Libertà e tassa patrimoniale

di Michele Blanco*

Purtroppo nel disinformato e manipolato dibattito politico italiano, il solo pronunciare la parola “patrimoniale” comporta reazioni vergognosamente scomposte da parte della maggioranza degli esponenti politici, di destra e centro, potrebbe essere abbastanza normale, ma dagli altri che dicono di essere “progressisti” sembra veramente non tollerabile e ingiustificabile. Non si fa in tempo a pronunciarla che scatena reazioni incredibili e grida di “esproprio”, mentre in realtà si dovrebbe trattare di semplice applicazione dei principi costituzionali democratici di “giustizia sociale”.
La stessa idea di tassare la ricchezza accumulata per riequilibrare le opportunità per le persone svantaggiate ed evitare il grande accentramento di potere, oggi presente in Italia, che inevitabilmente diventa potere politico, non appartiene storicamente alla sola sinistra, anzi ha origini nella vera tradizione del pensiero liberale, la più autentica, quella ben distinta dalla sua successiva derivazione, oggi prevaricante il neoliberismo. Il liberalismo, l’idea liberale, non nasce come difesa dei ricchi, ma nasce come difesa della “Libertà” individuale nei confronti di ogni potere, che sia politico come l’assolutismo, religioso o economico. John Stuart Mill, tra i grandi padri del pensiero liberale moderno, già a metà Ottocento mise in evidenza che le disuguaglianze eccessive minano l’ideale di libertà per la maggioranza della popolazione. Nella sua opera “I Principi di Economia politica” scriveva che «la distribuzione della ricchezza è questione di istituzioni umane, non di leggi naturali».
Secondo J.S. Mill una società autenticamente e veramente libera è quella in cui nessuno domina sugli altri grazie all'eredità ricevuta o al possesso di risorse sproporzionate. Per questo sosteneva con fermezza la necessità di porre limiti all’accumulo ereditario eccessivo e considerava l’uso della tassazione come efficace strumento di riequilibrio delle opportunità, quindi il liberale John Stuart Mill era un grande sostenitore della tassazione ai supericchi. Una legge patrimoniale, in questa logica, non è assolutamente illiberale: è, invece, uno strumento per preservare la libertà diffusa, veramente per tutti, impedendo che la ricchezza diventi uno strumento di controllo.
Un secolo dopo, William Beveridge, anche lui economista liberale e padre fondatore del sistema di welfare britannico, elaborò un modello, invidiato per decenni in tutto il mondo, di Stato sociale fondato non sull’egualitarismo, ma sulla libertà. Nel suo rapporto del 1942 individuava le “cinque piaghe” da sradicare nella società: povertà, malattia, ignoranza, miseria e disoccupazione. Oggigiorno contrari a ogni forma di patrimoniale non sono e non possono essere pertanto i veri liberali, bensì i cosiddetti “neoliberali” elitisti e favorevoli alle grandi disuguaglianze sociali ed economiche che sono gli eredi della scuola di Chicago, di Milton Friedman e dei governi di Reagan, negli Stati Uniti, e Thatcher, nel Regno Unito, negli anni Ottanta, seguiti negli anni dai Berlusconi, in Italia, dai Trump e dai suoi amici ultramiliardari. Il neoliberismo identifica la libertà con la deregolamentazione e la immobilizzazione dello Stato e della politica democratica, arrivando a confondere la libertà con il potere assoluto del mercato, trasformando l’uguaglianza delle opportunità nel suo opposto assoluto, in grandi e crescenti disuguaglianze.
Il grande pensiero liberale classico da Mill a Beveridge, fino a Rawls chiaramente riteneva che lo Stato dovesse conservare sempre il fondamentale compito di correggere quei disequilibri, economici e sociali in particolare, che impediscono ai cittadini di esercitare davvero la propria libertà.
Per il pensiero liberale, vero, uno dei fondamenti irrinunciabili era raggiungere la“libertà dal bisogno”, cioè la condizione minima per l'ottenimento di ogni altra forma di libertà.
Beveridge non immaginava uno Stato socialista, invasivo e regolatore della vita sociale. Del resto nessun liberale potrebbe mai farlo. Teorizzava uno Stato che rendesse possibile la libertà reale per tutti: un individuo ridotto allo stremo e affamato o privo di istruzione non è libero di scegliere nulla. Ottenere un minimo riequilibro delle risorse è una forma di investimento collettivo nella libertà, e deve includere anche strumenti fiscali come una tassazione patrimoniale, possibilmente, solo a carico di grandi patrimoni improduttivi o ereditari, per impedire che la ricchezza si trasformi in potere ereditario e vada a minare alla base un fondamento del liberalismo: il merito.
Ora visto che non è in nessun modo antiliberale parlare di riequilibrio delle ricchezze, una patrimoniale, solo sui grandi patrimoni, va vista considerando una ristrutturazione dell’intero sistema tributario, spostando il peso della tassazione dal lavoro e dalle imprese produttive, verso le rendite finanziarie e i grandi patrimoni improduttivi.
Senza dubbio una tassa patrimoniale deve procedere di pari passo alla riduzione del cuneo fiscale sul lavoro, facendo in modo che aumentino i salari netti, favorendo l’occupazione con posti fissi e garantiti e rendendo il sistema Italia più competitivo. La tassazione delle rendite deve essere pari a quella sul lavoro. In Italia i redditi da capitale pagano meno tasse di chi ha un lavoro dipendente.
Nel 2024, il numero di miliardari nel mondo è salito a 2.769, con un au­mento del valore complessivo delle loro ricchezze a 15.000 miliardi di dollari. Allo stesso tempo, oltre 3,5 miliardi di persone vivono sotto la soglia di po­vertà di 6,85 dollari al giorno, cifra invariata dal 1990. Sono i dati emersi dal rapporto Oxfam “Disuguaglianza: povertà ingiusta e ricchezza immeritata”.
La democrazia è un regime politico nel quale è fondamentale che tutti i cittadini devono essere messi in grado di conoscere, capire e di control­lare i meccanismi delle decisioni politiche. Inoltre i cittadini devono esercitare di­rettamente o indirettamente una importante e costante influenza sui processi decisionali.
Oggi, con le grandi concentrazioni di ricchezza e potere economico esistenti, ci sono molti dubbi che le tecnologie telematiche possano contribuire a una diffusione dei valori, come quello della solidarietà, della condivisione della partecipazione attiva, tipiche delle istituzioni democratiche. La possibilità di prendere decisioni politiche pertinenti dipende dalla capacità degli attori sociali di controllare, partecipare e selezionare criticamente le proprie fonti di informazione e cognitive, in un contesto di grande trasparen­za dei processi decisionali. Un decisione politica consapevole e effettivamen­te democratica
richiede, come prima cosa, un’efficace tutela e trasparenza del pluralismo delle emittenze, della libertà degli informatori e della più completa autonomia degliinformati.
Ecco perché diventa di fondamentale importanza il consolidarsi di regole di diritto, leggi stringenti e contro qualsiasi conflitto d’interessi, che salvaguardino la libertà di decisione delle persone in tutto il mondo. In primo luogo bisogna evitare che nelle democrazie ci sia un’inver­sione del rapporto fra “controllori e controllati, poiché attraverso l’uso spre­giudicato dei mezzi di comunicazione di massa ormai gli eletti controllano gli elettori”. Chiaramente Bobbio ci aveva messo in guardia dallo strapotere dei mezzi di comunicazione di massa e la loro gestione monopolistica, con concentrazione dei mezzi di comunicazione di massa in mano a sempre meno persone, che stanno uccidendo la democrazia e la stanno trasformando in una tirannia videocratica. Il pericolo effettivo riguarda il supremo valore della libertà che viene intaccato nella sua sfera più delicata, importante e irrinun­ciabile, quella della autonomia intellettuale dei cittadini.
In questo contesto in Italia il rapporto CENSIS, documento annuale giunto alla 58ª edi­zione nel dicembre 2024, certifica che alla gravissima erosione dei percorsi di ascesa economica e sociale del ceto medio e popolare, corrispondente una profonda crisi verso i valori costi­tutivi della democrazia. Un dato preoccupante, grave ma conseguenziale è il tasso di astensione elettorale: alle ultime elezioni europee e regionali 2025, l’astensionismo ha segnato un record negativo, ben al di sotto del 50 per cento degli aventi diritto al voto, nella storia repubblicana.
Per questo bisogna ben considerare che Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia ritiene che senza maggiore uguaglianza non c’è crescita economica sostenibile. Per una prosperità condivisa oltre a redistribuire il reddito attraverso imposte e trasferimenti; occorre anche favorire gli investimenti, aumen­tare i salari e l’influenza politica della maggioranza dei cittadini. Le nuove regole dell’eco­nomia proposte dal premio Nobel abbracciano un ampio ventaglio di riforme, dal fisco allo stato sociale, dall’istruzione alla lotta ai monopoli, dal diritto sindacale agli incentivi per il lavoro femminile, dalle infrastrutture al sistema penale, nella convinzione che combattere la disuguaglianza alla fonte è possibile, ed è l’unica strada verso un’economia più solida e più dinamica.

*Pubblicato in “La Fonte periodico dei terremotati o di resistenza umana”, 2026, ANNO 23, n. 11, p. 18.

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