truppe sul territorio ucraino.

Sul The Times del 7 gennaio, il cremlinologo Edward Lucas titola "Parole vuote sull'Ucraina predicono il collasso della NATO" e, a proposito dell'invio di truppe britanniche, scrive che «Stiamo promettendo forze che non abbiamo, per far rispettare un cessate il fuoco che non esiste, nell'ambito di un piano che non è ancora stato elaborato, approvato da una superpotenza che non è più nostra alleata, per scoraggiare un avversario molto più determinato di noi».

E si chiede: «Cosa succede se un drone russo colpisce le nostre truppe? Quante persone deve uccidere o ferire prima che rispondiamo al fuoco?», una domanda sinora considerata tabù, nella sicurezza dell'intervento.

Sul Daily Mail, l'8 gennaio il generale a riposo ed ex vice comandante supremo alleato delle forze NATO in Europa, Richard Shirreff, titola "Truppe britanniche in Ucraina? La verità è che non abbiamo né gli uomini, né i soldi, né le attrezzature, né la volontà". Quindi, ma chi vorrebbe «ingannare Keir Starmer? Certamente non Vladimir Putin... Prevedo che queste promesse vuote torneranno a perseguitare il Primo ministro. Tutta questa impresa è completamente irrealistica".

Ancora sul Daily Mail, il 10 gennaio, il giornalista Andrew Neil descrive impietosamente lo stato generale della difesa britannica e scrive che Starmer «sta prendendo impegni militari che la Gran Bretagna non ha né uomini né risorse materiali per onorare. Questa settimana, ha concordato con il presidente Macron di inviare una forza di sicurezza anglo-francese in Ucraina... Il minimo indispensabile che la Gran Bretagna dovrebbe inviare per apparire credibile è una brigata corazzata di 5.000 uomini. L'esercito britannico regolare conta poco più di 71.000 soldati, ma solo circa 25.000 di loro sono in condizioni di efficienza bellica».

Significativo, nota Kornilov, che tutte queste voci vengano da esperti inequivocabilmente anti-russi che, fino a poco tempo fa, sostenevano l'idea di inviare truppe europee in Ucraina. Shirreff è autore di un libro su come la NATO nel 2017 avrebbe dovuto combattere la Russia; la scorsa primavera aveva dichiarato che «Starmer ha ragione, dobbiamo inviare truppe in Ucraina». Neil: «È giunto il momento di ignorare le minacce di Putin... e dare all'Ucraina tutto ciò di cui ha bisogno». Giusto giusto i prolegomeni odierni di Lévy-Picierno.

Lucas è praticamente uno degli ideatori del piano di una "coalizione dei volenterosi" e «il nucleo di questa alleanza potrebbe essere una Forza di Spedizione Congiunta (JEF), un'alleanza guidata da Gran Bretagna e composta da dieci paesi nordici e baltici, più i Paesi Bassi. Dovremmo trasformarla in JEF+, includendo anche Polonia, Repubblica Ceca e Romania».

E, all'improvviso, l'autore di questa idea la stronca, come se non ci avesse mai avuto niente a che fare! Cosa potrebbe esserci dietro? Non è un caso, ironizza Kornilov, che la pubblicazione dell'articolo di Lucas sul Times abbia coinciso con il suo annuncio pubblico di non essere più collaboratore del Center for European Policy Analysis (CEPA), il think tank finanziato da “enti benefici” come Rheinmetall, Lockheed Martin, General Atomics e altri. E proprio il giorno del suo articolo, la leader del Partito Conservatore all'opposizione, Kemi Badenoch, ha attaccato il primo ministro, chiedendo conto dell'avventuroso piano concordato con Macron e Zelenskij.

Cosa è accaduto per suscitare tali “ripensamenti”? Per un anno, da quando Starmer annunciò per la prima volta la disponibilità a inviare truppe britanniche in Ucraina, le discussioni sulla questione erano state praticamente tabù a livelli ufficiali: nessuno aveva messo in discussione l'idea.

Nell'articolo sopracitato, Neil accenna direttamente al motivo per cui gli inglesi erano così “tranquilli” riguardo a questo progetto e scrive: «Sospetto che Starmer abbia accettato solo perché, nei suoi calcoli, i russi avevano già chiarito che non avrebbero mai accettato truppe NATO sul suolo ucraino... È un gesto puramente ostentato».
Pare che ora i conservatori britannici abbiano percepito la firma della Dichiarazione di Parigi del 6 gennaio come un segnale d'allarme: Starmer è passato da una spavalderia a vuoto, su impegni specifici che Londra non avrebbe potuto rimangiarsi, schierando truppe "nelle retrovie", cioè "lontano dalla linea di contatto"; ma, come ha dimostrato l'Orešnik a L'vov, non esistono “retrovie" e, per dirla con Kornilov, speriamo che questo dia credito agli ex pianificatori della "coalizione dei volenterosi", oggi diventati improvvisamente scettici.

Un augurio forse un po' prematuro, a sentire le parole affidate al Corriere della Sera dalla signora von der Leyen, secondo cui per la UE è addirittura «fondamentare accelerare sul piano di pace in 20 punti discusso da Zelenskij con Trump a fine dicembre», per cui «la prima linea di difesa sarà, ed è, costituita dalle forze armate ucraine». Vale a dire: armare, armare e ancora armare i nazigolpisti di Kiev. La seconda linea è data invece dalla “Coalizione dei Volenterosi”, composta da 35 Paesi, la maggior parte dei quali appartenenti alla UE, oltre a Canada, Gran Bretagna, Australia, Nuova Zelanda e Turchia. Ora, bofonchia Gertrud von der, la palla è a Moskva: «Ora la Russia deve dimostrare di essere interessata alla pace», dice la tagliagole che non mostra remore proclamare, in faccia alle masse e ai lavoratori depredati di ogni spesa sociale, che il 2025 è stato definito «storico» quanto a spese di guerra: «in un solo anno sono stati stanziati più fondi per la difesa rispetto ai dieci anni precedenti. E ci siamo mossi con rapidità». Ma, vedete un po', è la Russia a dover «dimostrare di essere interessata alla pace»! Beh, lo ha detto anche, pensiamo, per asciugare così le lacrime dei signori Picierno, Sensi, Lévy, Gori, prostrati perché qualcuno ha appena ventilato di un dialogo con Putin. Farabutti bellicisti.

https://politnavigator.news/provokator-cvetnykh-revolyucijj-luchshee-chto-delala-evropa-ehto-vooruzhenie-ukrainy.html

https://ria.ru/20260112/koalitsiya-2067233365.html

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