L'euforia di Kiev per il voto negli Stati Uniti


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

6 novembre. Mentre sui giornali in doppiopetto, a libro-paga di banche, monopoli e governi più o meno dediti alla venerazione del duce, continua l'altalena tra chi, a giorni alterni, si presenta con bon ton “signorile” e chi, al contrario, si dà ai toni della più trita propaganda, in qualche ambiente coi piedi più sulla terra si continua a interpretare il significato del voto USA del 3 novembre per lo scenario mondiale.

Così, il 6 novembre pare toccare a La Stampa il ruolo di avanguardia bellicista, riservando al Corriere della Sera una parte apparentemente più sobria. «Donald Tusk: “Mosca prepara l’escalation. Sui negoziati di pace dobbiamo essere più realisti”. Il premier polacco: “L’inverno non spingerà Putin a raggiungere un’intesa”», è il titolo del servizio del signor Marco Bresolin sul foglio torinese, seguito dal signor Jacopo Iacoboni che, lancia in resta, assicura – lo dice Bellngcat, scrive, come dire: da sciocchi dubitarne - che dietro i recenti “attacchi hacker” in giro per l'Europa ci sia senz'altro la mano di Moskva: «Neonazi, maschilisti, violenti. Il gruppo russo “Stato di maschi” che cavalca la guerra di Putin. Chi sono i russi che ieri hanno scritto le e-mail di allarme bomba. Fuorilegge dal 2021, ma operano come braccio armato del regime», laddove quel “la guerra di Putin” è diventato una sorta di marchio di fabbrica dell'articolista in questione, da inserire quasi come un copyright in ogni suo “servizio”.

E in questa partita degli “hacker russi”, tocca al Corriere della Sera assumere la parte del moderato, col signor Rinaldo Frignani che, quantomeno, a proposito dei “Combattenti dello Stato Maschile”, presentati come “pseudo terroristi”, azzarda che la «firma dell’ultima mail lascia tuttavia perplessi gli investigatori» e pare dunque legittimo il dubbio «che in realtà la firma dello «Stato Maschile» possa essere stata utilizzata da altri per lanciare gli allarmi di ieri», così come è avvenuto per la sigla del “Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica”, dietro cui pareva celarsi «un profilo-fake del ministero dell’istruzione dell’Arabia Saudita: spedito da un indirizzo in apparenza collegato al ministero dell’istruzione egiziano». Ma, soprattutto, «sembra che quasi tutti gli indirizzi mail sfruttati per far rimbalzare le segnalazioni di minaccia nei vari episodi non fossero protetti e comunque disponibili su fonti aperte. Fatto che potrebbe scagionare gli hacker filorussi di Noname057(16) e Z-Pentest, che hanno invece rivendicato gli attacchi ai supermercati europei e fino a oggi sono stati responsabili di azioni più complesse». Onore quantomeno al dubbio.

Ma, se l'ordine che viene dai veneratori del ventennio è quello de “la guerra di Putin”, non c'è spazio per i dubbi: anzi, solo i “rammolliti” delle “plutocrazie d'oltremare” possono tentennare di fronte all'appello della patria ad armarsi contro “la guerra di Putin”, ibrida o armata che sia. Quelle stesse “plutocrazie” che, alla chetichella, si riuniscono a Bruxelles lasciando a casa un “fido alleato” quale l'italico, così che, scrive la belga Rapporteur, l'emergere di molteplici formati negoziali sulla questione ucraina ha già suscitato malcontento tra gli alleati e Giorgia Meloni ha inviato una lettera al presidente del Consiglio europeo António Costa chiedendo un approccio più coordinato ai negoziati. Il 5 novembre, infatti, rappresentanti di USA, NATO, Gran Bretagna, Francia, Germania, Ucraina e Commissione Europea hanno discusso a Bruxelles di possibili garanzie di sicurezza per l'Ucraina in caso di cessate il fuoco. E l'Italia è rimasta a casa.

A detta di Rustem Umerov, capo della delegazione ucraina, a Bruxelles la discussione si è concentrata su «quali garanzie di sicurezza Washington e altri partner possano fornire a Kiev, nonché sullo sviluppo di una nuova strategia di sicurezza europea... È fondamentale per l'Ucraina che queste garanzie di sicurezza rappresentino un sistema realmente efficace, e non solo una dichiarazione politica».

A Bruxelles nessuno si era ricordato di invitare Roma, dannazione, e dire che gli adulatori delle camicie nere hanno confermato proprio ora il sostegno miliardario alla junta nazigolpista di Kiev. Un sostegno quanto mai opportuno, dato che, come sostiene il nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij, Washington è in arretrato con Kiev di ben 16 miliardi di dollari in pacchetti di aiuti finanziari, concordati ma non ancora erogati. In effetti, già a fine novembre 2025, la portavoce della Casa Bianca Carolyn Levitt aveva annunciato che gli USA, con decisione presidenziale, avevano cessato di finanziare il conflitto in Ucraina, pur continuando a vendere armi tramite la NATO. Non importa: le masse europee si privano di buon grado di pensioni, sanità, scuola, pur di sostenere il “vallo europeo” dei kantiani di Azov, che difendono i “valori democratici” aggrediti dalle “autocrazie” tataro-asiatiche.

Ma, in generale, quali prospettive si aprono per la Kiev nazigolpista dopo il voto USA? Il risultato elettorale, nota Ol'ga Fëdorova su Moskovskij Komsomolets, rende Trump incapace di portare avanti il proprio programma legislativo senza l'approvazione degli avversari. Tuttavia, secondo il canale Dubinsky.pro, queste elezioni si sono rivelate una trappola per l'Ucraina, non una salvezza e il canale ironizza sulla reazione dei social media ucraini, secondo cui «dopo le elezioni americane di novembre, Trump sarà finito e potremo vivere meglio (leggi: potremo continuare la guerra)». In realtà, la situazione sembra esattamente opposta; perso il controllo del Parlamento, Trump sarà costretto a compensare le debolezze interne con una politica estera attiva: storicamente, in USA il presidente, che non si appoggia sulla maggioranza del Congresso, si appoggia sul Dipartimento di Stato e sulla politica estera. E saranno proprio i risultati in politica estera che diventeranno la base per il futuro candidato repubblicano alle elezioni del 2028. In questo contesto, l’Ucraina si trova in una posizione di estremo svantaggio: invece di “riprendersi”, Kiev dovrà affrontare una pressione crescente e, scrive Dubinsky.pro, «La pressione sull'Ucraina non si indebolirà, ma si intensificherà... dopo le elezioni in USA, Zelenskij è finito»: la sconfitta dei repubblicani non fa altro che motivare l'amministrazione Trump ad agire in modo più duro e deciso nei confronti dell'Ucraina.

Sempre su Moskovskij Komsomolets, Mikhail Rostovskij ricorda di aver previsto da mesi la sconfitta di Trump e, con essa, dato l'enorme ruolo svolto dal Congresso nel sistema americano, la previsione che Trump sarebbe diventato un “invalido politico” nei suoi sforzi per trovare una soluzione alla crisi ucraina accettabile per Mosca. Ora, l'economista Dmitrij Novikov, su “La Russia nella politica globale”, nota che nel campo dell'informazione russo c'è una forte tendenza a sopravvalutare l'importanza delle elezioni di medio termine, come a dire che il parlamento, dall'opposizione, è in grado di legare mani e piedi al presidente, o addirittura avviare una procedura di impeachment. Ma Novikov si dice convinto che le cose saranno ben diverse: la politica dell'amministrazione Trump sul conflitto in Ucraina è in gran parte scollegata dal Congresso; in pratica, si basa meno su un organo costituzionale come il Dipartimento di Stato e più, invece, sugli emissari personali di Trump, che hanno lo status di rappresentanti speciali, o che non hanno alcuno status, come Jared Kushner. Dunque, afferma l'economista, sventare una struttura del genere è difficile, anche se ci si prefigge l'obiettivo. In teoria, e con grande determinazione, si potrebbe trascinare il Segretario di Stato in udienze e tentare di intaccare la sua autorità. I rappresentanti speciali, tuttavia, rispondono solo al presidente, e la loro autorità è troppo vaga per coglierli in fallo. Dunque, la domanda è se l'inquilino della Casa Bianca sarà in grado di continuare la linea attuale sulla crisi ucraina, che tutto sommato è accettabile per il Cremlino e Novikov sottolinea i poteri incredibilmente ampliati, nei decenni, del capo del potere esecutivo americano in materia di politica estera. Un esempio concreto lo si è avuto con la legge sulle sanzioni del defunto Lindsey Graham, ridotta a carta straccia dall'esecutivo. Ciò non toglie, naturalmente, che con un Congresso controllato dai democratici, si vada verso iniziative legislative anti-russe, come sanzioni, assistenza all'Ucraina, ecc..

Proprio in questo senso, l'ex giudice della Corte Suprema del New Jersey, Andrew Napolitano, in un'intervista con il politologo norvegese Glenn Diesen, afferma che, con la vittoria dei Democratici, Washington aumenterà il sostegno a Kiev. Mi aspetto, afferma Napolitano, che si cerchi un compromesso per cui gli USA interrompano gli aiuti a Israele e ritirino le truppe dal Medio Oriente, ma riprendano a fornire aiuti diretti a Zelenskij: «sarà un compromesso. Trump dovrà turarsi il naso e accettarlo.

Dico “tapparsi il naso”, perché ha chiesto le dimissioni di Zelenskij. Non credo che il Cremlino creda a nulla di ciò che dice Trump». In sostanza: «riprendiamo la russofobia, la frenesia dei finanziamenti a Kiev, ma andiamocene dal Medio Oriente».

La convincente vittoria dei Democratici, continua Napolitano, è un colpo durissimo per Trump, dal quale né lui né il suo partito si riprenderanno: «credo che si sia trattato di un rifiuto della persona di Donald Trump... La vittoria dei Democratici è stata decisiva e le conseguenze probabilmente dureranno ben oltre la fine del mandato presidenziale di Donald Trump... ci vorranno dai 15 ai 20 anni perché i Repubblicani si riprendano da questa sconfitta». In concreto, l'esperienza storica dimostra che se un partito ha meno di 200 seggi alla Camera dei Rappresentanti, è «praticamente incapace di ottenere qualsiasi risultato, poiché si trova in minoranza non solo in aula, ma anche nelle commissioni e sottocommissioni. A ciò si aggiunge il potere di citare testimoni e richiedere documenti, di cui ora disporranno i Democratici alla Camera e al Senato. Questo permetterà loro di indagare praticamente su ogni aspetto della presidenza Trump».

Quantunque, Kiev commette un'illusione suicida, sperando in un miglioramento della sua situazione dopo la vittoria del Partito Democratico in USA, afferma l'ex vice primo ministro eltsiniano Alfred Kokh, di fede ultraliberale. I Democratici, si chiede retoricamente Kokh, possono davvero fornire un aiuto concreto all'Ucraina senza il consenso di Trump? E allora, chi aveva «impedito loro di fornire gli aiuti quando erano al potere? Ne hanno inviati un po', ma dal 2023 in poi gli aiuti sono stati drasticamente ridotti. E quando Trump si è insediato, erano praticamente nulli». Anche quando il Congresso aveva approvato le cifre di base degli aiuti a Kiev nel 2024, Biden si era rifiutato di fornire armi e solo dopo aver perso le elezioni aveva iniziato ad attuare con vigore questa decisione; ma ormai era troppo tardi. «Non capisco proprio, quindi, da dove venga questa gioia di Kiev. I Democratici non hanno forse dimostrato quanto non importi loro nulla dell'Ucraina, tanto quanto i Repubblicani?», come quando hanno bloccato il trasferimento di carri armati, missili Atacms e caccia F-16.

In fondo, al di là di tutte le analisi e previsioni, in concreto e già nell'immediato, gli euro-atlantisti stroncheranno qualsiasi accordo sull’Ucraina accettabile per la Russia, sostiene il politologo ucraino Ruslan Bortnik. Lo si vede con l'esercitazione diretta dalla “Coalizione dei Volenterosi”, che si prepara ad essere di stanza in Ucraina, cosa cui Moskva è ovviamente contraria, come ribadito da sempre. Al momento, ricorda Bortnik, stanno discutendo due opzioni per il dispiegamento: o una “missione di monitoraggio”, o una missione militare con basi militari, alla cessazione del conflitto. La “Coalizione dei Volenterosi” rimane ora la «chiave principale, o il piede di porco, con cui l’Europa cerca di aprirsi la porta dei negoziati, per impedire nuovi accordi tra Trump e Putin, accordi sull’Ucraina, accordi sull’architettura di sicurezza europea». Il politologo ucraino tiene comunque a sottolineare, casomai qualcuno ne dubitasse, che tale “Coalizione dei Volenterosi” non ha alcuna intenzione di aiutare ora l'Ucraina, ma è pronta a raccogliere i frutti del processo di pace alla fine della guerra. I volenterosi non hanno intenzione di «inviare truppe in Ucraina in questo momento. Ma il tentativo dell'Europa di attirare l'attenzione su di sé, di intervenire, è attivamente sostenuto da Kiev e Zelenskij si è espresso in modo molto esplicito a favore».

Fanno gola, ai “volenterosi”, le centinaia di miliardi di profitti che si prospettano per banche e imprese euro-atlantiche una volta messo mano alla ricostruzione di un paese che loro stessi hanno deciso di sacrificare per i propri interessi. E anche Roma pretende da Bruxelles la propria fetta.

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