di Gabriele Busti
Le proteste servono, per quanto Giorgia pare che stamattina abbia chiuso la questione con un piatto di lenticchie, 110 milioni agli autotrasportatori e una settantina tra agricoltura e pesca. Qualcuno sostiene che dal nostro meraviglioso paese siano usciti 27 miliardi all'anno, negli ultimi quattro anni, variamente connessi alla nostra decisione di seguire in tutto e per tutto il suicidio europeo nella guerra di Ucraina.
Le proteste servono come il pane, servono a cambiare il clima, a strappare, anche solo per un momento, la narrazione dalle mani dei camerieri. Le proteste servono anche quando vengono tacitate, minimizzate, filtrate, pervertite, strumentalizzate, annacquate, risignificate e tirate per la giacchetta.
Le proteste bucano il velo di un'irrealtà costruita a mezzo di mille finti conflitti identitari, connettono il piano del reale con quello della rappresentazione, riavvicinano il discorso pubblico a quello privato.
Le proteste servono perché fanno sentire chi soffre meno solo, perché danno la sveglia, perché bucano quel velo depressivo che indirizza le sofferenze sociali verso la dimensione privata.
Le proteste servono ma sono ancora una goccia nel mare e questo non è nemmeno il più grave dei problemi.
Le proteste servono ma sono confuse e questo è il più grave dei problemi. Sono confuse perché tutti vogliono spiluccare sulle proteste, ma non esiste, ad oggi, un attore politico che abbia legittimità di porre sul piatto le cause reali di un problema che invece ha nome, cognome, indirizzo e codice postale.
Le proteste servono perché di certe cose non si può parlare, non è data liceità nel dibattito pubblico. Le proteste servono ma serve ancor più una forza politica che provi a dare una spiegazione alle rabbie, alle sofferenze e alle proteste. Nessuno dei partiti e dei movimenti che stanno in parlamento può permettersi di farlo.
Le proteste servono perché dal primo giorno della guerra di Ucraina l'inflazione è salita del 27% e gli stipendi sono cresciuti in media del 6%, i mutui a tasso variabile sono aumentati del 30%. E si veniva dalla pandemia, non certo dal Bengodi.
Le proteste servono perché il nostro governo appoggia la coalizione Epstein che ha scatenato la guerra in Iran e ha fatto saltare il prezzo della benzina.
Le proteste servono perché in questi ultimi anni la gente ha attinto dal risparmio privato, dai finanziamenti, dalle rate dalla vendita dei propri immobili. Lo ha fatto per cercare di mantenere un tenore di vita che credeva le spettasse per diritto e a cui si era irrimediabilmente abituata, e non ce la sta più facendo, e molti stanno deragliando.
Le proteste servono perché non avere il coraggio di interpretare il collasso demografico come il segnale definitivo del suicidio del paese significa essere depressi in modo irrimediabile.
Le proteste servono perché non ci si può più tirare indietro rispetto alla nostra riduzione a colonia. Servono le proteste per creare una massa critica che ponga disperatamente il problema della sovranità popolare del paese.
Le proteste che servono sono quelle che invocano la fine dell'Unione Europea che è un aborto delinquenziale nella sua intima costituzione. Per far emergere davvero questa verità che sta lentamente venendo a galla, servono anche le proteste.
Le proteste servono per convincere la gente che è arrivato il momento, a pena della morte, di mettere in discussione un vincolo atlantico che abbiamo già abbondantemente pagato. Attenuarlo, assecondarlo, contrastarlo dall'interno, ricontattarlo, le abbiamo provate tutte e ci siamo anche riusciti, ma oggi la la tenaglia è troppo stretta e non si allargherà più. E questo, o lo capiamo o moriremo.
Le proteste servono perché la maggioranza del paese indossa schemi mentali che fanno apparire l'eventualità di autodeterminarci in opposizione agli americani e all'Unione Europea come un orrore. Solo se le proteste andranno a buon segno, capiranno che non è vero. Solo se puntiamo al massimo otterremo almeno qualcosa.
Le proteste servono perché la via parlamentare ce l'hanno preclusa, e prima di andarci a schiantare dobbiamo tentare la strada delle proteste.